Reportage Live: METALLICA

luglio 19, 2008 by admin  
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Metallica

Metallica

Il sole è ormai al tramonto, sta pian piano scendendo il buio. Il brusio della folla, centinaia e centinaia di persone a perdita d’occhio, si trasforma in urla di delirio già dalle prime note di “The Ecstasy of Gold”.

Sul palco non c’è nessuno ancora, solo un’immaginaria orchestra diretta dal maestro Morricone che inizia a trasmettere emozione. Le mani alzate, facciamoci trasportare. E mentre l’atmosfera si fa sempre più rovente, ecco ad un tratto irrompere di fronte agli occhi eccitati di grandi e piccini (eh già, c’erano pure dei bambini!) loro, i protagonisti della serata, la pluriventennale realtà dell’heavy metal made in U.S.A.: gli accordi di Creeping Death cominciano a “violentare” le orecchie, i Metallica danno inizio al loro show.

Disto circa 25 metri dal palco, dunque riesco a vedere discretamente le loro sagome, e attonito penso: “CaXXo, sto vedendo i Metallica! Sono proprio loro, in carne ed ossa, qui di fronte a me!!!” La voce di James Hetfield risuona poderosa sotto le stelle bolognesi, accompagnata da migliaia di voci che urlano, si agitano, strillano in coro le parole dei brani dei propri idoli.

Un maxischermo gigante alle spalle del palco riesce a far scorgere anche a coloro che si trovano nelle file più distanti ogni movimento del corpo e delle mani, ogni goccia di sudore, ogni espressione degli occhi di quattro musicisti che sembrano non sentirli proprio gli anni sulle spalle. Trujlio, “il ragno”, agita i suoi lunghi capelli neri e percuote insistentemente le sue cinque grosse corde trasmettendo molta forza, anche se per la verità è lui il più timido della band sul palco; Ulrich viaggia sulla sua TAMA super-accessoriata come un martello pneumatico, regolare tanto quanto un orologio; Hammett aizza la folla con le braccia al cielo, quando non è impegnato a sfoderare i suoi classici assoli da brivido; ed infine lui, Hetfield, l’anima, si diverte a saltellare di qua e di là facendo esplodere le sue corde vocali in ognuno dei molteplici microfoni sparsi per i due palchi a disposizione (uno sopraelevato rispetto all’altro) come un bambino che al parco giochi non sa quale giostra scegliere per prima.

La serata prosegue, i successi si susseguono e ti trascinano come in un vortice, Master of Puppets, One, Fade to Black, Enter Sandman, Sad but True, Kill’em all, For Whom the Bell Tolls, …And Justice for All, So What, Nothing Else Matters… e chi più ne ha più ne metta.

Due ore di pura energia, senza tralasciare i momenti più calmi ed intrisi di una sorta di aurea quasi spirituale, i momenti di “gioco” e battute tra artista e spettatori, gli effetti coreografici da cinema nell’introduzione di alcuni brani, One su tutti.

Il concerto finisce, chiuso dalle note di Seek & Destroy: gli eroi della serata dunque scompaiono tra gli applausi, non prima di aver ornato la batteria con qualche bandiera italiana, bel gesto a significare che anche a loro dev’essere vibrato qualcosa dentro… ora resta solo il viavai della gente che esce dall’arena, chi ancora beve, chi fuma, chi con pile ed accendini setaccia il suolo alla ricerca di un plettro lanciato dai propri beniamini, chi è impegnato ne primi commenti a caldo.

A terra, qua e là, cumuli di rifiuti. I tecnici sono già al lavoro per smontare la strumentazione. Una cosa, in tutta questa confusione, è certa: questo spettacolo deve per forza aver lasciato in ognuno di quelli che ne hanno goduto un’emozione, e questo su tutti credo sia il valore della musica, a qualsiasi genere essa appartenga.

L’etichetta discografica SUB POP festeggia 20 anni

luglio 19, 2008 by admin  
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Sub Pop

OK, sì, magari stiamo esagerando un pò (ehm, Sub Pop è famosa per questo genere di cose), ma chi si aspettava che una piccola etichetta come la Sub Pop arrivasse a compiere 20 anni? E non solo che durasse così a lungo, ma che addirittura pubblicasse 5 dei suoi 6 album più venduti dopo il 2001?

“Sub Pop era quell’etichetta grunge, no?”. Esatto — la casa di band straordinarie come Nirvana, Soundgarden e Mudhoney, tutte band incredibili. Band i cui membri, all’occorrenza, indossavano camicie di flanella.
E 15 anni dopo che anche il resto dell’America ha indossato quelle sgualcite camice di flanella alla moda (per poi riportarle prontamente ai negozi di seconda mano, il loro giusto posto), Sub Pop è ancora una delle etichette musicali al top nel paese, con artisti che guadagnano notorietà al “Saturday Night Live” e nomination ai Grammy.

Infatti mentre buona parte dell’industria musicale ha tentato disperatamente di rallentare il declino delle vendite, Sub Pop ha continuato a diffondere musica lavorando con modelli di business non convenzionali.
Seriamente, chi l’avrebbe immaginato?

Sub Pop

SUB POP ROCK CITY
Furono i Soundgarden a far avvicinare i fondatori della Sub Pop, Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, a Seattle nel 1987.
Poneman era promoter e DJ della stazione radio pubblica KCMU, a detta del suo collega Pavitt un tranquillo osservatore, pensieroso, analitico. Al contrario, Pavitt portava scritta in faccia la sua passione per il rock ed il punk del nord est del paese. Dice di lui Mark Arm, cantante e chitarrista di Mudhoney, Green River e Monkeywrench: “Aveva sempre qualcosa sulla punta della lingua che lo rendeva entusiasta”.

