30 anni di AFTERHOURS: intervista a Rodrigo D’Erasmo

La band di Manuel Agnelli, dopo gli impegni con le selezioni di X-Factor, festeggia 30 anni di carriera con un tour estivo. In occasione del concerto all’Home Festival 2017 di Treviso abbiamo fatto quattro chiacchiere con il violinista e chitarrista Rodrigo D’Erasmo.

Siete quasi giunti alla fine del 30 Summer Tour che celebra trent’anni di Afterhours. La tua avventura è iniziata successivamente, ma vorremmo sapere qual è stato secondo te il segreto che ha permesso alla band di restare così a lungo nel panorama musicale italiano mantenendo sempre un livello notevole.
Secondo me si tratta della capacità di mettersi in gioco costantemente e non aver paura di cambiare. Partendo dalle line-up, fino alla proposta musicale. Credo che ci sia sempre stata una libertà e una lucidità di visone, da parte di Manuel ovviamente che è quello che c’è da sempre, e soprattutto c’è stata un’urgenza di comunicare che fino ad ora non è mai svanita dandosi anche il tempo di tornare ad avere quell’urgenza, perché fare i dischi in catena di montaggio quasi sempre ti fa fare delle cazzate o comunque ti fa fare degli album minori perché non sempre si può avere l’ispirazione e il materiale sufficiente per raccontare qualcosa di veramente incisivo e che lasci un segno. In questo noi ci siamo sempre e solo mossi quando c’era l’urgenza di dire qualcosa e infatti nella nostra storia ci sono sempre quattro anni di distanza fra un album e l’altro e credo che questo faccia sì che la gente abbia tempo di metabolizzare il disco precedente e ovviamente aspetti moltissimo quello seguente e che comunque quest’ultimo sia il frutto di quattro anni di vita. Quindi inevitabilmente c’è tanto da dire, poi se la riduci a 12-14 brani, quattro anni di storia sono tanti se uno si da il tempo di vivere per tornare ad avere qualcosa da dire.

In questo tour non avete suonato a Milano perché anche dalla vostra pagina Facebook è stata annunciata una grande sorpresa per il 2018. Puoi darmi un’anticipazione?
Ovviamente no! Ci daremo il tempo di chiudere il tour con calma, di riorganizzare le idee e i piani per l’anno venturo e in autunno sicuramente faremo l’annuncio.

E nello stesso annuncio avete dichiarato che vi prenderete una lunga pausa…
Eh sì, l’ultimo episodio sarà questa sorpresa per il 2018 e poi l’idea è quella di fermarci per un po’ per il discorso che facevo prima, cioè siamo un po’ logori dal troppo lavoro; nel senso che negli ultimi tre anni abbiamo scritto tantissimo dall’uscita di profili ancora di più, nel mezzo c’è anche la nuova avventura televisiva che comunque impegna molto me e Manuel per quattro mesi l’anno, quindi si riduce sempre più il tempo per poter campare al di fuori della musica e trovare stimoli e avere qualcosa di nuovo da raccontare. È per questo che abbiamo bisogno di fermarci e scomparire un po’.

A prescindere dalla musica, quindi Afterhours e X Factor, vi dedicherete a qualcosa di non legato prettamente all’ambito musicale?
Questo non te lo so dire ora, ma non credo perché quello che amiamo fare è sempre musica, quindi un legame con la musica ci sarà sempre. Ci sono cose parallele e a tratti tangenti che sono ad esempio gli impegni di Manuel che chiaramente io supporto e se posso contribuisco per tutto ciò che riguarda la burocrazia del mondo della musica e quindi tutta la parte legata alle regolamentazioni del mestiere del musicista e quant’altro. Quindi questa è una parte di impegno che lui porta avanti da anni e sicuramente nemmeno io ho intenzione di abbandonare. Dopo questo l’altra cosa che ci piace molto è l’interazione tra il mondo delle arti ed in questo senso avere un po’ più di tempo a disposizione ci è utile. Ad esempio l’anno prossimo potremmo tornare ad occuparci del mondo dei festival per creare connessioni tra diverse arti senza fare solo esclusivamente musica in quanto siamo molto appassionati d’arte in senso più ampio anche e quindi avere l’occasione di unire le arti figurativa, la letteratura, la danza e molto altro al nostro mondo è fantastico.

