GENERIC ANIMAL presenta Presto: quando il racconto personale è una storia generazionale

Generazionale agg. – Che riguarda la generazione, come processo generativo, oppure più generazioni, come complesso di persone nate in un determinato periodo di tempo, nel loro reciproco rapporto.

Come fanno un disco autoreferenziale ed un autore piuttosto introverso a dare vita a qualcosa in cui riflettersi fin dal primo ascolto, qualcosa che allo stesso tempo è personale e generazionale?

Ce lo spiega Luca Galizia, in arte Generic Animal, presentando ad un gruppo di giornalisti, ristretto per una conferenza, ma abbastanza numeroso da scatenare un po’ di ansia a capotavola, il suo terzo album in studio. Pubblicato a poco più di un anno dall’esordio, Presto, uscito il 21 febbraio per La Tempesta/Island Records, è prodotto da Fight Pausa, amico e sodale dell’artista nel progetto Leute.

Tutto troppo Presto. Dalla provincia di Varese al sottotetto milanese, dal garage di casa ai palchi e festival di mezza Italia: poco sembra essere davvero cambiato per Luca da quando ha mosso i primi passi nel mondo della musica, dalle prima band fino alla svolta da solista. 12 brani, quelli di Presto, che non tradiscono i punti fermi dell’artista: scrivere con la chitarra in braccio e GarageBand, insieme agli inseparabili disegni – piccole creature, mostri senza specie e sesso, animali generici, per l’appunto – retaggio dell’Accademia di Belle Arti di Brera, e un po’ di gocce per dormire.

Generic Animal © Domenico Nicoletti

Generic Animal disegna, ma non solo il mostriciattolo che ha dato origine al suo nome. Disegna quando scrive, moltiplicando metafore e metonimie, usando poche, vincenti parole, generatrici di immagini iper-definite, reali, vive, in cui il disagio della sua (e mia) generazione viene dipinto con tinte fredde, proprio come il viola che Luca ha scelto come colore guida per questo nuovo album, per l’omino della cover, persino per la sua stessa faccia.

Presto, come i due album precedenti, sfida le etichette, i generi, ma li supera in quanto a profondità – se vogliamo complessità – dei testi, arricchiti dalla componente musicale, che tornerà protagonista anche nei live, con la band. Là dove il post-rock incontra l’emo, la trap si fonde con il math rock, e il soul/r’n’b con l’hip-hop – un posto che per tutti gli altri non esiste, per intenderci – c’è Generic Animal, che fa della fluidità una bandiera, la sua imbattibile forza ed unicità. “L’emo è diventato emo quando è finito. Gli American Football non si sarebbero mai definiti così“, dice, “finché dare delle etichette aiuta qualcuno a capire, a me sta bene, ma onestamente non riesco a dire che genere faccio”, al massimo, dice scherzando, “faccio indie triste, o strano”.

Nel suo romanzo di formazione Generic Animal ha “tirato in mezzo” degli amici, sdoganando quello che è diventato il dogma del feat. cercato, pensato, magari anche forzato. La delicata e ipnotica voce di Joan Thiele ha aggiunto, una volta terminato, un tocco inconfondibile a Comobynight; Massimo Pericolo, una volta ascoltato l’album non ancora terminato, ha voluto dire la sua su Scherzo, scrivendo in un’ora la sua strofa. “Io e Vane (Massimo Pericolo) veniamo dalla stessa zona, ci siamo sempre guardati e rispettati musicalmente, questo feat. è stata una cosa spontanea, doveva esserci”.

Oltre al contributo di Jacopo Lietti, a Nicolaj Serjotti, rapper, è completamente affidata Alveari, mentre la title-track conta sul rapper romano Franco126, che, visti i legami e le numerose collaborazioni con la Love Gang (Ketama126, Pretty Solero), Generic Animal segue e stima fin dagli inizi.

Generic Animal © Domenico Nicoletti

L’amore, il lavoro, i tour, l’infanzia e l’adolescenza vengono analizzati e sviscerati nei testi del disco con intima naturalezza e sorprendente quotidianità. I temi personali diventano temi universali, e viceversa. Sorry racconta la storia di una relazione finita, Volvo lo sfaccettato rapporto con il padre.

Nirvana si fa portavoce della nostalgia del mai vissuto. La generazione Z è infatti, per antonomasia, quella dell’“avrei voluto esserci ma…”, quella che, dice Generic Animal, menzionando nel brano quel concerto dei Nirvana nel paese accanto al suo, “vive nei ricordi degli altri, li fa propri, li usa finché servono a qualcosa, poi li dimentica”, complice la velocità con cui le cose vanno e vengono. Un tempo frenetico, quello che ha scandito gli ultimi anni di Luca che, a poco più di un anno dal suo esordio. conta già un tour che ha fatto tappa in tutta Italia, includendo i festival più importanti (MI AMI, TOdays) e moltissime collaborazioni – alcune finite, altre non – con nomi di spicco della scena hip-hop e trap.

Se pezzi come Promoter, 1400 e 700 raccontano un po’ di quello che è stato il lavoro dietro ai live dell’ultimo anno, l’ansia da palcoscenico (Mi viene da vomitare / Su sto palco da svenire / Manco fossi a San Siro / Non so proprio come fare), le 80 date e anche gli inconvenienti, come quei 700 euro persi durante una di esse, sta invece a Generic Animal raccontarci – e anticiparci – qualcosa sul nuovo tour, in partenza la prossima settimana. 11 date nei club più importanti d’Italia (Viper, Locomotiv, Monk, Hiroshima) che si apriranno con la prima in Santeria Toscana 31, mercoledì 26 febbraio.

Generic Animal © Domenico Nicoletti

Dopo un intenso mese di prove in saletta e un grande lavoro sui nuovi e vecchi pezzi, alcuni dei quali sono stati completamente riarrangiati, gli chiediamo cosa possiamo dunque aspettarci dai live. “Una band con il cantante che suona”, dice scherzando, non senza anticipare gli ospiti Massimo Pericolo e Nicolaj Serjotti, insieme a lui sul palco nella data milanese, per una grande festa che non mancherà di altre sorprese.

Chiude il cerchio, e l’album, Scarpe #2 – antitesi di Scarpe #1, il primo pezzo di Emoranger – e lascia, così come Generic Animal al nostro tavolo, una porta spalancata sul futuro. “Ci sarà sicuramente una Scarpe #3“, ci dice, e noi non vediamo l’ora di ascoltarla.

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About the author

Giulia Manfieri

Giulia Manfieri

Nasco nel 1996 ad Asti, ma ascolto musica da qualche tempo prima. Cresciuta a pane e Police, papà suona il basso e la chitarra e mi porta con lui ai concerti fin dalla tenera età. Raggiunta l’adolescenza gli restituisco il favore a base di Green Day. Con gli anni mi trasferisco a Milano, dove a settembre 2018 mi laureo in Economia e Gestione dei Beni Culturali. A volte romantica, troppe volte cinica e infaticabile quanto basta, mi definirei un complicato intreccio di arte, musica e fotografia.

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