A quel punto, Pavitt aveva già utilizzato il nome Sub Pop per alcuni progetti: una fanzine con cassette allegate, il suo programma su KCMU e una rubrica sulla rivista musicale locale The Rocket. Aveva anche fatto uscire un album chiamato Sub Pop 100 che includeva indie band come Sonic Youth ma anche punk band come Wipers e U-Men.
Quando Poneman si offerse di finanziare Screaming Life dei Soundgarden, lui e Pavitt divennero soci nella Sub Pop. Lasciarono le loro precedenti occupazioni ed il 1° aprile 1988 si trasferirono in un minuscolo ufficio nel Terminal Sales Building di Seattle. Intorno al bagno accatastavano scatoloni colmi di dischi.
Già dai primi tempi i due parlavano pubblicamente di “conquista del mondo”. Ovviamente era una sciocchezza. La Sub Pop dopo tutto nasceva a Seattle. Verso la fine degli anni ’80 Microsoft doveva ancora conquistare il mondo dei computer e Starbucks non aveva ancora aperto ad ogni angolo della strada. Seattle era una pozza d’acqua stagnante per l’opinione pubblica del paese, e in particolare per quella dell’industria musicale.
Premesso questo, Pavitt e Poneman erano seriamente intenzionati a creare un marchio che rivaleggiasse con etichette classiche come Motown o Blue Note.
Molte delle prime uscite avevano un look simile: una banda nera attraverso la parte alta del singolo, col nome del gruppo seguito dal nome del disco, il tutto in carattere sans-serif. Spesso le copertine ospitavano le fotografie, movimentate ed iconiche, di Charles Peterson.
I credits degli album e dei singoli citavano spesso solo Peterson ed il produttore Jack Endino. Lesinare sul testo, diceva Pavitt, facilitava la connessione viscerale al disco, aggiungeva un che di misterioso e affermava i due come fotografo e produttore ufficiali dell’etichetta.

Poi c’era il logo. “Quel logo è stato il motivo principale per cui desideravo lavorare con Bruce” dice Poneman. Evolutosi nel tempo attraverso l’uso per la rubrica di Pavitt su Rocket e poi su Sub Pop 100, il marchio era un ingrediente chiave nel creare l’immagine dell’etichetta.
Crudo e semplice, con un “SUB” bianco su fondo nero ed un “POP” nero su fondo bianco, il logo si prestava alla riproduzione sulla stretta costola di un CD come su un enorme poster. Nei primi tempi, le t-shirt con il logo Sub Pop andavano a ruba surclassando le vendite dei dischi.

“Abbiamo subito capito che il modo migliore di investire i soldi della promozione era guadagnare visibilità facendo indossare ad altri il nostro logo” ricorda Pavitt.
Infatti, l’approccio di Sub Pop era teso all’affermazione del logo in maniera inflessibile. A quel tempo i singoli in vinile 7 pollici erano molto in voga tra i punk. Realizzarli in edizioni limitate li rese ancor più ricercati ed incoraggiò un passaparola che accrebbe l’interesse per l’etichetta.
Ma questo alimentò anche la frustrazione dei fan nel trovare spesso i singoli già sold out nei negozi. Fu così che nacque il Sub Pop Singles Club: i fan si abbonavano e ricevevano mensilmente dei 7 pollici in edizione limitata. L’etichetta veniva pagata in anticipo, ai fan arrivavano vinili rari tramite posta, e nell’underground l’interesse per l’etichetta di Seattle cresceva.

Oltre ai fan, la Sub Pop attirò anche l’attenzione della stampa, specialmente la stampa musicale inglese, riviste come Melody Maker e New Music Express erano totalmente devote a Sub Pop e questo spinse l’etichetta a strategie di marketing esagerate. Nel marzo 1989 l’etichetta pagò un volo per Seattle a Everett True di Melody Maker perché approfondisse la situazione della scena sul posto. Il suo resoconto eccitato “Seattle: Rock City” accese l’appetito europeo per tutto ciò che proveniva dal nord ovest americano e soprattutto per l’ibrido punk metal di Seattle conosciuto come grunge rock.

Tre mesi dopo, Sub Pop realizzò Bleach, il primo album dei Nirvana. Anche se non fu un successo immediato fece molto parlare di sé nei circuiti indie americani. Thurston Moore dei Sonic Youth supportava sia Nirvana che Mudhoney nelle sue interviste. Band che un tempo portavano un centinaio di scoppiati nei club di Seattle adesso facevano il tutto esaurito al Moore Theater della stessa città. Nel frattempo per Sub Pop uscivano i dischi degli heavy rockers Tad, degli offensivi Dwarves, delle femministe L7.

SUCCESSO, CAMBIALI, LICENZIAMENTI & SOLDI
Sfortunatamente il successo artistico della Sub Pop era accompagnato da problemi finanziari. In breve: fare in modo che le band fossero sulla bocca di tutti costava un sacco di soldi. La spiegazione più dettagliata tiene in considerazione spese irresponsabili per pasti e viaggi, altissime spese legali di Pavitt e Poneman per varie diatribe con le etichette major, ed un sistema di distribuzione non proficuo.

I licenziamenti iniziarono nella primavera del 1991: la compagnia passò da uno staff di 25 persone a 5. “Stando in ufficio sentivi lo stress, la pressione finanziaria” dice Megan Jasper, che iniziò a lavorare a Sub Pop nel 1989 alla reception, ed è oggi vicepresidente. “Ma fuori di lì tutti pensavano che Sub Pop avesse più soldi di quelli che la compagnia avrebbe potuto gestire. E questo accadeva per il modo in cui tutto veniva commercializzato all’epoca.

Ad ogni modo la voce stava iniziando a girare. The Rocket ed il Seattle Weekly scrivevano storie che predicevano la fine dell’etichetta. I musicisti ai concerti facevano girare voci riguardo agli assegni di Tad da Sub Pop che tornavano indietro protestati.

Paradossalmente, i Nirvana allo stesso tempo salvarono l’etichetta e prepararono il terreno per anni ancor più duri nella parte finale della decade. Con il loro secondo album Nevermind, i Nirvana lasciarono la Sub Pop passando alla major Geffen/DGC. Nove mesi dopo la sua uscita, nel settembre del 1991, Nevermind aveva venduto 4 milioni di copie. Sub Pop ottenne una buonuscita per il contratto dei Nirvana oltre a delle royalties sui futuri album e questo aiutò l’etichetta a uscire dal rosso per tornare ad avere bilanci positivi.

Ovviamente Nevermind rese la parola grunge familiare e portò le camicie di flanella e gli anfibi Dr. Martens nelle vetrine dei negozi alla moda. A questo punto le major puntavano le band di Seattle da qualche anno. Quando i Nirvana portarono la musica underground nel circuito degli album multi-platino, le major monitorarono in maniera ancora più ampia ed approfondita la scena locale ed iniziarono ad offrire più soldi perchè quelle band firmassero con loro. Improvvisamente Sub Pop entrava in competizione non solo con altre etichette indie, ma anche con le major.

Con così tanto denaro delle major che fluttuava attorno, gli artisti richiedevano anche alle etichette indipendenti grossi anticipi, budget più alti e un maggiore supporto. Pavitt cita una band come tipica di quei tempi: “Mi dissero che sarebbe andato bene un anticipo di $5,000. Due mesi dopo mi ritrovai a far loro un assegno da $150,000”.

