Intervista a Kaspar Boye Larsen, bassista dei VOLBEAT

In occasione del concerto dei VOLBEAT al Fabrique di Milano (clicca qui per vedere le nostre foto), abbiamo incontrato il bassista Kaspar Boye Larsen, membro della band danese dal 2016.

Articolo di Filippo De Dionigi

Cosa vorresti dirci del tuo ultimo album “Rewind, Replay, Rebound” in due frasi?
È un album che è ancora “molto Volbeat” ma che allo stesso tempo definisce una nuova direzione musicale, più melodica per certi aspetti. Risponderei con queste due frasi alla tua domanda.

Ti sei unito alla band nel 2016, quindi sei al tuo secondo disco (il primo vero disco) con i Volbeat. Come hai trovato l’intero processo di scrittura e registrazione e la dinamica generale dello studio rispetto a qualsiasi esperienza che hai avuto nei tuoi altri progetti?
Quando sono entrato nei Volbeat non avevo idea di cosa aspettarmi, non sapevo come loro scrivevano le canzoni, come si comportavano in studio e tutti questi aspetti.
Sai, molte band ad esempio arrivano in studio e lì tutto ha origine, solo una volta che sono tutti in studio iniziano a comporre i brani e a definire tutti gli aspetti del disco.
Io sono rimasto invece sorpreso (con gioia!) di scoprire che nei Volbeat funzionava esattamente come in tutte le altre band in cui avevo suonato fino a qual momento: qualcuno arriva con un’idea (e nei Volbeat solitamente questa persona è Michael) ed iniziamo a provarla di getto in sala prove e ci passiamo moltissimo tempo lì, come ogni altra band. E di conseguenza, quando entriamo in studio, in realtà i pezzi sono praticamente già completi: sappiamo esattamente cosa suonare, come suonarlo, come deve essere la melodia, le parti di batteria, e così via. Poi succede sempre che in studio si aggiusti qualcosa, ma le canzoni comunque ci arrivano praticamente fatte e finite.
Addirittura quasi metà di quest’ultimo album (circa 6 canzoni) nasce da delle demo registrate da me e Rob, dove abbiamo lavorato sodo sulle parti di basso affinchè funzionassero al meglio, sulle melodie, e così via.
Invece, riguardo alle altre canzoni, i ragazzi mi hanno lasciato carta bianca, Michael e Jon mi hanno detto “ok, vai e scrivi quello che vuoi!”.
Su questi brani ho lavorato molto insieme a Jacob (Jacob Hansen, uno dei producer dell’album) che mi ha dato molte dritte interessanti ed ha avuto un sacco di idee fantastiche!

Come si è sviluppata la chimica all’interno della band dopo che sei entrato?
In realtà non so dirti cosa sia cambiato, nel senso che ovviamente non ero nella band prima, però sicuramente ti posso dire che c’è un’ottima chimica tra di noi.
Conosco Michael e Jon dagli anni novanta, da quando Michael suonava death metal nelle mie zone, e in realtà avevo già fatto il bassista per i Volbeat per metà del loro tour del 2006, proprio nella parte europea dello stesso (tra l’altro il loro primissimo tour europeo), quando il loro bassista dell’epoca, Anders, non era riuscito a seguirli.
Quindi in realtà li conosco da tempo e al momento del mio ingresso nella band non mi sono sentito come un nuovo arrivato, diciamo… a maggior ragione che conoscevo moltissime delle loro canzoni in quanto le avevo suonate pochi anni prima.
L’unico componente che non avevo mai incontrato prima era Rob, ed è stato bellissimo conoscerlo ed iniziare a suonarci insieme.
Quindi, in definitiva, ribadisco che stiamo davvero molto bene insieme.
Altre band potrebbero impazzire a passare insieme tutto il tempo che passiamo noi, ma noi invece stiamo da dio. Ovvio, non è che non discutiamo mai, ma comunque nessuno ha mai usato toni minacciosi o offensivi verso un altro componente della band, è tutto davvero molto bello e piacevole.
Forse l’unico aspetto su cui spesso non ci troviamo d’accordo riguarda la musica da ascoltare nei camerini prima di suonare: ai ragazzi non piace quello che voglio ascoltare io!
Magari a Rob sì, ma Michael and Jon no, dicono che la musica che ascolto sia troppo deprimente! Sai, mi piacciono i The Cure, i The Smiths e così via…

Volbeat Kaspar

Kasper – Volbeat, foto di Roberto Finizio

In “Rewind, Replay, Rebound”, ci sono diverse collaborazioni con altri musicisti. Di quale in particolare sei particolarmente soddisfatto?
Penso che tutti gli ospiti che abbiamo avuto in questo album abbiano dato tantissimo alle canzoni, sfortunatamente non abbiamo incontrato nessuno di essi di persona perché hanno tutti registrato le loro parti nei loro paesi d’origine, mandandoceli poi via internet per unirle al resto dei brani. Mi sarebbe piaciuto moltissimo incontrarli tutti, avrei voluto tantissimo incontrare Gary Holt ad esempio, ma va beh, prima o poi succederà!
Detto ciò, sono entusiasta di tutte queste collaborazioni, nessuna esclusa e nessuna più di un’altra. Ovvio, il coro gospel ad esempio è qualcosa di inusuale, che non ti saresti mai aspettato di sentire in un genere come il nostro, ma ripeto, adoro tutte queste collaborazioni, è impossibile dirtene una su tutte.

