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Interviste

I BOTANICI: quando un intermezzo post-rock strumentale è tutto quello di cui abbiamo bisogno

581 km dividono Benevento da Bologna: i Botanici lo sanno bene, e in questi anni hanno dovuto imparare a convivere e a lavorare con questa distanza; soprattutto da quando Garrincha Dischi ha deciso di sostenerli e portare avanti questo progetto. Da quel giorno sono successe tante cose, tra cui: due album, un cambio di formazione, collaborazioni, festival, e tanti concerti. Oggi sono: Ciani, Gas e Toni, fanno musica rock alternativa e non hanno paura di urlarci in faccia tutto quello di cui, spesso, abbiamo bisogno.

A distanza di circa un anno dall’uscita del loro secondo album, hanno inciso due brani rivisitati, estratti da Origami: Sfortuna e Quarantadue, la prima in compagnia di maggio e Tanca, mentre la seconda con gli Endrigo. Le due collaborazioni hanno anticipato Kirigami, il nuovo EP pubblicato il 26 novembre, e vestono i brani originali di un abito nuovo: si caricano delle emozioni dei nuovi artisti che ci hanno lavorato, e così la sensazione è quella di ascoltare due canzoni nuove, pregne di espressività. In particolare, ripescare un brano come Sfortuna, in un momento come questo, permette di riscoprire il pezzo come estremamente attuale, pur essendo stato pubblicato nella sua prima volta nell’ottobre del 2019; questa, forse, è una delle magie più riuscite a questa operazione di rivisitazione.

La musica dei Botanici incarna quel qualcosa di cui abbiamo bisogno per poterci risvegliare dal torpore a cui la quotidianità ci costringe, per capire che forse ci stiamo accontentando, che qualcosa non sta andando come vorremmo, e che non dobbiamo aver paura di buttare giù, mattone dopo mattone, quel muro di insicurezza che ci costruiamo negli anni.

“Ho bisogno di qualcosa / Che mi dia una ragione / Di non soffermarmi a pensare / All’inutilità dei miei giorni / Per tenere la testa occupata / E scomparire via dai tuoi dintorni / Ho bisogno di sopravvivere a questa sfortunata sfida / Di avere 24 anni, poi 25 e poi 26 / Dicono che andrà tutto bene / Dicono che ce la faremo / Ma è vivere e distrarci / Quello che cerchiamo.”

Ascoltando i loro brani, quello che abbiamo capito è che si tratta di una band che ha qualcosa da dire e che non ha paura di farlo. Ed è anche per questo motivo che abbiamo deciso di fare qualche domanda direttamente a loro: leggete cosa ci hanno raccontato!

Sfortuna ci ricorda che abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi fisso e ci dica che in realtà non sta andando tutto bene. Proporre oggi una nuova versione di questo brano, lo arricchisce dell’esperienza e delle sensazioni vissute durante il lockdown. Per voi come è stato riprenderlo e lavorarci in un periodo come questo?
Riaprire un vecchio brano è un’esperienza particolare. Riaffiorano tutti i ricordi legati alla scrittura, le giornate passate in studio e la soddisfazione di quando lo ascolti la prima volta come prodotto finito. È stato davvero sorprendente vedere “Sfortuna” inquadrare così bene (almeno una parte di) questo momento che stiamo vivendo. Lavorarci è stato davvero un piacere, soprattutto per la collaborazione con maggio e Tanca.

La collaborazione con maggio e Tanca è perfettamente riuscita. Il brano ha un equilibrio che comunica a chi lo ascolta una giusta sinergia tra i componenti che ci hanno lavorato. Come è nata e ha preso forma questa collaborazione?
Avevamo intenzione di sperimentare qualcosa di nuovo su un nostro brano e credevamo che i ragazzi facessero al caso nostro, per la loro attitudine al nostro modo di fare musica. Li abbiamo contattato sui profili social e ne abbiamo parlato. Ne sono stati subito entusiasti.

La collaborazione è però rimasta “a distanza”, per ovvi motivi. Appena sarà possibile recupereremo con qualche giro di bevute.

Dalla prima volta in cui ho sentito parlare di voi – era uscita da poco Binario – sono cambiate molte cose, dalla vostra formazione fino ai brani. Confrontando le canzoni di ieri con quelle più recenti, emerge una maturità che sembra vi stia portando ad un approccio diverso verso la musica. È così? Come è cambiato il vostro modo di lavorare e come avete raggiunto la dimensione di oggi?
Esatto, sono cambiate molte cose e siamo probabilmente cambiati un po’ anche noi. Oggi siamo molto più band di quanto lo eravamo all’esordio, la composizione dei brani parte indistintamente da ognuno di noi. L’obbiettivo è quello di cercare di fare qualcosa di bello e, per quanto possibile, di nuovo. Non cerchiamo di ricalcare un genere o di seguire “quello che funziona”, cerchiamo di proporci per ciò che siamo.