Nel gennaio 1995, Sub Pop formulò un accordo con la Warner Bros. In cambio di un’immissione di denaro sonante, la Warner otteneva il 49% della Sub Pop. Così come il denaro aiutò l’etichetta a competere nel panorama post-Nirvana, portò anche dei cambiamenti che erano estranei alla cultura dell’etichetta. Poneman indica una serie di errori che seguirono l’accordo con la Warner. Sub Pop aprì degli uffici satellite a Toronto e Boston, spese troppi soldi per gli anticipi degli artisti, penalizzò le politiche di ricerca di nuovi artisti e stipulò regolari contratti con tutti i propri impiegati. Verso la fine dello stesso anno Pavitt lasciò l’attività presso l’etichetta da lui fondata per metter su famiglia nelle isole Puget Sound.

Ci furono chiaramente anche dei momenti positivi in questi anni. L’etichetta pubblicò i primi album dei The Go (mentre il loro Jack White stava cominciando a lavorare ad una band chiamata the White Stripes…) e Zumpano (capitanati da Carl Newman, futuro fondatore dei New Pornographers). Nel frattempo Sub Pop faceva la parte dell’etichetta storica del rock, pubblicando una compilation degli influenti punk australiani Radio Birdman ed evidenziando il debito nei confronti della musica definita Americana con Badlands: A Tribute to Bruce Springsteen’s Nebraska.

QUESTO SPACCA
Sarebbe esagerato chiamare le misere scelte di mercato della Sub Pop nei tardi anni ’90 una benedizione. Nondimeno, cavarsela in questi anni ha messo l’etichetta nelle condizioni di rifiorire nel nuovo secolo mentre l’industria musicale si dibatte di fronte al cambiamento verso la distribuzione digitale.

“Non puoi comprarti la soluzione di certi problemi” dice Poneman. “Devi tornare indietro alla tua missione”. E la missione è sempre stata quella della conquista del mondo — o, per metterla in termini più realistici, scoprire nuovi artisti e mostrarli al mondo.

La terza grande onda nella storia della Sub Pop arrivò nel giugno 2001 con Oh, Inverted World di The Shins. L’album fu immediatamente molto chiacchierato tra coloro che sanno sempre qual è l’ultima cosa alla moda, ma la band finì sotto attenzioni mainstream specialmente quando due loro brani divennero parte della colonna sonora del film Garden State (2004).

Seguirono gli album indie-pop da classifica di The Postal Service e Hot Hot Heat, insieme a una sfilza di dischi modern folk di Iron & Wine e del rootsy rock dei Band of Horses. Sub Pop si è inserita (intenzionalmente) nella commedia/satira con la nomination al Grammy di uno spettacolo di David Cross e la vittoria sempre ai Grammy dei Flight of the Conchords.

Non che l’etichetta abbia abbandonato le sue radici underground. I Mudhoney dopotutto continuano a far uscire dischi su Sub Pop (e per dirla tutta il grunge non era l’unico focus della Sub Pop neanche nei primi anni di attività). Eppure, c’è una sensazione di riuscire a respirare più liberamente adesso che gli abbaglianti riflettori si sono spostati dalla città di smeraldo e dall’alternative rock.

“Aprono nuovi club, persone nuove si trasferiscono in città” dice Jasper “trovi il tuo posto e cominci ad occuparti di altre cose. Ad un certo punto ti rendi conto che ti sei messo alle spalle quell’attenzione smisurata.”

Singolarmente quell’etichetta che dichiarava come obiettivo la conquista del mondo ha trovato un nuovo cammino sulla strada della responsabilità. Gli anticipi eccessivi per le band ed i video vengono evitati. Sub Pop lavora per rendere le sue band più autosufficienti possibile: i tour sono formulati in modo da guadagnare, più che per essere arginati dall’etichetta, ed i budget di registrazione sono realistici in modo da fornire alle band delle percentuali anche su vendite modeste.
Nel frattempo Sub Pop ha colto l’opportunità di promuoversi a bassi costi anche sfruttando la proliferazione di modalità d’ascolto di musica online, troppo comunemente percepita solo come flagellazione del ventunesimo secolo verso le etichette.

Ne 2007 Sub Pop ha lanciato una piccola etichetta indipendente chiamata Hardly Art, improntata all’esplorazione di territori musicali esterni al modello di mercato musicale tradizionale. Invece che incassare le royalty, le band dividono alla pari i guadagni con l’etichetta stessa. Le registrazioni rimangono di proprietà dei gruppi che le danno in licenza ad Hardly Art per la pubblicazione ed ogni contratto è per una uscita, non esistono contratti per più di un album.

Mentre Sub Pop si avvia nella sua terza decade, Poneman descrive la sua storia come “innocenza, perdita dell’innocenza, innocenza riguadagnata”. Scherza, certo. (Quanto è ingenua un’etichetta che, dagli abissi delle disgrazie finanziarie, stampa magliette con la scritta “quale parte di SIAMO AL VERDE non riesci a capire?”). Ma in quello che afferma c’è un granello di verità.

A 20 anni Sub Pop cerca ancora di raggiungere i propri obiettivi allo stesso modo in cui i due intraprendenti ragazzi avrebbero fatto con Soundgarden e Nirvana due decadi fa.

Poneman afferma che l’entusiasmo è sempre quello di un tempo: “Magari nel resto del mondo si comportano diversamente. Ma noi iniziamo il nostro percorso sempre con la stessa premessa: questo è fottutamente grande, questo spacca!”

Sub Pop by the albums

Mudhoney
Superfuzz Bigmuff (SP21) 1988
Key cut: “In ‘n’ Out of Grace”

Nirvana
Bleach (SP34) 1989
Key cut: “About a Girl”

Soundgarden
Screaming Life/Fopp (SP12) 1990
Key cut: “Nothing to Say”

Sunny Day Real Estate
Diary (SP246) 1994
Key cut: “In Circles”

Sebadoh
Bakesale (SP260) 1994
Key cut: “License to Confuse”

The Murder City Devils
Broken Bottles Empty Hearts (SP429) 1998
Key cut: “18 Wheels”

The Shins
Oh, Inverted World (SP550) 2001
Key cut: “New Slang”

David Cross
Shut Up, You Fucking Baby! (SP590) 2002
Key cut: “My Wife’s Crazy!”

