“Il crowdfunding nella musica: l’elemosina del futuro”: intervista a Marcello Zinno

Si chiama Marcello Zinno, è la mente dietro il sito musicale RockGarage.it e ha scritto un libro dall’emblematico titolo “Il crowdfunding nella musica: l’elemosina del futuro”.
Lo abbiamo intervistato per capire meglio il suo punto di vista.

D: Ciao, Marcello: prima di tutto presentati ai nostri lettori.
R: Ciao a tutti, sono fondamentalmente un appassionato di musica. Dal 2003 ho iniziato a scrivere di musica. Ho scritto per diverse webzine e per alcune riviste cartacee; nel 2011 ho creato RockGarage.it, un magazine che ad oggi conta più di 10.000 contenuti on line e circa 25 redattori sparsi per il territorio nazionale. L’obiettivo che RockGarage si prefigge è puntare a migliorare il livello qualitativo dell’informazione musicale in Italia, nel panorama rock e heavy metal, perché c’è davvero tanta musica di qualità nel nostro Paese che merita un’analisi accurata e una vetrina adeguata. Sono anche autore e speaker radiofonico, ideatore e organizzatore di eventi musicali e da poco mi sono dedicato alla scrittura di un mini libro.

D: Hai scritto un breve, come tu stesso lo definisci, opuscolo dal titolo “Il crowdfunding nella musica: l’elemosina del futuro”: come ti è venuta questa idea?
R: L’idea è partita per caso. Un’agenzia di promozione di Sesto San Giovanni (MI) mi intervistò qualche anno fa chiedendomi di dare dei suggerimenti alle band emergenti su cosa fare per diffondere meglio la propria musica. In una delle ultime domande feci questo piccolo “outing” schierandomi contro il crowdfunding nella musica e, una volta pubblicata l’intervista, alcuni mi contattarono approvando questa mia posizione. Onestamente non pensavo che così tante persone avessero ascoltato per intero l’intervista, fino agli ultimi minuti, e questo mi fece piacere. Probabilmente il tema meritava un approfondimento separato e non volevo che fosse un “semplice” articolo sul web, che dopo qualche settimana rischia di perdersi nei meandri della rete. Volevo dedicargli il giusto spazio, cercare di argomentarlo in una forma che sarebbe “restata”. Per questo ho deciso di pubblicare un mini libro che spiega questa mia posizione. La mia speranza è che il libro possa avviare un dibattito costruttivo.

D: Il titolo non lascia spazio alla fantasia, lascia sin da subito trasparire che il volume è una critica al sistema del crowdfunding: vuoi spiegare, a chi non lo sapesse ancora, come funziona il crowdfunding?
R: Il termine inglese non deve spaventare. Il crowdfunding non è altro che la vecchia “colletta” tra amici, chiamata con un termine inglese che tanto piace a noi esterofili. La differenza, importante, è che viene usata la rete come mezzo di promozione e di raccolta, questo comporta che anche persone sconosciute possono contribuire alla realizzazione del tuo progetto. In realtà io non critico il crowdfunding come sistema di raccolta di fondi finalizzati ad un obiettivo. Fin dal primo capitolo mi schiero a favore del crowdfunding in un’accezione aziendalista, per così dire imprenditoriale, laddove si valuta la profittabilità o la redditività prospettica di un progetto. Critico il modello quando viene applicato al settore musicale. L’innovazione, in quanto tale, non può mai definirsi in assoluto positiva o negativa ma dipende dal contesto in cui viene usata. Non concordo nella sua applicazione alla musica, un ambito in cui ci si relaziona con l’arte che è un concetto di per sé poco applicabile (o almeno dovrebbe esserlo) alla mentalità imprenditoriale (inteso come mezzo per produrre soldi).

