Intervista a Marco Notari

Il 31 ottobre è uscito “Babele”, il secondo disco di Marco Notari, giovane pluripremiato cantautore. Si muove sulle coordinate già introdotte con “Oltre Lo Specchio”, ma si evolve verso qualcosa di più strutturato, più coerente con se stesso. Acquista la forma del concept e amplia le sonorità e le sfumature del disco precedente. Ho avuto l’occasione di sentire alcuni pezzi dal vivo in anteprima, e successivamente di sentire tutto il disco. L’ho trovato ottimo, sia per i testi che per la musica e gli arrangiamenti. Cresce ascolto dopo ascolto, ti si stampa in testa e ti ritrovi a canticchiarlo senza neanche accorgertene.

Ho raggiunto Marco per esplorare insieme a lui “questa Babele”.
Ciao Marco, prima di tutto ti farei un paio di domande sul genere Maugeri-Fegiz, così per rompere il ghiaccio, però mi aspetto delle risposte all’altezza:

Fegiz mode: Ma il secondo album è stato anche per te il più difficile?
A dire il vero no, ho avuto più tempo di lavorarci rispetto al primo e avevo un’idea abbastanza chiara del sound che volevo raggiungere.

Maugeri mode: Pensi cha Babele sia più una nostra proiezione interiore o qualcosa che ci costruiamo intorno distruggendo l’ambiente e pensando che un mondo migliore possa essere solo di cemento e illusioni invece che di peace & love?

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Marco Notari

Il disco si concentra sulla prima di queste due definizioni. Il problema ambientale è un tema molto attuale e preoccupante ma non l’ho affrontato in questo disco.

Bene, ora torniamo quasi seri e iniziamo l’intervista vera: Babele ha tutta l’aria di essere un concept, vuoi raccontarci la storia da cui nasce?

Sono sempre stato attratto dai dischi che si sviluppano seguendo un filo conduttore e in “Babele” è successo in modo molto naturale. Dopo aver scritto le prime quattro-cinque canzoni ho visto l’embrione di una storia e mi è venuta voglia di svilupparla. Così sono nati Cristiano e Lucia, le cui storie si intrecciano e poi si separano. Direi che fondamentalmente Babele è un viaggio attraverso le paure e lo smarrimento della nostra generazione, visto attraverso gli occhi di un uomo e di una donna.

Sul digipack completamente a sfondo bianco, molto curato fra parentesi, ci sono le figure stilizzate di un ragazzo e anche di una ragazza incinta. La scelta della ragazza col pancione come “simbolo” del disco mi ha incuriosito molto, perché penso non esista qualcosa di più lontano dal concetto di “rock” di una “pregnant”… detto in inglese sembra più rock però. Di chi è stata l’idea e cosa rappresenta quella figura messa lì in bella vista?

L’idea è stata mia perché a un certo punto della storia in Porpora si parla di un bambino, come se Lucia avesse dentro di se una nuova vita pronta ad affermarsi. Naturalmente tutto questo può essere inteso in senso figurato, ma anche in senso letterale come frutto di un suo rapporto precedente con Cristiano. Insomma la ragazza incinta è messa lì per offrire ulteriori spunti all’immaginazione dell’ascoltatore.

Parliamo del primo singolo, “Io non mi riconosco nel mio stato”, da cui è stato tratto anche un ep. A prima vista può sembrare un pezzo politicamente impegnato, ma se lo si legge bene si capisce che in realtà non è proprio così. Mi sembra una fotografia perfetta del disagio dei ragazzi che guardano il mondo con un occhio critico (che sono molti, nonostante si voglia far credere il contrario). Leggendo il testo, si può dire che hai anticipato i tempi, se si guarda alla famigerata crisi finanziaria e al nuovo movimento studentesco. Ci hai visto lungo o è stato solo culo? E come mai hai associato un testo così duro a un ritornello così allegro?

Per quanto riguarda l’abbinamento testo-musica è nato in maniera molto naturale, la ripetizione musicale del ritornello mi ha suggerito la ricerca di uno slogan che fosse il più esplicito possibile e così è nato il testo. Per quanto riguarda l’impegno del pezzo mi sento di dire che è più sociale che politico, incentrato come dici tu su un disagio generazionale e su una grande sfiducia nei confronti del potere e della nostra civiltà in generale. Credo che la crisi finanziaria e i movimenti di protesta siano la conseguenza di un progressivo e costante degrado del nostro paese e del nostro modello di società che ad un’analisi attenta era evidente già da diversi anni.

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Marco Notari - Babele

Parliamo ora di “Babele”, il pezzo che da il titolo all’album e secondo me uno dei migliori del disco. Anche qui il tema è vicino a quello di “Io non mi riconosco nel mio stato”. Qui però la musica e la linea vocale rispecchiano totalmente l’atmosfera del testo, infatti il cantato è quasi un grido, un richiamo, una forte richiesta di attenzione. Nel pezzo dici “…non voglio un movimento ma un momento per me” e di questa frase ne hai fatto un po’ il manifesto di tutto il disco. Dietro a queste parole però possono esserci molte interpretazioni, soprattutto sul concetto di movimento, vuoi mostrarcene qualcuna?

