Dream, post, shoegaze: intervista a Fabio Pocci, in arte PHOMEA

Si chiama Fabio Pocci, in arte Phomea, viene da Pistoia e ha da poco rilasciato il suo primo full lenght, “Annie”Lo abbiamo intervistato.

D: Ciao, Fabio: prima di tutto presentati ai nostri lettori.
R: Ciao, mi presento: sono Fabio, sono di Pistoia, il mio cibo preferito sono i peperoni e non bevo da circa 28 anni. Nella vita faccio il programmatore part-time, il musicista “purtroppo-quando-capita-time” ed il cantautore full-time.

D: Come mai la scelta di “nasconderti” dietro lo pseudonimo “Phomea”? E come nasce questo tuo nick?
R: Nasce tutto alla tenera età di 16 anni… All’epoca suonavo nel mio primo gruppo (facevamo cover di Oasis, Placebo, Verdena e qualche pezzo nostro). Una sera ci ritrovammo per decidere il nuovo nome del gruppo e con noi c’era anche una nostra amica che a un certo punto se ne uscì con una proposta indecente: “Potreste chiamarvi Phomea”, disse lei… Chiaramente nessuno di noi capì immediatamente cosa volesse dire, e quando lo spiegò capimmo che in realtà intendeva dire “Nomea”. Per il gruppo la cosa finì lì, perché continuammo a chiamarci Pure Place, ma Phomea diventò il nome con cui da quel momento chiamai tutte le prove di registrazioni e le uscite live che feci negli anni a seguire fino a oggi. Ovviamente, da buoni amici, le perdonammo quel clamoroso errore, senza infierire troppo… Forse.

D: Prima di intraprendere la carriera da solista hai militato in varie band (S.U.S., Sparflatz): parlaci della tua evoluzione come musicista, dai tuoi primissimi passi ad oggi.
R: Come ti dicevo prima, in realtà Phomea è nato prima di questi gruppi ed è sopravvissuto a loro, comunque continuando in parallelo. Per raccontarti i miei primissimi passi… sarò breve (ma non troppo). Tralasciando le esperienze con flauto dolce e simili, tutto inizia probabilmente con la “maestra Lucia”. A 8 anni inizio infatti a prendere lezioni di pianoforte, durate 4 anni. A 13 anni la scelta era quella di fare l’esame per l’ammissione al conservatorio, corso pianoforte, scelta bruscamente interrotta da una brutta frattura al braccio sinistro (del quale ho rischiato di perdere l’uso) che mi ha costretto a rinunciare al piano e praticamente a qualsiasi attività manuale per circa 2 anni. A 15 anni, con due amici, ho iniziato a suonare la batteria (ne abbiamo parlato prima, il famoso gruppo Pure Place). Per anni ho suonato la batteria con loro e, nel mentre nascevano le canzoni di Phomea, piano piano imparavo a mettere mano su chitarra e basso e tornavo a toccare anche il pianoforte. Tutto questo avrebbe dato vita a 5 CD autoprodotti che, al momento, una sola persona al mondo possiede (e non sono io). Più tardi inizio a suonare con i S.U.S., questa volta la chitarra elettrica, e componiamo il primo disco “Il cavallo di Troia”. Negli anni si sono susseguiti poi vari live, sia con i S.U.S. che come Phomea (es.: apertura ai gruppi americani Arbouretum e Beach House). C’è stata poi l’esperienza con i Sparflatz, dove suonavo la chitarra e cantavo, con il concept album “La quadratura dell’uomo”, progetto che poi si è in un qualche modo unito a Phomea per arrivare alla stesura dell’EP “La stessa condizione”, nel 2012, in formazione a 3 elementi. In questo periodo tornammo a lavorare seriamente anche con i S.U.S. per preparare il secondo disco, “Tristri Tropici”, che sarebbe uscito nel 2014, prodotto da Fabio Magistrali. Purtroppo il progetto S.U.S. però non sopravvisse al secondo (bellissimo) disco. L’esperienza con i S.U.S. è stata sicuramente quella che più mi ha formato negli anni. Non avevamo regole ben precise, né un unico genere di riferimento; tutto, a periodi, era armoniosamente caotico. Ci siamo ritrovati spesso a sperimentare cambi di formazioni tra di noi, sono passato dalla chitarra alla batteria, dal basso al sax, dal violino al synth, ognuno riusciva ad adattarsi per esprimere al meglio le potenzialità del progetto intero. Comunque, nel mentre che i S.U.S. finivano di esistere, il progetto Phomea acquisiva in realtà più consapevolezza di sé: sentivo sempre più il bisogno di suonare, scrivere e registrare il primo album ufficiale. Per due anni sostanzialmente ho composto i pezzi e trovato una direzione per portarli live anche da solo, con qualche loop (voce e chitarra) ed effetti vari, testandoli via via in varie date, soprattutto da Pistoia e Prato (tra cui quella in apertura a Marco Parente). Ah, da due anni sto anche esplorando il meraviglioso mondo del violoncello.

