Intervista a WAKO: ”Se non lo facciamo noi giovani, chi può farlo?”

Wako, nome d’arte di Walter Coppola, classe ’97 è una delle nuove leve della scena urban italiana. Un cantante dai molti interessi visto che lavora anche come fotografo per artisti ed importanti brand (i suoi ultimi scatti per la campagna Kappa sono visibili nelle vetrine de La Rinascente, a Milano, ndr).

Vive a Milano ma ha origini campane e nella sua musica riecheggia un sound internazionale che vive di periferie e allo stesso tempo di grandi metropoli, con una visione cristallina e malinconica della vita adolescenziale italiana. Sono usciti i primi due singoli “Dubai e “Non sei più qui”, caratterizzati da una scrittura sincera e realistica, a tratti ancora acerba ma forse per questo ancora più vera e diretta.

In questa intervista facciamo quattro chiacchiere con Wako parlando di musica, del nuovo che avanza musicalmente in Italia e di come è vivere oggi in una società tendente al futuro.

Wako, per rompere il ghiaccio, presentati al nostro pubblico.
Ciao, sono Wako e canto, scrivo canzoni per me e a volte anche per gli altri. Quando non canto, scatto foto per agenzie o etichette discografiche o, banalmente, per me.

Guardando il tuo profilo Instagram possiamo notare che ti cimenti in cover di artisti delle nuova generazione del pop, sia italiana che internazionale. Quali sono le tue principali influenze musicali ed ispirazioni? Come ti rapporti all’attuale scena pop che è sempre più florida e apprezzata dalla critica?
Sì, a volte mi capita di cantare cover nelle mie stories di Instagram di cantanti che apprezzo. Questa cosa mi diverte. Diciamo che non ho punti fissi nella musica, vado molto a intuito a seconda di ciò che mi piace in quel momento. Ultimamente sto ascoltando molti canti italiani come: Mecna, DARRN e Venerus. Prendo influenze da vari artisti insomma. Frank Ocean e Ryan Beatty mi rispecchiano tanto sicuramente.

So che sei molto vicino a due grandi artisti della scena pop italiana con una forte influenza della musica pop americana, cioè il già citato Mahmood e Sergio Sylvestre. Qual’è il tuo rapporto con loro e quanto influiscono sulla tua arte?
Mi viene da sorridere ascoltando questa domanda: molte volte ho subito critiche solo perché alcuni artisti sono miei amici. Diciamo che mi piace avere amicizie che mi facciano crescere, che mi diano qualcosa a livello umano oltre che prettamente artistico. Mahmood e Sergio sono due persone che stimo da sempre. Ale (Mahmood, ndr) mi ha insegnato sempre ad insistere sulle proprie idee e a crederci sempre anche quando non ti caga nessuno. Sergio sicuramente mi ha fatto capire che in chiunque si può trovare qualcosa di buono. Entrambe cose importanti, in cui non è facile credere se non si ha tanta speranza e determinazione.

Oltre alla musica, hai una carriera e passione nella fotografia che ti ha portato a lavorare con artisti celebri e grandi brand. Ascoltando i pezzi per ora usciti, c’è una narrazione molto descrittiva che racconta ogni momento come fosse un’istantanea. La fotografia quanto ispira la tua musica?
La fotografia e il fare musica vanno di pari passo. Si influenzano tra di loro. Se non scattassi foto non scriverei così. Voglio che i testi che scrivo creino delle foto e delle immagini ben precise da farle visualizzare a tutte le persone che ascoltano i miei brani.

“Non sei più qui”, l’ultimo singolo uscito il 13 novembre, è un pezzo molto malinconico che ricorda molto Frank Ocean o Sam Smith. Questo mood malinconico, nostalgico e riflessivo sarà presente anche nei tuoi prossimi lavori?
Ovvio. Non riesco a scrivere mai quando sono felice! (Ride). La malinconia fa parte di me e quando scrivo esce fuori anche senza che io me ne accorga. Mi piace come hai accostato il mio sound urban a quello internazionale. È proprio quello che cerco di fare. Portare un sound non italiano qui. Siamo nel 2019 e le influenze dal mondo si devono sentire. Odio chi non accetta la globalizzazione e la libertà di espressione. Dobbiamo creare sempre novità. Se non lo facciamo noi giovani, chi può farlo?

Hai origini campane ma vivi a Milano, un essere “fuorisede” che ti accomuna molto alla tua freschissima generazione. Come vivi questo rapporto fra due realtà così diverse?
Esatto, sono di origini campane ma vivo ormai da quattro anni a Milano. Questa città mi ha dato e tolto tanto. Ha rafforzato le mie idee e il mio modo di vedere le cose. Qui è tutto così frettoloso che vivi trentamila cose così velocemente che non ti rendi nemmeno conto di cosa ti succede ogni giorno. Milano mi ha fatto innamorare, mi ha spezzato il cuore e mi ha insegnato a bere più alcol per non pensarci (ride). Mi ha spinto a far festa più spesso e a conoscere gente a caso senza timore di essere ciò che sono, senza limiti. Milano… devo dire la verità, mi ha anche tolto un po’ di bontà verso gli altri, i miei riferimenti di sempre, la mia famiglia che vive giù. In Campania mi resta sempre un pezzo di cuore. I miei nipotini e la mia famiglia che mi supportano sempre, anche nei periodi meno belli. Quando scrivo le mie canzoni vado sempre giù in Campania. È come se fossi distaccato dal mondo, mi aiuta a pensare. Infatti i pezzi più fighi li scrivo sempre lì.

Ci puoi dire qualcosa sulle tue prossime uscite e sui tuoi progetti per il futuro?
Beh, che dire. I miei progetti futuri sono abbastanza visionari (ride). No, dai sicuramente continuerò a scrivere e far uscire musica, scattare campagne e robe fighe. Magari un giorno fare un disco non sarebbe male.

Ultima domanda per conoscerci un po’ meglio: ci puoi dire un libro che ti ha colpito molto?
Sono molto legato ad un libro in particolare che mi ha colpito fin da piccolo: si chiama “La venditrice di sogni” di Marinella Ciancia. La scrittrice è un’amica di mia sorella. Racconta di questa signora che si mette sulle scale di una chiesa conosciuta di Napoli e la gente va lì per raccontarle i propri sogni o quello che le è successo nella vita. Ci sono alcune storie che veramente ti colpiscono l’anima. Ve lo consiglio di cuore.

Gianni Giovannelli

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