Intervista ai MARLENE KUNTZ

gennaio 30, 2009 by Luca Doldi  
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Di Annalisa Michelangeli.

Giovedì 29 gennaio, in un ambiente “minimal” e molto luminoso della casa discografica EMI Music Italy di Milano, si è svolta la conferenza stampa dei Marlene Kuntz. Erano presenti il carismatico frontman: Cristiano Godano e il chitarrista storico: Riccardo Tesio che hanno presentato l’imminente uscita (30 gennaio) del primo “Best of”. Il nuovo prodotto include 17 pezzi estrapolati dai sette album e da due EP che la band piemontese ha realizzato nella sua ampia e stimata carriera dal 1994 al 2007. Alcuni titoli: Festa mesta, Nuotando nell’aria (da “Catartica”, 1994), Retrattile (da “Il Vile”, 1996), L’Odio migliore (da “Ho ucciso Paranoia”1999), La Canzone che scrivo per te, (da “Che cosa vedi”, 2000), Schiele, lei, me (da “Senza Peso”, 2003), Bellezza (da “Bianco Sporco”, 2005), Musa (da “Uno”, 2007). Il Best contiene inoltre un brano inedito: Il Pregiudizio e tre cover di memorabili pezzi del cantautorato e progressive italiano: Non gioco più di Mina, La libertà di Giorgio Gaber e Impressioni di Settembre della PFM in versione inedita.

Marlene Kuntz

Marlene Kuntz

Cosa rappresenta per voi Marlene Kuntz un Best?

Cristiano Godano, Riccardo Tesio: Il Best rappresenta sostanzialmente un’operazione discografica che giunge dall’etichetta. Non è propriamente un’esigenza dell’artista o della band. Non siamo però contrari all’idea della raccolta, è una bella cosa soprattutto perché dopo anni di impegno e lavoro anche un Best può far conoscere la nostra musica, magari a chi non ci ha mai ascoltato e non è un fan. Un mezzo per arrivare a una più larga fetta di pubblico.

Nel Best c’è un inedito: Il Pregiudizio. Come è nato e di cosa si parla nel testo?

C.G.: L’inedito è stato scelto da tutta la band su tre opzioni. Risale a settembre- ottobre ed è un pezzo piuttosto rocckeggiante, non esattamente una ballata. Il testo risponde all’esigenza di parlare o, meglio sparlare del pregiudizio che è cosa negativa. Questo, ciò di cui raccontano le strofe, perché poi, nel ritornello mi sono accorto che esso è una realtà inevitabile, una debolezza dell’umanità e quindi esiste pur se lo si voglia ignorare.

E la scelta delle cover?

C.G.: La scelta è stata generata più che altro dalla curiosità e volontà di destreggiarsi con pezzi non nostri e diversi dalla nostra linea musicale, con l’intento di generare, a nostra volta, curiosità nell’ascoltatore. “Impressioni di Settembre” è un pezzo che mi ha colpito sin dall’adolescenza, lo ascoltavo molto già da allora. Abbiamo mantenuto per esso una struttura intatta, dando l’impronta rock con le nostre chitarre. È stato registrato live, suonato da tutti i componenti della band (oltre a Godano e Tesio, Luca Bergia, batteria, Davide Arneodo, polistrumentista e Luca Lagash Saporiti, basso). Suona bene anche in radio e tv. “Non Gioco più” è stata una scommessa per misurarsi con qualcosa di lontano dal nostro mood, abbiamo ricevuto i complimenti di Mina, cosa che ci ha fatto immenso piacere. Per quanto riguarda “La libertà” di Gaber, mi riconosco nel suo modo di concepire la libertà, sono in sintonia con l’essenza del pezzo: inno all’individualità, ossia l’esortazione a partecipare attivamente alla propria vita, senso originario che successivamente è stato frainteso adducendo una patina “politicizzante”.

Quali sono i futuri progetti dei MK?

C.G.; R.T.: Fino al 28 febbraio saremo in tour nei teatri di tutta Italia. Suonare nei teatri ci diletta moltissimo. È un modo per diversificare e completare il nostro modo di esprimerci. Il teatro è un luogo in cui il concerto si cala in un’atmosfera intima e magica, cosa che purtroppo, non si riscontra nei club, luoghi più chiassosi e poco “composti”, dove comunque riprenderemo a esibirci dalla fine di marzo. Andremo anche a Londra e poi inizieremo a lavorare al disco nuovo.

Fabertech?

gennaio 26, 2009 by Luca Doldi  
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Ieri mi sono recato a Genova per approfittare dell’accoppiata di mostre Lucio Fontana – Fabrizio De Andrè al Palazzo Ducale.