Iron & Wine
The Creek Drank the Cradle (SP600) 2002
Key cut: “Upward Over the Mountain”

The Postal Service
Give Up (SP595) 2003
Key cut: “Such Great Heights”

Sub Pop by the numbers

Highest position on the Billboard 200 Albums chart #2, The Shins, Wincing the Night Away (2007)
Best-selling album 1.6 million copies, Nirvana, Bleach (1989)
Most releases by a single artist 17, Mudhoney
Number of releases through June 2008 777
Sub Pop Singles Club releases, first incarnation, 1988-1993 62
Sub Pop Singles Club releases, second incarnation, 1998-2002 47
Sub Pop Singles Club releases, third incarnation, 2008-2009 12
Singles Club members at peak of first incarnation 4,500
Grammy nominations 4
Free downloads of The Postal Service’s “Such Great Heights” on subpop.com 11,655,300
Employees as of March 2008 27
Cost in cents for 12 oz. Ranier beer in lunch room soda machine 75
Corporate charitable donations in US dollars for 2007 250,000
Highest winning online auction bid in US dollars for Nirvana “Love Buzz” single 3,451

Reportage Live: HARDCORE HOLIDAY, Comeback Kid

luglio 19, 2008 by admin  
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<img src="http://www.rockon.it/images/comebackkid.jpg" alt="Come Back Kid Hardcore Holiday Milano"><br>
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Le premesse per l’<b>Hardcore Holiday</b> non sono delle migliori. Il tempo non è dalla parte del popolo hardcore e minaccia di non essere dei migliori. Minaccia che presto si trasforma in una certezza con una domenica piuttosto piovosa, per niente adatta a un concerto all’idroscalo.<br>
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Proprio per questo, o almeno apparentemente, il festival viene spostato alla poco estiva location del <b>Rolling Stone</b>.<br>
Arrivo a festival già iniziato, perché come canta Mangoni "Il traffico peggiora quando c’è la pioggia e tutti si trasformano in guidatori stanchi…".<br>
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<h2>Decrew</h2>
Quando entro trovo i <b>Decrew</b>, band storica dell’hardcore italiano, sul palco che hanno già iniziato il loro concerto. La formazione negli ultimi tempi ha subito profonde trasformazioni, perdendo in un colpo solo chitarrista, bassista e batterista, che hanno lasciato la band per diverse scelte di vita. La nuova band si presenta con solo cantante e il chitarrista facenti parte del gruppo storico, e con ben 3 nuovi elementi, che da acquisire in un colpo solo sono difficili da amalgamare al sound caratteristico della band.<br>
Il loro live è caratterizzato da un numero impressionante di problemi tecnici, e nonostante cerchino di andare avanti a dispetto di tutto, non è proprio serata per loro, e decidono di abbandonare il palco in anticipo rispetto a quello che prevede la loro scaletta. Impossibile giudicare la loro esibizione perché a parte i problemi tecnici, la pessima acustica del Rolling Stone mezzo vuoto non aiuta a capire il livello della prestazione.
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Il sospetto che il cambio di location non sia solo dato dal maltempo ma da una mancanza di pubblico inizia a farsi strada da subito e viene rinforzato verso la fine del festival, quando salgono sul palco gli attesissimi <b>Come Back Kid</b> e ad accoglierli ci saranno sì e no trecento persone.
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<h2>To Kill</h2>
Ma andiamo per gradi. Dopo i Decrew sul palco salgono i To Kill, band facente parte della scena romana, attesissima in questa giornata, tant’è che durante tutta la serata non si vedranno così tante persone sotto al palco come con il gruppo romano.
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L’affollamento sotto il palco è più che giustificato, perché la loro prestazione è di quelle che lasciano il segno, non ho timore a dire che sono stati anche migliori degli Shai Hulud che sono arrivati dopo di loro.
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Un groove pazzesco, un martello pneumatico formato da basso e batteria, chitarre perfette, cattive, melodiche al punto giusto con scambi perfetti, come gli arrangiamenti. Il tocco in più era che uno dei due chitarristi era una ragazza, cosa inusuale già per il rock, quasi incredibile per l’hardcore, ragazza che fra l’altro è la migliore che abbia mai visto con una sei corde in mano, sia come bravura che come presenza scenica. La voce è incisiva e ben amalgamata nel tutto, infatti per esaltare l’insieme, il cantante prima di iniziare chiede al fonico che non venga fuori troppo ma che stia "in mezzo alle chitarre".
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Il loro concerto è un molosso, un cubo di suoni che si infrange sulle pareti del Rolling Stone, e nonostante la pessima acustica del locale, la "botta" dei To Kill non ne risente troppo e il loro concerto si può considerare senza timore alla pari degli headliner.
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L’unica pecca è il cantante che a mio avviso parla troppo fra i treni di due o tre pezzi attaccati, sprecandosi in proclami, dichiarazioni, discorsi sociali, appesantendo il concerto e cercando la sensibilizzazione a tutti i costi. Incappa anche in una contraddizione piuttosto evidente, dedicando un pezzo alla "scena" dicendo che l’hardcore e i gruppi hardcore non badano alle classifiche e a tutte quelle "stronzate" ma allo stare bene insieme, alla passione, e ai fan. Peccato che qualche tempo dopo dedica un pezzo ai loro amici Dufresne, che non mi sembrano così indifferenti alle classifiche…
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<h2>Shai Hulud</h2>
Dopo di loro arrivano gli Shai Hulud, attesi anche loro, ma saranno il gruppo più penalizzato dall’acustica di tutta la serata. loro suoni non sono adatti ai riverberi del locale e si perdono tutte le loro contaminazioni, che hanno caratterizzato il loro suono e li hanno fatti diventare quello che sono. Le finezze di chitarra si perdono, i cambi di ritmo risultano confusi, e tutto il pacchetto ne risente.
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Non riescono mai a "bucare lo schermo" e sinceramente non ho un qualcosa in particolare da ricordare della loro esibizione.<br>

<h2>Come Back Kid</h2>
Infine la grande attesa è ripagata, per tutta la sera si è avvertito che la gente era lì per loro, il gruppo che più di ogni altro ha saputo dare una ventata di novità alla scena hardcore, i Come Back Kid.
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Quando arrivano è un delirio, nonostante le poche persone presenti si formano dei circlepit enormi, si assiste a una vera e propria celebrazione.
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Il concerto è devastante, perfetto, anche se le chitarre non escono bene dall’impasto e si perdono un po’ di passaggi che caratterizzano il loro sound. Ma come i To Kill e anche di più riescono a passare sopra ai problemi audio con l’impeto e la passione. Offrono un concerto di assoluto valore, un fiume che travolge tutto e tutti.
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La chiusura, come era prevedibile, è riservata a "Wake the Dead", ed è una vera bolgia sotto al palco. L’unico vero inno hardcore che è venuto fuori negli ultimi anni e che li ha consacrati in poco tempo come capostipiti della scena.
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L’Hardcore Holiday finisce così, fra mille ostacoli, tutto sommato se l’è cavata. Ma temo che a Milano non si vedrà molto presto un’altra manifestazione del genere, vista la risposta di pubblico.