D: Dopo l’EP “La stessa condizione” (2012) quindi torni, oggi, con l’album “Annie”: parlacene.
R: Il primo album è sempre importantissimo. Questo primo album era necessario, oltre che importante. L’album è una dedica, un regalo, a mia madre, deceduta ormai 11 anni fa, e porta infatti il suo nome di battesimo, Annie. Non è facile da spiegare, da un po’ di tempo sentivo che questi pezzi comunque erano nati in quel ricordo, o forse come un tentativo di comunicare con quel ricordo. Alla fine, probabilmente, il senso della musica (o dell’arte) è questo: comunicare, che sia con le persone che conosci, che ami, odi o disprezzi, con chi non c’è più, con te stesso o con tutti contemporaneamente. Avevo delle cose da dire, che volevano uscire e farsi largo, e questo era il loro linguaggio.

D: Parlaci della gestazione di “Annie”, sia dal punto di vista compositivo che da quello realizzativo.
R: L’idea di racchiudere finalmente il mio lavoro in un album è nata circa tre anni fa. L’album è formato sostanzialmente da 2 blocchi: i brani che sono nati in questo ultimo periodo e quelli, invece, più vecchi, che nascono o rimandano in qualche modo al periodo di undici anni fa. Mi piace pensare che si possano riconoscere in questo album 2 diverse immagini dello stesso momento: quella vissuta e quella ricordata. Tutti i brani sono nati fondamentalmente da una base cantautorale, di getto, sia la parte musicale che i testi e melodie e si sono materializzati prima nella loro forma live. Una volta scelti i brani, dopo una sessione live di 7 date di preparazione, ho iniziato a registrare i provini. Vista la dedica speciale del cd a mia madre, è stata chiara fin da subito la scelta di realizzare tutto il lavoro in autonomia, come un vero e proprio prodotto di artigianato. Tutte le parti sono infatti composte, suonate e registrate da me, così come il mix (il master invece è stato fatto all’Orange Studio di Montecatini) e le grafiche che accompagnano la versione fisica del disco. Chiaramente, questa scelta mi ha portato ad un carico di lavoro immenso; c’era innanzitutto da trovare le parti dei vari strumenti inseriti nei brani, registrarli come provini per poi affinare il tutto prima del mix finale. Durante il periodo di provini/registrazioni partivo da casa munito di computer, chitarra in spalla, borsa della Conad con effettistica varia in una mano e scheda audio / cuffie nell’altra. Arrivato in saletta microfonavo la batteria con 4 Shure SM58 e iniziavo a lavorare su un pezzo, facendo prima una traccia guida chitarra e voce per poi iniziare a studiare la parti degli altri strumenti, partendo da batteria e basso. La sessione durava 3-4 ore, dopo le quali dovevo rimettere tutto a posto, compresi i microfoni usati sulla batteria. La sessione continuava poi la sera, a casa, con ascolti e pre-mix atti a confermare, editare o scartare le varie parti. Finita la faticaccia della composizione e registrazione (stancante ma sicuramente molto appagante!) mi sono messo a pensare all’artwork. Non volevo la solita uscita digipack o jewelcase, così ho pensato a questo libretto 14cmX20cm con mie illustrazioni, realizzate durante il riascolto del disco.

D: L’album rimanda molto a sonorità 90’s di vario genere, principalmente indirizzate verso il dream, il post, lo shoegaze: a quali artisti ti ispiri, principalmente?
R: Diciamo che di solito non mi soffermo mai troppo sul genere, ma più sull’intenzione del brano. L’ultima cosa che volevo era realizzare un disco seguendo un genere ben preciso, mi piace lasciarmi trasportare e non porre limiti a come si possono evolvere i pezzi. Certo, le influenze ci sono e, soprattutto riascoltandolo dopo, si sentono! Sicuramente si sentono anche artisti ai quali sono molto affezionato come Afterhours, Damien Rice, Radiohead, Giorgio Gaber, Battisti, CSI e CCCP, U2, Pavement, Sonic Youth, Eels, Marco Parente e Paolo Benvegnù. Alla fine, credo che sia uscito un disco molto variopinto ma con una sua coerenza interna molto forte.

D: Progetti attuali e futuri?
R: Al momento stiamo lavorando tutti per promuovere il disco al meglio delle nostre possibilità. Diciamo che la componente indipendente del disco e della promozione non aiuta, così come la mancanza di un genere ben preciso nel quale essere inquadrato. Quindi progetti attuali: suonare il più possibile per presentare il disco! Accetto suggerimenti e inviti. Nell’immediato futuro uscirà un video (del primo singolo estratto dal disco, “Mi manca un gesto”) e pensavo di realizzare a breve un EP con le versioni live di alcuni pezzi: i brani live sono molto diversi da quelli del disco e sono curioso di sentirli su disco. Non mancherò di farvi sapere quando succederà!

D: Saluta i nostri lettori.
R: Intanto vorrei ringraziarvi, RockON per questa intervista e l’intrepido lettore giunto fino a questo punto. Che dire, se siete arrivati fino a qua magari vi ho incuriosito, fatto pena o rabbia, in ogni caso non sono passato indifferente. Se volete seguire un po’ le mie avventure mi trovate su Facebook, Instagram, sul sito e, naturalmente, Spotify. Mi fa piacere se mi scrivete. Mi fa piacere se passate da un concerto e ci fermiamo a fare due chiacchiere. Ciao, a presto su questi e altri canali!

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