D: Una delle critiche mosse è quella che, chi usufruisce del servizio di crowdfunding, “vessi” i propri conoscenti, “costringendoli” al pre-acquisto: perché credi sia sbagliata, come strategia?
R: In realtà non ho mai usato il termine “costringere”. Nessuno è obbligato, altrimenti sarebbe uno strumento illegale o quantomeno discutibile per altre ragioni. Quello che cerco di spiegare è che in Italia non esiste una vera mentalità di “sostegno economico” adeguata e aperta che spinge le persone a devolvere dei soldi ad un progetto sconosciuto per realizzare un album di cui non si conosce nulla. Si parla di supporto, di visibilità, ma il “sostegno economico” è ben altro. La maggior parte delle persone, se non la totalità, sostiene solo i propri amici o i propri parenti per una questione affettiva. Non c’è nessun metro di giudizio artistico né meritocratico ma solo una “logica parentelare” che se (per assurdo, perché non lo è) diventasse l’unica logica di finanziamento di progetti musicali farebbe “vincere” solo chi ha più amici/parenti e non chi artisticamente ha un messaggio più interessante da veicolare. La favoletta che “se sei bravo troverai qualcuno, anche dall’altro capo del mondo, che è disposto a spendere per te” la trovo abbastanza ipocrita, a meno che non ci sia una struttura di professionisti che lavori per te (promoter, social media manager, distributori…), ma per averli servono risorse e il discorso parte daccapo.

D: Nel volume traspare la critica soprattutto nei confronti delle band emergenti. Però, il crowdfunding, negli scorsi tempi, ha permesso la realizzazione di vari lavori non propriamente legati all’ambiente emergente. Penso a Edda o il film sui Marlene Kuntz, “Complimenti per la festa”: come ti poni, rispetto a questi progetti?
R: Esatto, infatti io non ho mai scritto né detto che il crowdfunding non funzioni. Ha funzionato per diverse band. Ma funziona perché si è collocato in un momento storico importante, un periodo di crisi discografica (nel libro spiego approfonditamente i motivi del suo successo). Inoltre, secondo quanto dicevo prima, funziona per chi ha una rete di amici/contatti estesa, persone che sono disposte a fare una donazione per far sì che tu possa pubblicare un album. Le vere band emergenti, e noi con RockGarage ne conosciamo tantissime, sono quelle che non hanno sempre una fanbase molto estesa e che vogliono far conoscere la propria musica (perché la band è la prima a crederci) soprattutto al di fuori degli amici stretti che partecipano ai loro concerti fin dai primi minuti di attività. Cerco di spiegarmi in un altro modo: una band che propone pop e che magari ha goduto di qualche grossa visibilità (vedi Sanremo Giovani o l’esibizione ad un talent show in TV) ha molta più probabilità di raggiungere il suo obiettivo in un progetto di crowdfunding rispetto ad una band anche storica ma che propone progressive rock (o qualsiasi altro genere non mainstream) magari di altissima qualità ma che non ha un grosso seguito ad esempio sui social. Ecco che il termometro dell’opportunità economica che una band ha di vedersi pubblicato il proprio album si lega alla sua esposizione mediatica. Questo non è scorretto in senso stretto, i “clienti” sono sempre importanti, per chiunque, ma quando questo termometro dipende da fattori non meritocratici secondo me diventa preoccupante!

D: Tornando agli emergenti [e ai loro conoscenti/amici/parenti, senza considerare l’eventuale fanbase che ci si è potuti creare durante i live (per le band che suonano molto dal vivo)], le molte persone vicine a un artista/band comprerebbero, una volta uscito, il CD dei loro amici artisti: cosa c’è di sbagliato nella pre-vendita? Tanto da portarti a parlare di “elemosina”?
R: Nulla, infatti io sono assolutamente d’accordo con il pre-order. Attenzione che il crowdfunding non vuol dire pre-ordinare un album, tanto è vero che se non si raggiunge la cifra obiettivo la band non pubblica nulla e il donatore vede restituirsi i propri soldi. Crowdfunding vuol dire finanziare un progetto artistico e dietro quella donazione (e in funzione dell’importo) la band pattuisce un premio che può essere una copia del CD, o un ringraziamento all’interno del booklet del CD, un ingresso gratuito ad un loro futuro concerto, eccetera. Il pre-order esiste se la band ha già pianificato la pubblicazione dell’album e ha completato tutte (o quasi tutte) le attività propedeutiche per la pubblicazione. Il crowdfunding invece è esso stesso propedeutico alla realizzazione di un progetto, che quindi potrebbe restare chiuso in un cassetto e non vedere mai la luce.