Sia chiaro che ritengo i movimenti in quanto fenomeno di aggregazione e rivendicazione dei propri diritti fondamentali, tuttavia credo che non debbano commettere l’errore di privare la gente della propria identità e del proprio spirito critico anche nei confronti del movimento stesso. Non devono cioè essere le persone ad adeguarsi ai movimenti ma questi ultimi a modellarsi sulla base di una continua analisi critica effettuata dai suoi componenti. Questa frase che citi rappresenta per me una rivendicazione nei confronti della tendenza che c’è oggi (o forse dovrei chiamarlo meccanismo di controllo) a rendere ogni movimento un target market e un fenomeno di omologazione privandolo di qualsiasi efficacia.

In Crisalide e anche in altre parti del disco si avverte una presenza di elettronica maggiore rispetto a “Oltre Lo Specchio” è stata una scelta ponderata o è stato più lo sfizio di provare tutta la strumentazione che le Officine Meccaniche mettono a disposizione?

E’ stata una scelta legata al mio interesse di esplorare alcuni mondi sonori che mi affascinano molto, ed in realtà è nata prima di entrare alle Officine. Quasi tutte le idee elettroniche infatti sono nate al Vanilla Studio di Bra insieme ad Andrea Bergesio durante la pre-produzione.

Inoltre in questa vena elettronica si sente un po’ l’influenza dei Radiohead, ha per caso influito l’uscita di un disco incredibile come In Rainbows in concomitanza delle vostre registrazioni?

Sicuramente gli ultimi lavori dei Radiohead, anzi tutta la loro produzione dagli inizi, ha avuto un forte influsso su di me, li considero un punto di riferimento per il percorso artistico che hanno seguito e per le strade che hanno aperto. In realtà in questi due anni ho ascoltato parecchie altre band che utilizzano un approccio simile all’elettronica, ad esempio mi piacciono molto anche gli Ms. John Soda e credo che questo si senta in Crisalide.

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Marco Notari

Tornando alle Officine Meccaniche, come vi siete sentiti a registrare nello studio che ormai è diventato IL punto di riferimento per la musica italiana e anche, se vogliamo, internazionale? E quali sono i vantaggi di lavorare in un ambiente così attrezzato? Non c’è il rischio di perdersi?

Superato l’imbarazzo del primo giorno ci siamo trovati tutti benissimo. Mauro Pagani è una persona eccezionale così come tutto lo staff che lavora alle Officine, e sicuramente tutta la strumentazione che ti viene messa a disposizione è un grande vantaggio, così come la professionalità dei fonici e degli assistenti. A questo io aggiungo anche il clima che si respira alle Officine, ogni quadro e ogni angolo dello studio profumano di musica e sono uno stimolo alla tua creatività.

Oltre al vantaggio del luogo, avete avuto anche delle validissime persone che hanno lavorato con voi, la prima che mi viene in mente è Taketo Gohara. A molti questo nome non dirà nulla, ma negli ultimi anni è stato nella stanza dei bottoni di parecchi dischi, fra cui l’ultimo di Capossela per dirne uno. Come vi siete trovati a lavorare con lui?

Lavorare con Taketo è stato bellissimo, umanamente prima ancora che artisticamente. E’ una persona che trasmette grande serenità e con cui si ride e si scherza facilmente, oltre ad essere un ingegnere del suono eccezionale. Il clima in studio è stato sempre molto disteso, lui ha la grande capacità di fare procedere i lavori molto velocemente senza che per questo si crei un minimo di ansia o nervosismo. E poi siamo molto affini anche come ascolti e gusti musicali. Devo citare anche Guido Andreani che ha curato parte delle riprese e che come Taketo è un professionista di altissimo livello e una splendida persona.

Oltre a Taketo si è rinnovata la collaborazione con Giulio Casale, che oltre al primo ha prodotto anche questo disco, quanto ha influito la sua presenza in studio? E’ un produttore che interviene molto sulle dinamiche dei pezzi oppure vi ha lasciato libertà di azione?

La presenza di Giulio è stata importante già durante la fase compositiva. Abbiamo passato diversi pomeriggi a casa sua a Milano a suonare i brani con una chitarra acustica e a discutere sulle strutture delle canzoni e sui testi. In particolare mi ha dato molti input per la scrittura dei testi, non prendendovi parte direttamente ma tramite lunghe discussioni e confronti su quali erano i principali contenuti che volevamo fare emergere. In studio poi la sua presenza è stata discreta ma allo stesso tempo efficace, sa che io amo seguire da vicino gli arrangiamenti e mi lascia una certa libertà ma al momento giusto è sempre presente per portare i brani nella giusta direzione.

Un ultima pericolosissima domanda, tu sei sempre stato considerato indie, ma non sei mai entrato in certe dinamiche che caratterizzano questo ambiente. Invece pur non essendo mainstream (anche se Babele è licenziato sotto EMI, sei sempre sotto contratto con la Artes), sei apprezzato e considerato in quel mondo. Secondo te è un bene o un male non essere inquadrato in nessuno dei due mondi? Cosa ne pensi di questa divisione? E del fatto che chi da indie passa a una major venga visto come un “traditore”?

Secondo me oggi questa distinzione non ha più molto senso. Indipendente è chi può registrare la propria musica in totale libertà artistica senza nessuna pressione da parte di manager e discografici, e io questo l’ho sempre fatto e continuerò a farlo. Le distinzioni le fanno appunto i manager e i discografici, anche definirsi indie ormai è soltanto un’operazione commerciale tesa ad attrarre un certo tipo di pubblico.

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Marco Notari

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