Intervista agli AIM, la resistenza undeground della Brianza

di Thanks For Choosing

Aim: vent’anni di musica, scene musicali, cambiamenti di governo e di formazione, ma in fin dei conti eccoli là, ancora una volta, al loro quinto album dal titolo Gravity, un nuovo capitolo che conta influenze punk, psichedeliche, trap e garage-rock, un punto di arrivo di una carriera lunghissima. Ne abbiamo parlato con Marco Fiorello della band, ed ecco cosa ci ha raccontato.

Come si arriva al quinto full length in un periodo dove tutti sfornano solo singoli?
Essendo nati nei lontani anni ’80, io e i miei soci affondiamo le radici nella band che se deve dire qualcosa ogni 3 o 4 anni pubblica un album. È proprio una concezione di musica a me cara e che pian piano purtroppo si sta perdendo, cioè l’idea del fare e dell’ascoltare un disco intero, inteso come un viaggio, che può anche durare 12 tracce o un’ora. Vedo i miei ragazzi a scuola, ascoltare un disco intero è qualcosa di impensabile. Troppa fatica o forse troppo tempo o forse troppa poca curiosità. Meglio consumare singolo dopo singolo. Cosa che può avere un senso fino a un certo punto, ma in teoria il singolo precede l’uscita di un album. E quindi? Beh, sicuramente l’industria discografica orientata solitamente al profitto ha contribuito alla semi-totale distruzione della concezione dell’album, più che nella testa del musicista, nella testa dei giovani.

Quindi un ennesimo full length è un modo per dire che si può ancora fare musica in questo modo e che ogni disco è un trip. Parti da A, arrivi a B e magari tra A e B hai scoperto qualcosa di bello.

Chi sono gli Aim quando non suonano?
Allora, io (fiore), come vedi ti ho corretto length e quindi insegno inglese, alle scuole superiori. Invece i miei “aimigos” gemelli organizzano eventi – concerti, party e street food – in giro per tutta l’Italia.Io sono anche marito e padre, come Marco, mentre Matteo è felicemente fidanzato e ha un cane, Flash.

Come nasce un disco come Gravity?
Premetto che non era assolutamente scontato che Gravity venisse alla luce. Infatti dopo il tour di Finalmente a casa tra 2015 e 2016 io e i gemelli ci siamo fermati per un po’, a causa di motivi personali. Durante questa pausa io ho iniziato a scrivere una valanga di pezzi, quasi trenta, li ho affinati e registrati a casa con la mia chitarra acustica, ho scelto quelli più adatti da suonare con i gemelli e pian piano glieli ho proposti nelle rare volte che ci vedevamo in sala prove. Parallelamente ho sviluppato degli altri pezzi – diciamo più eterei o elettronici o acustici o comunque diversi dal mio modo di fare musica con i gemelli – con altri musicisti, ovvero Luca Vecchi dei Nice, Giuseppe Magnelli ex ioDrama e Stefano Elli (Sabbionette studio), con l’idea di creare una parte di album più “tranquilla” o comunque differente che bilanciasse il granito del basso e della batteria dei twins, creando delle isole nel disco su cui potersi riposare un po’.

Comunque, adesso che Gravity sta per uscire, capisco sempre di più che tutto, in particolar modo la musica, è una questione di compromessi. Cioè non dipende da quanto spingi se un disco si riuscirà a fare o meno, quando hai in mente tu e come vuoi tu, ma da tantissimi fattori e cercare di forzare questi fattori rischia di rovinare l’equilibrio che sta alla base della band.

E cosa dovremmo assolutamente sapere prima di ascoltarlo?
Dovreste sapere che Gravity è un libro aperto che racconta la vita di un 37enne con tre figli che lotta, fatica ogni giorno ma che in fondo in fondo è lieto.

Questo disco, in particolare, sembra il più carico di influenze della vostra carriera, è così?
Sì, infatti. Devo dire che i miei ascolti, oltre al solito rock, in questi anni hanno spaziato molto nelle frequenze di radio M2O (massimo rispetto a Dino Brown!) e DiscoRadio, quindi musica disco, techno, trance, trap, emo-trap etc…, quindi tutta musica da pompare ma che ha una cura dell’arrangiamento e del suono a dir poco maniacale. Io ho semplicemente provato a innestare un po’ di questa easiness nel DNA dei melanconici e muscolosi Aim.

C’è ancora una scena in Brianza? Chi ne fa parte?
Per quanto riguarda la scena, noi Aim crediamo di essere stati fondamentali per quella che fu la scena brianzola. Avevamo capito che l’unione fa veramente la forza e ti permette di conoscere e aiutare tantissima gente che ti seguirà nel tuo sogno. Attualmente la scena non esiste più. Siamo tutti troppo concentrati a parlare di noi stessi tramite i social e compagnia bella. La scena si crea progettando insieme qualcosa, sudando insieme, fallendo e vincendo insieme. Forse adesso che siamo “anziani” ci verrà voglia di aiutare qualche giovane a creare una nuova scena e rivivere insieme quei momenti che per noi sono stati tra i più belli della nostra vita.

Se doveste riassumere a tutti i costi 20 anni di Aim in poche righe, cosa direste?
Ho già parlato troppo quindi sarò telegrafico. Se dico Aim penso: ineducati, istintivi, potenti, di cuore, liberi.

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