D: Elemosina o meno, non credi che il crowdfunding sia un’opportunità, per una band emergente (o meno), di riuscire a autofinanziarsi un prodotto relativamente di qualità?
R: Certo, ma ne esistono tantissime di queste opportunità, mica esiste solo il crowdfunding. Conosco una band napoletana che ha deciso di prestare il proprio tempo in cambio di servizi finalizzati alla registrazione del proprio CD. Uno di loro ha prestato lavoro gratuito presso la sala di registrazione e in cambio hanno potuto registrare gratis i brani, un altro ha lavorato presso lo stampatore e in cambio hanno potuto stampare artwork e CD…e così via. Un album nato dal lavoro. Ci sono tanti modi per autofinanziarsi, quello che mi preoccupa è che le band davvero meritevoli, che magari sono agli inizi, con il crowdfunding non vedranno mai la luce. Questo concetto lo spiego ampiamente nel libro. In un altro Paese magari è diverso, quando mi confronto con gli artisti molti mi raccontano che all’estero c’è molta più curiosità verso i nuovi progetti, in Italia dal mio punto di vista non è sempre così.

D: Una delle domande che poni è “Se i professionisti del settore, nonché le vere e proprie aziende di musica (le label) non sono più spinte ad investire in giovani artisti perché dovrebbe farlo il pubblico?”. E, ancora, dici “L’etichetta agisce prima intuendo le capacità di quella band e intercettando il loro potenziale futuro, cosa che l’ascoltatore medio non è in grado di fare”: non credi che, molte volte, i discografici e le label non siano poi così tanto lungimiranti, rispetto a un sacco di progetti musicali che valgono? Potrei farti l’esempio massimo dei Beatles, rifiutati dalla Decca. E che, magari, artisti non considerati dalle label piacciono/possano piacere a una fetta di pubblico (pubblico che io non credo non sia cosciente delle proprie scelte, come lasci intendere tu)?
R: Sì, penso che molte label non siano così tanto lungimiranti, spesso il loro punto di osservazione è orientato solo sulla capacità di una band di fare grandi numeri. Io penso che le label non siano alla ricerca del nuovo Jeff Buckley, che sarà poi scoperto a sua volta dopo una decina di anni, ma del nuovo Tiziano Ferro o dei nuovi Modà che possono piacere ad un pubblico indistinto e fare concerti negli stadi. Il pubblico è assolutamente cosciente delle proprie scelte (non ho mai scritto né detto il contrario) ma per pubblico non intendiamo, come nelle label o nei magazine, coloro che ascoltano tantissima musica, che hanno una preparazione musicale di base e che valutano il potenzialmente artistico di un progetto. Per pubblico intendiamo tutto il pubblico, intendiamo la rete. Ecco la mia provocazione: se oggi tu dovessi lanciare un sondaggio, con la certezza che tutti gli italiani rispondano, chiedendo quale sia la band più meritevole in assoluto secondo gli italiani quale vincerebbe? Quella artisticamente più meritevole?! Secondo me il nuovo Franco Battiato finirebbe per trovarsi un altro lavoro e lasciare la musica. E ci tengo a precisare che io sono assolutamente a favore delle preferenze espresse da chiunque, quello su cui sono scettico è lasciare solo sul pubblico (inteso come numeri, non come persone) il potere di influenzare il futuro della musica. I numeri della scena trap, ad esempio, dovrebbero insegnarci qualcosa. Ancora, io sono preoccupato da una realtà come la nostra in cui su Spotify Vasco Rossi è ascoltato più di Lou Reed.