Reportage Live: RAGE AGAINST THE MACHINE

luglio 19, 2008 by admin  
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Rage Against the Machine

Rage Against the Machine

Tracklist:
Bombtrack
Bulls on Parade
People of the Sun
Testify
Know Your Enemy
Bullet in the Head
Down Rodeo
Renegades of Funk
Born of a Broken Man
Guerilla Radio
Calm Like a Bomb
Sleep Now in the Fire
Wake Up

Encore:
Freedom
Township Rebellion
Killing in the Name

Yo people come on!
250 chilometri di auto sparati trattenendo il respiro, cercando di non vedere la pioggia che si schianta sul parabrezza, Modena s’avvicina, le nuvole diventano via via più timide, fino a lasciare spazio ad un sole pallidino. Incita ed impreca, alla fine il sole esce, il parcheggio dello stadio Braglia è ancora mezzo vuoto, piccoli branchi di persone girovagano cercando un posto economico in cui mangiare.
Apertura dei cancelli ritardata causa mal tempo delle ore precedenti, ma l’attesa scivola via veloce, come le precedenti gocce di pioggia sulle cappotte delle nostre macchine. L’entrata attraverso i molteplici ingressi dello stadio è scorrevole, i controlli effettuati dalla security non troppo pesanti, l’atmosfera è calda e avvolgente ma tranquilla. A piccoli passi varco la soglia, mi sembra di andare in gita con la scuola e non rendendomi conto dell’entità della battaglia che nascerà in quel prato mi intrufolo nell’area sottostante il palco, delimitata da transenne e omoni dalla maglietta rossa con su scritto staff. “Sono privilegiata. Ho il braccialettino verde. Ho il passepartout.”. Mi vanto, mi gonfio come un pavone, faccio un giro per le tribune con la scusa di salutare degli amici.
La gente aumenta, cresce come la pasta di un panino ancora da cuocere ma già pronto ad esplodere dentro ad un forno coperto di stelle. Vedo qualcosa. Movimenti. Un ciccione pelato sul palco!
Sono i Linea 77, saranno quasi le 20, non lo so. Ho tutti i miei averi legati ai pantaloni da moschettoni e catene e poi non m’interessa, io voglio i Rage.
I Linea 77 mi annoiano, la gente si muove poco, sono a una ventina di metri dal palco e riesco tranquillamente a mangiare noccioline e a fumare, così come per il gruppo spalla successivo di cui non so il nome. “Sono scozzesi?”. Voci di prato dicono questo, io so solo che il cantante viene ricoperto di sputi e bottigliette e palloni e tutti puntano il dito medio.
Rage
Rage
Rage
Rage
Cori che li acclamano, i fonici e i tecnici delle luci ci fanno morire di attesa facendoci scherzetti e lanciando falsi allarmi, unico passatempo: cercare di farsi inquadrare dalle telecamere che proiettano le immagini sui maxischermi e su un canale Sky.

Ma eccoli, imprecazione a vostra scelta, eccoli! Incappucciati e vestiti da prigionieri del carcere di Guantanamo, entrano in scena con una sirena antiaerei in sottofondo. Mondiale. Il fumo deve avermi dato alla testa, dove sono? Sono davvero i Rage Against The Machine? Per me? Per noi? No, aspetta, non ci credo.

Bum.

Bombtrack. La battaglia di Modena ha inizio. Il pogo si scatena dal primo suono umanamente udibile. Non esistono più recinzioni, prati, tribune. Tutti scavalcano tutto, non c’è barriera o persona che tenga. È una bolgia di sudore, urla e gomitate. Rage in gran forma, si spogliano dalle vesti di carcerati e attaccano immediatamente Bulls On Parade. Ventilatori puntati su Brad Wilk, sul suo sguardo impassibile e sulla sua espressione costante. Intravedo il palco pochi secondi, per essere poi risucchiata dalla folla all’attacco di People Of The Sun.
Eccellente triade per un inizio infernale. Un tagliente Tom Morello ed un carico e cotonato Zack De La Rocha. Vedo di sfuggita anche Tim Commerford e i suoi immensi tatuaggi. Incrocio per un attimo le loro figure per non rivederle quasi mai più così nitide. Testify mi da il colpo di grazia, “ci si vede alle macchine, qualsiasi cosa succeda sappi che ti voglio bene!” non riuscendo a trattenere una risata mi tuffo proprio nel bel mezzo del vortice, ma so già che non durerò molto. Improvviso un piccolo stage diving per uscire almeno dal recinto della morte, alcuni ragazzi mi prendono, cado e mi rialzo.
Qua moriamo tutti.
Arretro leggermente, ma non ci riesco. Il palco è una calamita e noi siamo i pezzetti di ferro. Per ogni due passi indietro ce ne sono cinque in avanti. I Rage non interagiscono quasi per nulla con il pubblico ma non me ne accorgo. Mi rendo solo conto di essere tra ventimila, forse trentamila persone che non conosco. È un trip immenso ed io ci sono nel mezzo. Il buon vecchio Zack attira l’attenzione su di sé per un discorso contro l’amministrazione americana (ma va?) e accenna anche alla situazione in Italia, da quello che riesco a capire. Siamo in tanti, siamo belli. Siamo arrabbiati.
Non dormiamo nel fuoco, non dormiamo nel fuoco ora!
Colossale la Wake Up di chiusura, ormai sono stremata ma salto sempre di più.
L’encore scivola via, è la ciliegina sulla torta, non vorrei finisse mai. E allora via con Freedom, Township Rebellion e Killing In The Name, la più attesa.
Non so come, la musica finisce. Restiamo tutti a mani alzate, stringendo adrenalina. Solo ora mi rendo conto di ciò che ho appena vissuto, sono già dolorante e piena di lividi, ma vorrei aver saltato di più, vorrei essere stata più avanti nella folla.
Salgo sulle tribune per uno sguardo generale, per cercare di scovare i miei cinque compagni d’avventura. Ci si ammassa all’uscita mentre io guardo la sfilata di spettatori passare sotto e diluirsi al di fuori dello stadio.

Resto immobile, calma quanto una bomba.

