VANARIN – EP2

Dopo quasi due anni dalla pubblicazione del loro primo album, “Overnight”, due anni non certo di silenzio, ma di concerti, di tour e di palchi, anche in condivisione con gruppi quali i The Winstons e i Fast Animals and Slow Kids, i Vanarin tornano con un nuovo prodotto, EP2.

Le cinque tracce di quello che è, per l’appunto, un EP, si fanno manifesto di quella necessità di cambiamento che li ha evidentemente accompagnati nel corso degli ultimi anni, un’evoluzione che rimane tuttavia fedele a quelli che erano gli elementi più caratteristici della band.

Si definisce quindi una nuova produzione che sviluppa delle sonorità quasi oniriche, pescando da una moltitudine di generi che vengono rielaborati in un risultato unico. Forse il lavoro più complesso è proprio quello di inquadrare in una singola tipologia questo eclettico gruppo, che spazia e raccoglie in sé sound che vanno dall’electro, al synth-pop, al dream, psych-pop, ammiccando al funky, al beat e all’ r’n’b.

Date per ovvie le più evidenti ispirazioni, come possono essere i Beatles, riecheggiano violenti gruppi come i Pink Floyd, ma anche i Tame Impala, arrivando anche ai Kraftwerk o ai Soft Cell; si delineano così delle tracce che, al suono inconfondibile del sintetizzatore, vanno a costruire un pop molto fluido, fruibile ad un grande pubblico, ma che impone, quasi subliminalmente un secondo ed un terzo ascolto, per essere apprezzato a pieno, sia nei testi, che nella moltitudine di sonorità. Nessun arrangiamento è lasciato al caso, in una composizione che risulta quindi estremamente armonica, bilanciata e travolgente al contempo.

All’ascolto, l’EP risulta complessivamente unito, in un flusso unico e coerente, che non cade mai nella banalità, alternando tracce più lente a sound più ritmati.
E’ facile quindi scivolare in questo vortice con la prima traccia, “A feeling no longer felt”, che costituisce un primo approccio all’ascolto, trascinando in sonorità quasi metafisiche, che strizzano l’occhio ad arrangiamenti elettronici. Questo riferimento a quello che sembra lo space rock anni ’70, rimane una costante caratteristica di tutto il disco.
Già con la seconda traccia “Don’t pick me up” il ritmo diventa più incalzante, in un’esplosione di neopsichedelia. La creazione di questo muro di sonorità, quasi stranianti, che confondono e distraggono da quelli che sono i suoni che ci aspetteremmo da una chitarra elettrica o da una batteria, si consolida in “Her heart”, in cui si manifesta più evidentemente l’influenza dell’alt-pop d’oltremanica, che rimane sempre un riferimento anche grazie alla scelta dell’inglese come lingua madre della loro produzione.
Segue “Orange Juice” in cui la chitarra elettrica si fa più evidente, ad accompagnare il ritmo della batteria, propendendo per un rock più evidente, benché pur sempre schermato da una patina alt-psych-pop.
L’ultima traccia “Us People” conclude l’EP con un sound più incalzante, che ricorda alcune produzioni del pop psichedelico anni Ottanta, abbandonando l’ascoltatore con un sintetizzatore ritmato che si insinua visceralmente costringendo a battere il ritmo, accompagnando la musica, e lasciando un retrogusto che spinge a premere di nuovo play e ricominciare.

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