La mostra di Fontana l’ho trovata splendida, una panoramica su tutto il suo lavoro e su tutta la sua arte in ogni sua applicazione. Ma non è di questa che voglio parlare, altrimenti non avrebbe senso scriverne sul blog. L’argomento di questo mio intervento è la mostra di De Andrè.

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Fabrizio De Andrè

Avevo già sentito parlare di questa mostra come una mostra interattiva, tecnologica ed ero molto curioso a riguardo.

La prima sala che si presenta al pubblico è la cosiddetta Sala degli schermi. Nella quale su sei schermi trasparenti messi uno in fila all’altro vengono proiettate immagini, testi e interviste raggruppate in sei grandi differenti tematiche che il Faber ha più volte raccontato nelle sue canzoni. Per ogni schermo, associati al testo di tre canzoni, ci sono immagini che riguardano fatti attuali. A testimonianza del fatto che i temi trattati nelle sue canzoni sono attualissimi e forse eterni. Inoltre ogni tematica (Genova, le donne,  l’anarchia,gli ultimi, la guerra, la morte) è corredata da una breve intervista in cui l’artista spiega il perché ha affrontato così frequentemente questi temi durante la sua carriera.

Sulla parete che costeggia la fila di schermi si trovano esposti una serie di cimelii. Come quaderni, lettere, manoscritti, appunti presi sui libri, addirittura una pagella del liceo. Il tutto è forse un po’ troppo compresso e bisogna farsi strada fra le teste delle persone per leggere e vedere, ma sono “reperti” interessantissimi, che danno una splendida panoramica sull’Uomo più che sull’Artista.

Seguendo l’ordine che il sito della mostra offre, dopo questa sala ci sarebbe la Sala della musica.

Ma essendo io un esperto nello sbagliare i percorsi delle mostre, qualcuno direbbe “mi piace farmi un percorso personale invece di seguire quello imposto”, mi ritrovo nella Sala della vita.

Improvvisamente alla pace e solennità della prima sala si sostituisce un inferno da ipermercato durante il primo giorno di saldi. “Guarda questo”, “No, Cambia”, “No dai questo è noioso”, “Cos’è questo?”, “Prova”… prima di capire il funzionamento della sala, ho avuto l’impressione di assistere a un gigantesco scambio di figurine parlanti, “Celo, celo, manca”.

In sostanza ci sono dei treppiedi nei quali si possono inserire delle foto su lastre di plexiglass (messe in ceste appoggiate su un tavolo, al centro della stanza). Una volta inserite le foto vengono proiettati dei video con delle testimonianze di amici, colleghi o parenti.

Indispettito dalla situazione e impossibilitato a capire qualcosa dei video che vengono proiettati (proiettati per qualche secondo per poi essere sostituiti per vedere cosa c’è d’altro, tipo zapping televisivo) cambio sala e approdo nella Sala dei tarocchi.

E’ la sala più ampia di tutte, qui si trovano le carte che hanno formato la scenografia di uno dei suoi concerti (immagini che molto spesso vengono utilizzate in televisione). La sala è dedicata ai vari personaggi che Fabrizio ha descritto in molte sue canzoni. A rotazione serrata, vengono diffusi venti o trenta secondi di ogni canzone, su tre pannelli centrali vengono proiettati dei filmati con degli attori che dovrebbero rappresentare questi personaggi. Dovrebbero, perché in realtà sono filmati quasi imbarazzanti, interpretati malissimo, senza un vero senso se non quello di dare una mera immagine al testo e catalizzare l’attenzione dei presenti. Immagini che quasi ridicolizzano le canzoni.

Il mio senso di fastidio aumenta quando mi accorgo che su una parete ci sono dei giochi, non trovo altra definizione, per realizzare il proprio tarocco personalizzato e inviarlo via mail al proprio indirizzo. Praticamente una sorta di gadget personalizzato, una specie di souvenir di De Andrè.

Cambio sala e spetta alla Sala della musica confermare il mio totale fastidio verso il modo in cui sono state allestite queste ultime. Il concetto è lo stesso della Sala della vita, con la differenza che al posto delle foto ci sono i suoi Lp in vinile. Poggiando gli Lp sui tavoli viene proiettata una storia. Stessa atmosfera da zapping, stessa confusione. Delle foto splendide di Fabrizio messe una sopra l’altra, alcuni cimelii di incredibile valore relegati negli angoli della stanza, come se fossero dei soprammobili qualsiasi.

Infine la Sala del cinema, dove in uno spazio ridotto vengono proiettate molte ore di filmati inediti e rari, live, interviste, nella quale quasi non si riesce ad entrare.

fabriziodeandr

Fabrizio De Andrè

C’era bisogno di tutta questa “tecnologia” per questa mostra? C’era bisogno di trasformare De Andrè e la sua arte in una collezione di figurine parlanti, in un juke-box, in un tarocco personalizzabile?