D: Legandomi a questa mia domanda precedente, ti lancio una provocazione: come direttore di una testata (RockGarage.it) e giornalista, quante band autoprodotte ti trovi a ospitare sui tuoi canali? E quante, di queste, ti sono piaciute, nonostante non abbiano dietro un’etichetta? Questa cosa non credi contraddica quanto tu affermi, quasi dicendo che una band che vale debba necessariamente “passare” per un’etichetta?
R: Nel 2018 abbiamo pubblicato 734 recensioni, di cui 521 erano nuove uscite, ovvero album pubblicati nel corso del 2018. Di questi l’80% erano di band emergenti, ovvero progetti autoprodotti o con piccole etichette indipendenti le quali chiedono alla band di autofinanziarsi per pubblicare il loro album. Con la RockGarage Radio, progetto al momento in stand-by, ospitavamo tantissime band emergenti e nei RockGarage Festival che abbiamo organizzato a Milano il 100% delle band che si sono esibite erano e sono ancora emergenti. Nelle nostre Top Album, pubblicate a gennaio di ogni anno, tantissime band sono emergenti, nelle mie personali classifiche circa 8 band su 10 sono emergenti. Pensi davvero che il mio giudizio sia influenzato dal fatto che una band esca con un’etichetta o autoprodotta? Oggi, anche grazie ai costi relativamente bassi per la realizzazione di un album, ci sono band che per propria scelta non cercano etichette o, a causa dell’inflazione relativa all’offerta musicale, vi sono label che ignorano l’esistenza di band davvero meritevoli. Le due cose non vanno di pari passo.

D: Un’altra “falla” del tuo discorso sta nell’affermare che un musicista dovrebbe far ascoltare l’album per intero al pubblico, prima di avviare questa pre-vendita; ma, in quel caso, affermi che non avrebbe senso attuare una campagna di crowdfunding, avendo il lavoro già finito. Qui devo contraddirti, perché le fasi di registrazione sono solo un primissimo step. Puoi proporre al pubblico (come si faceva/fa con le etichette) dei provini, delle demo (che puoi realizzare a costi contenuti), e finanziare, con la campagna di crowdfunding, il mixing e il mastering dei brani (che costano più delle registrazioni in sé), le grafiche, la stampa… insomma, il prodotto finito.
R: Capisco il tuo entusiasmo nel voler trovare “falle” nel mio discorso, ma purtroppo nella realtà non è come dici. Ti faccio un esempio un po’ estremo per farti capire: se sei un pittore e vuoi convincere una data persona a finanziare i costi che devi sostenere per realizzare un quadro, cosa fai? Fai un quadro di 5 cm x 5 cm e poi dici “se decidi di finanziare il mio progetto lo realizzo in dimensioni reali”? Secondo me dobbiamo entrare nella logica che la musica è arte e non la si può vendere “tanto al chilo”. Sono d’accordo con la band che realizza il proprio album in digitale e in pre-order raccoglie gli ordini a pagamento per realizzare copie stampate e finite del proprio album; così stamperà solo le copie realmente acquistate ed eviterà sprechi. Non sono d’accordo con la band che realizza un singolo e che con quel brano vuole dare un’idea del prodotto artistico nel suo completo. Sai quanti album hanno un singolo potente e tanti brani non all’altezza? Mi viene in mente l’ultimo dei Rammstein, ma potrei farti un lungo elenco.

D: Per salutarci, progetti attuali e futuri?
R: RockGarage continuerà a pubblicare recensioni tutti i giorni dell’anno su uscite rock e heavy metal, continueremo ad intervistare di persona alcuni protagonisti della musica che amiamo e ad aggiornare i nostri lettori anche tramite i canali social. Personalmente sto lavorando ad un nuovo libro, ma stavolta si tratta di un romanzo. Per il momento non posso anticipare nulla, posso dire solo che non tarderà ad arrivare.

D: Saluta i nostri lettori.
R: Ciao, un saluto ai vostri lettori e a tutti gli appassionati di musica!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.