Un grazie al ragazzo che appena finito il concerto mi ha guardata come avesse visto la madonna e mi ha stampato un bacio sulla guancia abbracciandomi. È stato uno dei baci più riconoscenti, più felici e spontanei che abbia mai ricevuto. Chiunque tu sia, grazie.
Altro grazie alle strade di Bologna, che dopo nove mesi dall’Independent si è offerta di nuovo invano di scaldarmi in una notte fredda e silente.
Suka.

Rage Against the Machine

Intervista ai MATMATA

luglio 19, 2008 by admin  
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<img src="http://www.rockon.it/images/matmata.jpg" alt="Matmata"><br>
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<h2>Matmata</h2>
<b>Partiamo da una data. Sabato 21 Giugno. Cosa vuol dire per voi suonare all’Heineken Jammin’ Festival, prima di Vasco Rossi?</b><br>
Penso che sia un sogno per ogni band calcare un palco di un grande festival,ora abbiamo questa opportunità speriamo vada tutto bene e che non capiti un disastro come l’anno scorso,è una grande vetrina e cercheremo di sfruttarla al meglio. ci sono grandi artisti (tranne noi) e condividere lo stesso palco è una grande emozione.<br><br>
<b>Cosa vuol dire e dove nasce il vostro nome, MATMATA? </b><br>
matmata è un villaggio troglodita in tunisia ma questo lo abbiam scoperto dopo aver scelto il nome,in realtà l’abbiamo preso da una festa del nostro paese che si teneva nei primi anni 90 quando ci siamo formati,mi piaceva come suonava e secondo me è molto immediato e semplice da ricordare
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<b>Tre aggettivi per descrivere i Matmata.</b><br>
non mi viene nessun aggettivo.
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<strong>Lo scorso febbraio avete aperto i concerti degli Smashing Pumpkins. Quali sono i gruppi di riferimento principali della vostra musica e che vi hanno aiutato a creare il vostro sound?</strong><br>
Sono molti compresi i Pumpkins, in assoluto Nirvana e Alice in Chains, ma pure Radiohead, Sigur Ros e Queen Adreena.<br><br>
<strong>Qual’e’ stata la band che vi ha cambiato la vita? </strong><br>
Personalmente ac/dc li ho scoperti all’età di 10 anni e da quel momento è nato il mio amore per il rock e il desiderio di formare una band, devo dire però che l’amore per la musica è arrivato molto prima ascoltando mio padre cantare.
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<strong>Come nasce una canzone dei Matmata? Scrivete prima il testo o la musica? Da dove prendete ispirazioni per i vostri testi? </strong><br>
Scrivo sempre prima la musica,nasce in modo molto spontaneo e naturale,a volte con la chitarra altre con il piano ma anche solo con la voce,mi viene un riff lo registro sul tel e poi porto l’idea nella sala prove e creo una linea musicale approssimativa ci canto sopra fino a creare la melodia vocale,una volta raggiunta la struttura definitiva passo ai testi.<br>
Scelgo l’argomento da trattare in base all’atmosfera della song,nei testi racconto di emozioni o esperienze personali.<br>
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<strong>Sono passati piu’ di 10 anni dalla formazione della band al nuovo disco "In Attesa del Cielo". Come sono cambiati, musicalmente e personalmente i Matmata?<br>
</strong>La correggo sono passati 14 anni, personalmente siamo maturati,si cresce e ci si trova ad affrontare i problemi della vita, a 16 anni volevo solo urlare ora preferisco cantare. Musicalmente penso di esser cresciuto sia a livello di composizione che di scrittura anche se sono consapevole di non aver raggiunto ancora la giusta maturità cmq c’è tempo… spero…<br><br>
<strong>Attualmente per una band emergente ritenete che internet e myspace siano l’unico modo per ottenere un po’ di visibilità?</strong><br>
E’ l’unico modo! Le discografiche, le radio e le tv importanti non danno spazio agli emergenti soprattutto agli italiani,gli unici canali sono rock tv e qualche radio provinciale e non capisco il motivo! Lasciando fuori noi ci sono molti gruppi che meritano faccio un esempio gli Epo, li ritengo una grande band che non ha nulla da invidiare ai Negramaro e mi chiedo perchè i Negramaro (che mi piacciono molto) passano su tutti i grandi network e loro no? Non c’è una valutazione artistica nelle scelte radiofoniche,non ho ancora capito come funziona… ho citato gli Epo, ma ci sono molte altre realtà di grande spessore, Karnea, Lombroso, Malfunk, Fratelli Calafuria, ecc…<br>
Internet è l’unico modo per autopromuoversi a costo zero ma secondo me non è abbastanza…
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<strong>Ultimo libro comprato?</strong><br>
Angry Chair di Adriana Rubio<br>
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<a href="http://www.matmata.it" target="new">www.matmata.it</a>

