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Interviste

Intervista a PAOLO SAPORITI

“Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza” è il nuovo progetto discografico di Paolo Saporiti, un album doppio con canzoni che si ripresentano in entrambi i CD a cui ha collaborato anche Xabier Iriondo.
L’abbiamo intervistato per capire meglio la genesi del progetto.

D: Partiamo dal titolo, alquanto peculiare, “Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza”: cos’hai da dirci a riguardo?
R: Parto da una frase al telefono tra me e mia madre, simulacro di una modalità, per raccontare e significare. Rendo universale una frase particolare, nel senso che riscontro in questa frase un aspetto caratteristico dei nostri anni e della nostra società, un modo di agire e pensare comune. Trovandoci poveri di contenuto e sensibilità, noi uomini, troviamo spesso comodo scaricare sugli altri le nostre responsabilità e colpe tramite l’istituzione di una figura riconoscibile, il capro espiatorio, piuttosto che metterci nella condizione di cambiare e crescere noi stessi. Scaricare sulla malattia o su una persona che ne risulta portatrice, ad esempio, i nostri limiti umani, trovo che sia cosa da abbandonare al più presto, un compito per le nostre generazioni e quelle future.

D: L’album è un doppio, con canzoni che si ripresentano in entrambi i CD, in veste differente, con produzione affidata a diversi personaggi: come nasce questa scelta?
R: Da un’intuizione e da una necessità. Volevo vestire e dare senso vario a una stessa voce e una stessa chitarra ed esaltare quanto incontrato precedentemente con “Paolo Saporiti” che racchiudeva e condensava in sé entrambe le modalità possibili e che perseguo, armonia e ricerca. Come a fare un passo indietro, che in realtà per me poi è uno scatto in avanti nella mia voglia di comunicare e scomporre il risultato di un lavoro finito per permettere a qualcuno che ne fosse rimasto a parte magari, un accesso più facile e diretto. Da una parte la melodia e la comunicazione, emozioni chiare e definite, dall’altra la distorsione, la destrutturazione. “Paolo Saporiti” era il punto di arrivo, “Bisognava dirlo…” in qualche modo ne è una chiave d’accesso a posteriori.

D: Com’è nato, invece, a livello compositivo?
R: Come solito, chitarra e voce, le tracce che fanno da ossatura a tutto quanto immaginato, accaduto e registrato successivamente.

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D: Come mai l’inserimento della cover “Hotel Supramonte” di De André?
R: “Hotel Supramonte” è un brano strepitoso che De André ci ha regalato, credo in compagnia di Massimo Bubola. Io non lo sapevo, me lo hanno raccontato qualche giorno fa. È un brano che a me parla d’amore e coincideva incredibilmente con quanto stavo vivendo io nella mia vita di coppia, nella mia vita. Brano di un autore, tra i pochi che stimo in Italia, che per tanti anni mi è stato inaccessibile per via della forza e della potenza del suo messaggio. Appena mi sono liberato io, ho iniziato ad ascoltarlo e ho capito che mi ero liberato davvero, anche nella mia scrittura e che avevo acquisito l’italiano anche per me stesso, non solo come ascoltatore. Ora continuo ad ascoltare solo musica americana o anglofona ma almeno posso dire di riuscire ad ascoltare anche qualcuno che canta in italiano in maniera forte e decisa. Non ce ne sono molti vivi oggi purtroppo che lo fanno ma non credo di scoprire nulla di nuovo per me nel dirlo a te.

D: Come hai scelto i musicisti che ti accompagnano?
R: Sono i miei musicisti da tempo e volevo loro nel lavoro d’insieme. A Roberto Zanisi e Luca Pissavini si sono aggiunti Cristiano Calcagnile, Raffaele Kohler e Armando Corsi, sulla scia di una serie di improvvisazioni che ci hanno suggerito come intervenire sui brani. Il processo è partito da Cristiano alla batteria e Luca al basso, incastonati sulle mie parti e da lì, io e Raffaele Abbate, siamo partiti e abbiamo proseguito ascoltando quello che succedeva.

D: Il primo CD del progetto è praticamente improvvisato, come arrangiamenti ed esecuzione: come mai questa scelta?
R: Volevamo cogliere la freschezza di un qualcosa di non ancora definito e inesistente, eseguire un vero e proprio work in progress e credo che ci siamo riusciti, nonostante tutte le difficoltà. Durante un lavoro di questo tipo succedono molte cose e spesso sembra di aver perso la bussola ma bisogna avere fiducia. Tutto torna. Ora so che possiamo farlo e magari ripeterlo e che il processo è tutto. Come la musica e le relazioni umane.

D: Come nasce, invece, la collaborazione con Xabier Iriondo?
R: Nasce dal passato e da un’idea che avevo in testa di provare a tradurre da una parte una maggiore voglia di arrivare alle persone, agli ascoltatori, mentre dall’altra un tentativo di esasperare quanto raggiunto con i lavori prima. Volevo che Xabier spingesse sull’acceleratore e mi portasse e ci portasse in un altro mondo. Capisco che la cosa sia per tanti inaccettabile e difficile ma io vorrei tanto che le persone accettassero di mettersi in gioco e che fossero disponibili al dialogo. Certo questo è un dialogo che ha più il sapore del monologo ma la disponibilità di ascolto è dialogo comunque e la preparazione all’ascolto è una cosa di cui tutti noi dovremmo riappropriarci. Questa è una delle ragioni del doppio disco, una sorta di comunicazione anche sulle modalità e necessità della comunicazione stessa tra me e chi ascolta. Vorrei nutrirmi e continuare a nutrire d’ora in avanti.

D: Sei passato dall’inglese all’italiano: come mai questa scelta?
R: Come dicevo prima, per una necessità di comunicare a chi è davvero, oggi, in grado di capirmi senza che anche io debba continuare a pensare che solo all’estero si possano immaginare cose belle e utili come fanno tanti e quindi evitare di dover arrivare alla conclusione di essere obbligato a emigrare per trovare uno spazio. Per me è inaccettabile. Prima scrivevo in inglese per amore e per passione, perché la musica per me era quella e solo quella. Ora l’italiano mi ha regalato aspetti a cui non saprei più rinunciare, tipo le reazioni istantanee del pubblico, e andrò avanti esattamente per come sento.

D: C’è qualcosa in particolare che vuoi comunicare, oggi, con i tuoi testi?
R: Soluzioni possibili e più verità possibile.

D: Come si svolgeranno i tuoi prossimi live?
R: Come sentirò e avrò modo di realizzarli. Sogno musicisti con cui collaborare, teatri in cui entrare, porte da varcare e spero che pian piano qualcosa accada e mi permetta di mettere a terra tutta una serie di cose che mi frullano in testa da secoli. Comunque quello che cercherò è il continuare a lasciarmi trasformare dalle cose rimanendo fedele a me stesso. Trio, duo, solo, quartetto, quintetto, orchestra, vorrei che tutto questo entrasse a far parte del mio mondo, di un vero e proprio mondo di possibilità.

D: Progetti attuali e futuri?
R: Suonare il più possibile e far crescere le mie canzoni, crescere con loro.

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