Probabilmente lo si è fatto per avvicinare i giovani, per avvicinare più gente possibile. Ma i giovani se vogliono qualcosa di interattivo giocano con la playstation e con la Wii, per farsi le immagini personalizzate c’è internet. Quando un ragazzo va a vedere una mostra è per trovarci qualcosa di diverso da quello che gli offre il mondo dell’intrattenimento con il quale sono a contatto tutti i giorni, in ogni momento.

Difatti tutti quei giochetti interattivi che costellavano la mostra erano comandati perlopiù da adulti. I ragazzi, che erano tantissimi alla mostra, si appassionavano nel vedere le cose reali, come la pagella di De Andrè davanti alla quale molti notavano divertiti il 5 in italiano scritto.

Era necessario accostare la sua arte a questo modo superficiale di fruirla, a questa modalità internettiana del “c’è tutto, scegli quello che vuoi”, che porta ad assaggiare tutto non comprendendo nulla?

Soprattutto, non si potevano proiettare i filmati importantissimi della Sala del cinema, al posto di quelli quasi inutili della Sala dei tarocchi, in uno spazio molto più grande?

Queste sono solo opinioni personali, impressioni che ho avuto, non voglio assolutamente sminuire il lavoro enorme che c’è stato dietro a questa mostra e le idee degli ideatori e allestitori. Inoltre ammetto che la domenica non è un giorno ideale per andare a vedere una mostra.

Ma mi è sembrato che chi l’ha allestita, lo ha fatto con la convinzione che Fabrizio De Andrè sia una cosa per vecchi, che le sue canzoni abbiano bisogno di una svecchiata attraverso questi escamotage tecnologici. Con la celata convinzione che i ragazzi ormai siano totalmente bolliti da Playstation, Facebook e Youtube e abbiano bisogno di questi trucchi per apprezzare certe cose.

La verità invece è che i ragazzi sono molto più intelligenti e acculturati rispetto a quello ci fanno vedere in televisione e che la Musica del Faber non ha bisogno di questi giochetti per farsi apprezzare dalla gente. La sua musica, le sue parole, la sua immagine e la sua personalità hanno già una potenza eterna, che basta da sola per arrivare al cuore di tutti.

Anche i Thursday al GIVE IT A NAME 2009 (15 Aprile, Bologna)

gennaio 22, 2009 by admin  
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GIVE IT A NAME 2009

Taking Back Sunday
Underoath
Thursday

Escape The Fate
Emery
Innerpartysystem
Your Hero

15 aprile | Estragon | Bologna

Apertura porte 18.00 – inzio concerti 18.30
Ingresso 30 euro + ddp
Apertura prevendite venerdì 23 gennaio sui principali circuiti

Grande attesa per la seconda edizione del GIVE IT A NAME ITALIA!
http://www.myspace.com/giveitanameitaly

Give IT a NAME 2009 - Bologna - 15 Aprile

Taking Back Sunday
Ruvidi con brio. Prendono l’alternative rock come base, poi mescolano influenze emo, punk e hardcore. Il risultato ci mette un attimo a sfondare, ma presto assicura ai Taking Back Sunday parecchia fama (soprattutto a partire dal secondo album ufficiale, datato luglio 2004). Forti di un successo ormai consolidato, nel 2005 i Taking Back Sunday cambiano etichetta firmando con Warner Brothers Records e cominciando a scrivere i pezzi del nuovo disco. “Louder Now” arriva ad aprile del 2006, conquista la seconda posizione nella classifica di Billboard e negli States vende più del triplo rispetto al precedente album.
www.takingbacksunday.com – www.myspace.com/takingbacksunday

Underoath
Metalcore di Fede. Gli Underoath si formano nel 1998 a Ocala, Florida, nell’appartamento del cantante Dallas Taylor. I suoi membri si professano tutti orgogliosamente cristiani e la loro musica è stata spesso accostata al christian metal, o comunque a quel grande calderone che va sotto l’etichetta di ‘musica cristiana’. Nell’ottobre 2003 gli Underoath si presentano al pubblico con una rinnovata line-up che, oltre al nuovo cantante Spencer Chamberlain, comprende ora anche il bassista Grant Brandell e il chitarrista James Smith (che affianca McTague).
www.myspace.com/underoath – www.underoath777.com

Thursday
Quando si avvicina la fine del millennio, i fan del post-hardcore a stelle e strisce hanno ormai imparato quali sono gli Stati da tenere d’occhio. Il New Jersey è uno di questi. È qui, in particolare nella cittadina di New Brunswick, che nel 1997 nasce un quintetto destinato a dire la sua e a farlo con un sound ruvido al punto giusto. Geoff Rickly (voce), Steve Pedulla (chitarra), Tom Keeley (chitarra), Tim Payne (basso) e Tucker Rule (batteria), cominciano fin da subito a fare quello fa che ogni band che si rispetti: suonare, suonare e ancora suonare.
www.thursday.net – www.myspace.com/thursday