Intervista agli SORRY OK YES

luglio 19, 2008 by admin  
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<img src="http://www.rock-on.it/images/homepage/sorry_ok_yes.jpg" alt="Sorry Ok Yes"><br>
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<h2>Sorry Ok Yes</h2>
<b>Comincerei quest’intervista facendovi presentare, visto che molti di quelli che vi leggeranno non sapranno molto di voi, approfittatene per catturare la loro attenzione… </b><br> Bene. Siamo una band che suona onesto rokkerolle, un po’ punk, un po’ garage, un po’ new wave. Ma non la solita roba che ha rotto gli zebedei a tutti da 5 anni a questa parte. Noi siamo la novità. E non ci spaventa dirlo. Beh, siamo anche parecchio arroganti se e’ per questo. Nasciamo ad Arezzo, una bellissima città nel centro del nulla, a fine 2006, quando avevamo 17 anni. Ascoltiamo parecchia roba, da Captain Beefheart a Kraak and Smaak passando per Crystal Castles e Led Zeppelin. In ogni caso non e’ da questi gruppi che scopiazziamo, bensi’ da un gruppo segreto che conosciamo solo noi. Ma non sono gli Strawberry Fields, loro ci fanno cagare.
<br><br>
<b>Ok, voi dite di essere la novità, ma è facile fare auto proclamazioni roboanti per attirare l’attenzione, avete delle prove a vostro favore? Cosa avreste in più della solita roba con il “the” prima del nome (oltre a non avere il “the” naturalmente)? </b> <br>
Beh, quando io dico novita’, non pretendo di essere una rivoluzione musicale. Mi spiego meglio: tra le bands della nostra eta’, che suonano generi ‘vicini’ ai nostri, noi siamo veramente una novita’. Non credo servano prove, e’ questione di attitudine, noi non facciamo i fighetti indie che adorano i Babyshambles, certo ci siamo passati anche noi, ma ora guardiamo in tutt’altra direzione. Alla musica americana, soprattutto, ma senza scordare gente come Ray Davies. <br>
<br> <b>Personalmente vi ho visti nascere su myspace, e siete proprio un esempio di gruppo che si è costruito su internet. Dire che siete attivi è dire poco, siete iscritti dall’ottobre del 2006 e avete 35.000 friends e più di quattromila commenti, quanto del vostro tempo lo passate a "reclutare persone"?</b><br>
Esatto. Registrammo questo promo di 4 pezzi con mezzi a dir poco scadenti, nel Maggio 2007. Li ho messi subito su MySpace. Sono arrivati subito un botto di commenti e richieste di amicizia etc etc. Insomma la solita storiella. Ovviamente dedichiamo allo space diverso tempo al giorno, ma direi che ne vale la pena, visto che ci e’ valso un contratto discografico, qualche tour in Inghilterra, contatti ovunque e robaccia varia. In ogni caso puoi dedicare anche 30 ore al giorno al tuo MySpace, ma se i pezzi non sono un granché e’ dura. <br> Quindi: prima dedicati alla musica, poi a MySpace. <br>
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<b>In effetti, questa perseveranza ha portato degli ottimi frutti, avete già fatto molte date in Italia, e in Inghilterra, ma tutti i contatti che avete trovato su internet sono stati vantaggiosi oppure c’è anche il lato “negativo” della medaglia? </b> <br>
Come ho detto nella risposta precedente, tutti i contatti si sono creati con MySpace e email varie. Ma non solo contatti buoni. Spesso altre bands a dir poco ridicole, solo italiane (questo va precisato) ci mandano dei simpatici messaggi di insulti, anche personali, dicendo le cose più assurde, tipo che suoniamo strumenti da quattro soldi o robe così. Sai qual e’ la parte divertente? E’ che queste bands in genere non sono male e che spesso non sanno nemmeno chi siamo o ci hanno mai visti dal vivo. E soprattutto e’ gente sopra i 25 anni, e noi ne abbiamo appena 19. Insomma la cosa ci diverte molto, vuol dire che esisti. <br>
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<b>Oltre a questo da non molto tempo si vede sul vostro space il nome di un’etichetta inglese, volete raccontarci come avete fatto a trovare un contratto nella capitale del rock? </b><br>
Beh e’ stato facile alla fine. Il ragionamento e’ stato il seguente: non ci fanno suonare in Italia? Pazienza, andiamo in Inghilterra. E abbiamo suonato una decina di date a Londra, non so come abbiamo fatto a suonare in posti come il Barfly o il Dirty Water Club ma alla fine ci siamo riusciti. Per la storia del contratto, in realtà erano 3 o 4 le etichette inglesi che si erano fatte avanti. Abbiamo scelto la migliore secondo me. Pensa che da quando li ho messi nella top friends di MySpace, mi ha detto il tipo dell’etichetta che ha ricevuto circa 300 contatti da parte di altre bands italiane. Ma non faceva per dire. Quando gli ho chiesto se qualcuna gli era piaciuta, puoi immaginarti la sua risposta.
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<b>Quindi da quello che dici, tutti i gruppi italiani sarebbero una merda, una massa di frustrati accecati dall’invidia che non è degna di varcare i confini? Oppure secondo voi c’è qualcuno che si salva? </b><br>
Non sto dicendo questo, assolutamente. Sto solo dicendo che un sacco di gruppi in Italia si bruciano all’inizio, perche’ registrano un cazzo di demo e pretendono di andare in tour per il mondo. Tutti puntano a diventare famosi. Noi puntiamo a suonare e basta, davanti a un po’ di gente il piu’ possibile ubriaca. Gruppi in Italia magistrali ce ne sono, tipo i Bavadoodo o altra gente coi coglioni quadrati, che pero’ ha qualche difficolta’ a emergere nel paese di Pulcinella.
<br><br>
<b>Adesso vi state preparando ad invadere gli Stati uniti, anche queste date sono “fai da te” oppure ora è la casa discografica/agenzia di booking che vi sta organizzando le date? </b> <br>
Negli USA e’ difficile trovarsi date da soli, la storia dei concerti laggiu’ e’ completamente diversa. Per ogni serata c’e’ un contratto e devi suonare almeno un’ora e mezzo. Ovviamente abbiamo due o tre agenti ammerrecani che ci hanno trovato con MySpace. Uno di loro sta facendo la produzione per il Coachella. <br>
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<b>Ma un disco vero, con il quale si possa verificare se siete veramente “la novità” o se siete l’ennesimo gruppettino indie copia e incolla, quando arriverà? </b> <br>
Sono indeciso tra un full-lenght o un EP. Con l’etichetta abbiamo firmato per un album o due EP’s. Ci devo ancora pensare. Non mi va di fare un album pieno di riempitivi del cazzo, se lo facciamo, deve essere una bomba. Altrimenti meglio un EP con 6 pezzi che spaccano. In ogni caso, entro Dicembre registreremo di sicuro, forse anche prima. <br>
<br>
<b>So che state lavorando con Simone Cinelli, (<a href="http://www.myspace.com/cinedavinci" target="new">http://www.myspace.com/cinedavinci</a>) un geniale artista e regista emergente, per la realizzazione del video che accompagna il vostro singolo, com’è stato il processo di creazione, da dove è nata l’idea e come vi siete trovati? </b> <br>
Conoscevo i suoi video grazie a YouTube. Il suo approccio e’ magistrale, sa dove mettere le mani, non fa le solite robe scontate o perfezionista. E’ il vero Jon Spencer della telecamera. Gli ho mandato un messaggio tramite MySpace e ci siamo trovati per girare questo videoclip, molto lo-fi, e’ uscito una meraviglia. <br>
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<b>CARTA DI IDENTITA’: </b><br>
@ band name: sorry-ok-yes (NOT Sorry-Ok-Yes or Sorry ok yes or sorry okay yes) <br>
@ band myspace: <a href="http://www.myspace.com/sorryokyes" target="new">myspace.com/sorryokyes</a><br>
@ single name: "i just want to be a DJ" (A side) – "daddy says ok" (B side) on Wigan/Liverpool based indie label WIT Records. <br>
@ single out: April/May 2008 (date TBA) <br>
@ band members: <br>
stefano pezziniti: bass, circuit bent toys, 8-bit synth; <br>
thomas taddeo: drums, drum-machine’s, circuit bent toys; <br>
davide materazzi: vocals, guitar, 8-bit synth, songwriting. <br>
@ label: WiT Records UK<br>
@ hometown of the band: Arezzo (Italy) <br>
@ bands the band played with: The Futureheads, Polysics, The Kits, Proxy, Melody Nelson, Hot Gossip & The Mojomatics.
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Reportage Live: The MARS VOLTA, La potenza è nulla senza controllo.