Ora che il disco è stato pubblicato e suonato diverse volte dal vivo, ci sono delle canzoni dell’album che consideri le tue preferite o dei momenti salienti dal tuo punto di vista personale?
Penso che il brano “Last day under the sun” sia particolarmente significativo perché rappresenta la nuova direzione che sta prendendo la band. Magari continueremo in questo senso, magari no, ma comunque abbiamo provato a fare qualcosa di nuovo per noi. E il basso in particolare penso giochi un ruolo chiave in questo pezzo, allo stesso modo di “When we were kids”: in entrambe queste canzoni ho lavorato moltissimo con Rob, le abbiamo suonate davvero migliaia di volte cercando di tirar fuori e valutare tutte le idee possibili per quelle parti. Ed è stato fantastico perché siamo riusciti davvero a tirare fuori il meglio da queste canzoni. Come anche per Leviathan del resto, è divertentissima da suonare ed ha quel non so che di Thin Lizzy… a chi non piacciono i Thin Lizzy?!

Come ti senti ad essere in tour? È divertente vedere il mondo o è difficile stare lontano da casa?
Amo essere in tour ed è proprio il posto in cui dovrei essere e dove ho passato tutta la mia vita, è il mio lavoro.
È stupendo, ho la possibilità di girare il mondo e suonare dal vivo ogni giorno, davanti a dei pubblici magnifici senza mai avere il timore che non venga nessuno allo show.
Sai, io vengo dal punk rock / hardcore, ambienti in cui spesso prima dei live ti chiedi se ci sarà mai qualcuno che viene a vederti… ma ora non devo mai preoccuparmi di questo aspetto.
L’unico aspetto negativo è che sto lontano dalla mia famiglia, a volte anche per periodi abbastanza lunghi.
Ho una moglie e due bambini piccoli e quando sono in tour mi mancano molto. Per fortuna ogni tanto abbiamo delle pause che mi permettono di tornare a casa e vederli.
L’anno scorso abbiamo avuto una lunghissima writing session, durata circa 8 mesi, quindi ero comunque a casa, e quando sono a casa sono a casa, non penso ad altro.
Vedi, se ad esempio avessi un lavoro regolare, dalle 9 alle 17 da lunedì a venerdì, magari tornerei a casa ogni sera stanco senza potermi godere la famiglia… penso di doverla vedere sotto una luce positiva l’essere in tour, perché poi quando sono a casa sono “totalmente” a casa e posso godermi appieno il tempo con la mia famiglia.
Ecco, è stato particolarmente difficile quando siamo stati in tour con gli Slipknot e abbiamo passato due mesi negli Stati Uniti, lontani da casa, è stata davvero dura per me.
Poi in realtà ti dico, io starei volentieri in tour tutta la vita se fosse possibile, ma non senza la mia famiglia.
Magari in futuro, quando i bambini cresceranno (ora hanno uno 3 anni e mezzo e l’altro neanche un anno), sicuramente potranno fare dei periodi in tour con me, magari un paio di settimane, ma adesso è indubbiamente troppo presto.

Piano B. Se non fossi diventato un musicista, cosa faresti nella tua vita?
Beh, fino a circa 4 anni fa avevo un lavoro regolare in Danimarca, ero una specie di infermiere, giravo in bicicletta portando le medicine e cambiando le medicazioni alle persone anziane. Per cui ecco quale sarebbe il mio piano B se non fossi un musicista, sarei nel mio paese a prendermi cura delle persone anziane.

Qual è la tua speranza per il futuro della band?
La mia speranza è di riuscire a scrivere un sacco di fottutamente grandi album e che questi siano amati dalla gente.
Spero che riusciremo a suonare dal vivo e fare dei gran concerti ancora per molto tempo, con tanta gente che viene a vederci. Che poi non mi interessa riempire stadi, arene o club come il Fabrique, semplicemente mi piacerebbe che le persone amassero le nostre canzoni e venissero quindi ai nostri show.

Hai qualche messaggio da lasciare ai tuoi fan italiani?
Personalmente adoro l’Italia, ogni volta che so che dobbiamo passare di qui non vedo l’ora che quel momento arrivi.
Il cibo, i formaggi, il caffè, il vino… tra l’altro ho un caro amico proprio qui a Milano, ci conosciamo da tipo 25 anni, e lui mi ha introdotto a tutte le bellezze e le bontà dell’Italia! Quindi sono sincero nel dire che l’Italia ha davvero un posto speciale nel mio cuore, adoro venire qui e non ne ho mai abbastanza!

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