Escape the fate
Gli ESCAPE THE FATE sono una vera rock n’roll band nel profondo del cuore, non importa quante altre etichette siano state loro affibbiate. Dopo un anno drammatico in cui era stata fatta qualsiasi sorta di speculazione sull’abbandono del cantante originale gi ESCAPE THE FATE sono emersi più forti che mai, con un nuovo album davvero brillante ed un tour con i Silverstein.
www.myspace.com/escapethefate

Emery
Nati nel Sud Carolina nel 2001 gli Emery decidono presto di spostarsi a Seattle, dove dopo appena un anno firmano con Tooth & Nail Records e pubblicano il loro primo album con l’etichetta: The Weak’s End, in 2004. Appena due anni dopo pubblicano il loro secondo EP The Question, in 2006, subito seguito da I’m Only A Man, in 2007. Ed eccoli di nuovo nell’ottobre 2008 con “While Broken Hearts Prevail”.
www.emerymusic.com – www.myspace.com/emery

Innerpartysystem
Prima di fondare gli Innerpartysystem Patrick Nissley e Jared Piccone hanno militato in numerose band. Paragonata ogni tanto ai The Killers, ogni tanto ai Thursday, la band, che vede Kris Barman alle tastiere e Jesse Cronan alla chitarra, ha ormai raggiunto un eco internazionale
www.innerpartysystem.com – www.myspace.com/innerpartysystem

Your Hero
Gli Your Hero provengono da Roma e si preparano a conquistare tutta l’Europa con il loro sound SO FUCKING ROCK. Il loro primo album ha riscontrato un’insperata risposta di pubblico sia in Italia che all’estero (in Giappone dove sono dei veri beniamini dei fan), facendogli passare il loro video in prime time su ALL MUSIC TELEVISION ricevere un’intera pagina dedicata a loro su ROCK SOUND e intervista e l’apparizione su RADIO UNO nella trasmissione DEMO. Per questo sono stati scelti per comparire come unici italiani nell’edizione 2009 del GIAN ITALY.
www.myspace.com/yourheroband

COLORE PERFETTO – Il Debutto

gennaio 5, 2009 by Luca Doldi  
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colore-perfetto

Colore Perfetto - Il Debutto

E’ una bella dichiarazione di intenti questo “Il Debutto”. Un condensato di mezz’ora suddivisa in dieci pezzi, che per la maggior parte non superano i tre minuti. In un mondo indie dove le canzoni spesso si perdono troppo in variazioni, cambi, code strumentali, noise, questo sparo uscito dalla pistola dei Colore Perfetto è già un bel segnale. Pochi fronzoli. Come il gruppo, un trio base, chitarrabassobatteria. Non disdegna però inserimenti misurati di organi o fisarmoniche. E quando sull’onda del ritorno degli anni ’80, tutti infilano nei pezzi mille tastierini sintetici, sacrificando la profondità delle chitarre, anche questa formula essenziale balza all’occhio.

La musica dei Colore Perfetto non è nulla di nuovo, e su questo non ci sono dubbi. Ma hanno il merito di sintetizzare dieci, anche vent’anni di musica rock e cantautorale italiana (e non solo), smembrarla, togliere il superfluo insieme alle parti troppo rumorose e muscolari. Per poi rimetterla insieme, con semplicità, senza andare a cercare il passaggio a effetto, ma stando attenti ad essere sempre equilibrati.

Non assomigliano a nessuno, ma hanno dentro frammenti di molti, e questo è un grande merito.

Gli episodi che più ho apprezzato sono stati “Un Giorno Qualunque”, dove alla voce c’è un “agnellato” Moltheni, mentore e fan del gruppo, incorniciato da splendide chitarre. “Da Quella Sera” è l’unico momento nel quale si concedono qualche secondo in più per dare voce agli strumenti; che trovano spazio e se ne impadroniscono senza essere invasivi. Infine il pezzo che più in assoluto mi ha affascinato è stato “Come Se Non Bastasse”, dove un ritornello fantastico esplode, senza fare danni, in mezzo a delle strofe delicate.

Questo (Il) debutto, uscito sotto Tempesta Dischi, prodotto da Giacomo Fiorenza, in collaborazione con Moltheni è da ascoltare. Non voglio dare coordinate precise o fare paragoni perché sarebbe riduttivo. Se vi piace il rock anche quando è gentile è il vostro disco. Di fatto è un bel sasso lanciato in mezzo al lago dell’indie italiano. Speriamo non vada a fondo, e che le sue onde si propaghino a lungo.