Avete parlato di Nottata come di “una seduta dallo psicologo”. Non è l’unico caso in cui una vostra canzone ha una forte carica catartica. Nell’elaborazione dei brani siete arrivati a un punto in cui riuscite a fotografare molto bene la situazione che vive la generazione dei nati intorno agli anni ’90. Il momento della scrittura di un testo quanto e come vi impegna?
Nel caso specifico di Nottata, la scrittura del testo è avvenuta in due notti consecutive. Era infatti divisa in due bozze sul telefono che per me (Gianmarco) non avevano nessun legame. Fu Bebo a farmi notare che quelle due bozze erano in realtà un’unica cosa, un unico messaggio. In generale, parliamo semplicemente di cosa ci succede, di ciò che viviamo, senza troppi artifici. Non cerchiamo di rappresentare nessuno, ma parlando del quotidiano inevitabilmente raccontiamo di cose che viviamo un po’ tutti.

Siete di Benevento ma un ruolo centrale nella vita del gruppo ce l’ha Bologna. È stato difficile dividersi spesso tra due città? Cosa vi manca di Bologna quando tornate a Benevento e viceversa?
La vita a distanza è una realtà del 21esimo secolo. Per necessità siamo costretti a spostarci continuamente dai luoghi dove costruiamo equilibri. I Botanici nascono a Benevento e piano piano iniziano a sparpagliarsi per l’Italia. Bologna ha un ruolo centrale di sicuro, un po’ perché abbiamo lì la nostra etichetta, un po’ perché ci vive Toni. Non l’abbiamo mai vissuta come un intralcio, anche se a volte il non vivere la “sala prove” come band fa sentire la sua nostalgia.

A proposito di Bologna: la vostra etichetta è Garrincha Dischi, e il vostro produttore è Bebo de Lo stato sociale. L’anno scorso avete realizzato anche un featuring (molto bello) con Checco: Camomilla. Il clima tra gli artisti che gravitano attorno a questa etichetta sembra essere quello di una grande famiglia. Com’è lavorare insieme?
Stimolante! Garrincha Dischi è un po’ una grande famiglia, dove tutti gli artisti sono a stretto contatto e le collaborazioni nascono da una semplice chiacchiera del lunedì sera.

Domanda leggera: provate a dirci una delle formule che scrivereste in un testo di matematica applicata alle relazioni?
Sicuramente il principio di Hamilton del quale io (Toni) sono un grande affezionato: le equazioni del moto di un sistema dinamico sono un punto stazionario per il funzionale d’azione lagrangiana. Magari utilizzando questo principio uno potrebbe trovare le equazioni del moto che descrivono l’amour… ehm. No, non è vero. Però ho i miei motivi per scriverla lo stesso.

Raccontateci un po’ come è nato il pezzo e qual è il vostro rapporto con gli Endrigo.
La musica del brano nasce durante le registrazioni di un nostro vecchio singolo. Una chitarra nel giardino del Donkey Studio e questo giro di accordi che esce un po’ a caso mentre eravamo impegnati in una session di nullafacenza. Poi il testo (che parla di questa relazione andata così così) è stato scritto in un aeroporto in attesa del volo Napoli-Bologna, davanti ad un caffè tremendo (pagato 2€) e con lo stato mentale di una persona delusa.

Poi sono arrivati gli ENDRIGO a tirarci su il morale. I ragazzi li conosciamo da anni ormai. La prima serata insieme la facemmo in un posto a Bergamo (il Polaresco). Da lì siamo diventati grandi amici. C’è una fortissima stima reciproca.

Il riferimento del titolo è al famoso numero di Guida Galattica Per Gli Autostoppisti?
Sì, il riferimento alla guida galattica per gli autostoppisti c’è, ma non perché il brano ne parla. Piuttosto, c’è stato un momento particolare della vita di uno di noi nel quale quel libro ha avuto “importanza”. Comunque siamo tutti  grandi fan!

Quanto è importante la cultura pop nella scrittura dei vostri pezzi?
Qui credo che ognuno di noi potrebbe risponderti diversamente. Volendo cercare una prospettiva unificata delle nostre visioni credo però che la cultura pop conti molto poco nei nostri brani. Ci sono dei casi in cui inevitabilmente delle citazioni affiorano alla mente, e in quei casi siamo felici di farle, ma di solito parliamo di noi e della nostra visione del mondo.

State lavorando a un EP. Ci date qualche anticipazione?
No! Abbiate un po’ di pazienza e tutti i misteri saranno svelati. Comunque sarà BELLISSIMO.

L’ultima domanda la lascio per una delle vostre canzoni che mi piace di più: Capotasto. È un brano che vi ha permesso di dimostrare una grande poliedricità: insomma, i Botanici se ci si mettono scrivono un bel pezzo d’amore struggente. Ci dite qualcosa su questo brano?
Capotasto inizialmente doveva essere contenuta in Origami, stare lì, un po’ da parte, senza ambizioni da singolo. Capotasto è banalmente ciò che sembra, una dedica, un pezzo su un amore finito ma che non se ne va dalla testa. Volevo scrivere una canzone che parlasse di quella storia, che raccontasse qualche aneddoto, non so perché mi sono venuti in mente proprio quei due, deve esserci un significato inconscio che lasceremo analizzare a qualche psicologo (lol).

Chiara Grauso

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