Sì, come Hai Paura del Buio…
Esatto! È sempre un’occasione di stimolo e anche da lì nascono cose molto interessanti. I festival negli anni, come fu all’epoca il Tora! Tora! e anche per noi Hai paura del buio? e un altro festival che avevo pensato io che si chiamava Godai; le esperienze dei centri sociali in Italia, sono tutte sacche di creatività e cultura da cui attingere per il percorso personale.

Com’è stato ritrovarsi con Giorgio Prette dopo tanto tempo?
Molto emozionante. Era la cosa da fare perché non ha alcun senso fare un trentennale senza coinvolgere Giorgio che è stata un colonna portante degli After insieme a Manuel, e quindi è stato un incontro molto naturale perché ci siamo ritrovati insieme sul palco come se avessimo smesso una settimana prima, nonostante fossero passati 2 anni è stato molto facile e molto bello e ha aggiunto una marcia in più anche a livello di stimolo alle date che abbiamo fatto insieme.

Dopo l’avventura di X Factor è cambiato un po’ il pubblico degli Afterhours?
Secondo me rispetto a prima c’è stata un sacco di gente che si è incuriosita nei confronti del nostro genere. Non fare pop è un ostacolo non indifferente nel nostro ambiente. Probabilmente saranno andati su Spotify per curiosità e forse saranno rimasti un po’ shoccati dalla nostra proposta musicale e forse non si sono avvicinati più di tanto. Un po’ di curiosi li abbiamo incontrati ed è sempre un piacere perché è interessante vedere anche come si possa arrivare ad una proposta così particolare come la nostra tramite uno strumento di massa. Alla fine però penso che la situazione non sia cambiata molto. La cosa, che è successa anche dopo Sanremo, è sicuramente una consacrazione del progetto in termini di “nazionalpopolarità” e questa cosa è avvenuta chiaramente passando tramite il nuovo personaggio “Manuel Agnelli”. E questo fa sì che il progetto in qualche modo sia un po’ sulla bocca di tutti e qui di abbia una potenza di fuoco diversa a livello comunicativo e di mass media e questo non può che farci piacere perché, come fu per Sanremo, è un modo per veicolare il nostro messaggio e avere libertà d’azione anche tra festival e impegni sociali o anche politici in qualche modo perché la comunicazione nella musica significa anche fare politica nel nostro piccolo. Ed è chiaro che con un minimo di popolarità e visibilità si è più credibili e si viene ascoltati di più e si riesce anche a “rompere” di più.

Ultima domanda: Quali artisti emergenti ti stanno colpendo ultimamente a livello musicale e non solo?
Sinceramente a livello nazionale faccio davvero fatica. Rintraccio qualcosa in più sul fronte dell’hip hop perché c’è un po’ più di fermento e si muove tanta roba e allora mi viene in mente qualcosa di interessante. Ad esempio Ghali è uno che quando l’ho ascoltato mi ha colpito -anche Salmo mi piace molto ma ormai forse non è più collocabile nella categoria giovani emergenti-andando poi a sentire meglio il disco di Ghali, dico la verità, alla fine faccio fatica ad arrivarci, non tanto per la produzione perché è un qualcosa che mi interessa, ma proprio perché secondo me non hanno nel DNA la logica dell’album; fanno proprio fatica a strutturare qualcosa che abbia la resistenza e la forza di un concept, perché è una cosa un po’ impegnativa.
Nel nostro mondo, quello del rock e affini, sinceramente non trovo attualmente nulla in termini di progetti interessanti perché le cose interessanti che sento sono sempre in qualche modo rimescolamenti di gente che ormai è nel giro da parecchio tempo, ad esempio il nostro batterista, Fabio Rondanini (Calibro 35) ha fatto un progetto che penso uscirà in autunno o forse all’inizio dell’anno prossimo. Lui e Adriano Viterbini dei Bud Spencer hanno fatto una specie di crossover molto interessante tra musica africana, rock ed elettronica, veramente molto interessante ma sono sempre i soliti noti. Mentre cose veramente nuove, ad esempio qui all’Home anche nei progetti e nelle proposte più “piccoline” non ho trovato nulla che mi abbia fatto saltare sulla sedia.

Thanks to Camilla Franceschini

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