luglio 19, 2008 by admin  
Filed under Musica

<img src="http://www.rock-on.it/images/homepage/the_mars_volta.jpg" alt="The Mars Volta"><br>
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<h2>The Mars Volta</h2>
Tutto mi sarei aspettato dal concerto dei <b>Mars Volta</b>, tranne un tale dimostrazione di potenza.
Con il tour di <b>"Frances the Mute"</b> (dopo <b>Amputechture</b> non sono passati in Italia), hanno voluto dimostrare la loro onni-potenza, facendo jam session al limite, sia della sopportazione sonora che della durata, portando sul palco luci psichedeliche, e uno spettaccolo che strabordava salsa da ogni parte. Tutto voleva dire "Noi siamo i Mars Volta, possiamo fare quello che vogliamo, e tutti ci devono osannare".<br>
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Ma quella presunzione era stata troppa da sopportare e molti (la frangia più hardcore dei loro fan) dopo quel tour li hanno un po’ snobbati. Il disco successivo poi (<b>Amputechture</b>), era la continuazione naturale di quella presunzione, un grasso grosso impasto che faceva fatica a stare nel forno e che mostrava forse il definitivo tuffo nel prog. Arrivati a quel punto potevano colassare e scoppiare come una maionese impazzita, o invertire la rotta e tornare quel gruppo geniale e "crossover" che ha cagato una delle più grandi perle del 21esimo secolo che risponde al nome di <b>"Deloused the Comatorium"</b>.<br>
Hanno scelto di invertire la rotta, e sono tornati più forti e belli che mai regalando un disco che forse è il più bello dopo Deloused e un concerto che non ho timore a definire epocale.<br>
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Salgono sul palco e la partenza non da neanche il tempo di prendere fiato: <b>Roulette Dares</b>. Ma danno l’idea che debbano ancora scaldarsi e mi duole dirlo, si sente che il batterista non è all’altezza dell’immenso <b>John Theodore</b> (ex batterista). Nonostante queste due minime pecche, tutte e due trascurabili perchè il riscaldamento dura giusto 3 minuti e il nuovo batterista è comunque forte, riescono a far immergere il pubblico immediatamente nell’atmosfera giusta. Questa volta non ci sono luci psichedeliche, e il primo pezzo della scaletta non dura 3 quarti d’ora. Fanno comunque una jam a metà e una alla fine. Ma possono ingannare solo i meno esperti, perchè queste nuove jam non sono libere, non vengono lasciate esplodere fino al delirio, sono digressioni studiate, impostate, meno sbrodolanti, più melodiche e molto più sensate rispetto a quelle "vecchie". Ricordo che durante il primo pezzo al Rolling Stone, alcuni andarono a prendere da bere perchè nonn ce la facevano più, all’Alcatraz nessuno si è mosso dal suo quadratino di pavimento se non per saltare e delirare con i crescendo della musica.<br>
Da quel momento non si fermeranno più, non farannno una pausa, non se ne andranno mai dal palco, tranne i musicisti che usciranno durante una session di sola chitarra e voce.<br>
Un concerto senza pause, senza bis, senza tris, un unico flusso sonoro. Quanto è durato, un ora? un’ora e mezza? NO, <b>TRE ORE</b>.<br>
Tre ore di concerto incredibili pescando pezzi in quasi ugual misura da tutti gli album, non perdendosi in jam troppo lunghe e deliranti se non solo in due momenti verso la fine del concerto, tre ore in cui si sono mostrati in tutto il loro splendore e in tutta la loro potenza. Già, potenza invece di onnipotenza. Mentre il concerto scorre sembra che abbiamo capito che non c’è bisogno di fare qualsiasi cosa gli venga in mente, ma ogni cosa che si fa deve avere un senso, così come gli intermezzi fra un pezzo e l’altro che Omar fa campionando la sua chitarra, che apparentemente sono inutili, ma in realtà servono a non lasciare "vuoti" nel concerto e a non far distrarre il pubblico.<br>
Dopo due ore e mezza inizi a convincerti che sono veri marziani, che da un momento all’altro si strappino la pelle per far spuntare la loro natura verdognola, con occhi a palla e dita allungate. Dopo due ore e mezza di un concerto così è difficile pensare ad altro, dopo che hanno snocciolato un pezzo dopo l’altro fra i quali mi hanno stupito molto rispetto al disco <b>Tetragrammaton</b> e <b>Viscera Eyes</b> entrambe tratte da Amputechture. Inoltre i pezzi di <b>Bedlam in Goliath</b> dal vivo hanno confermato e ampliato le impressioni positive che hanno dato su disco: belli, rutilanti, incalzanti, nervosi, ma allo stesso tempo ragionati, prodotti bene e arrangiati alla perfezione. Il pezzo che è letteralmente eploso dal vivo è stato <b>Ilyena</b>, impossibile stare fermi.<br>
Dicevamo, dopo due ore e mezza le prime parole rivolte al pubblico, metà del gruppo se ne va e rimangono Omar e Cedric insieme all’altro chitarrista, Cedric nella confusione parla di un "regalo". Si ha l’impressione di tornare sulla terra sentendo uno di loro parlare (in spagnolo) e attaccano con <b>Asilos Magdalena</b>. Ma dopo pochi secondi a causa di un problema di regolazione delle spie si fermano, ridendo per un quasi impercettibile errore di Omar, e a quel punto si piomba tutti a terra, e si capisce di essere di fronte a dei ragazzi che fanno quello che gli piace, buttandoci anima e corpo, ragazzi che forse hannno imparato a non prendersi troppo sul serio anche quando sono sul palco. Dopo questo momento che ha fatto un gran bene all’atmosfera del concerto, riattaccano e regalano una splendida versione del pezzo seguita da una parte di <b>Miranda</b>… (credo sia <b>Pisacis</b>) che a mio parere è stato il pezzo più emozionante di tutto il concerto. Dopo questa parentesi si riprende da dove era stato interrotto il delirio. La conclusione poi è affidata a <b>Day of the Baphoment</b>, eseguita in modo eccelso, sviluppando delle vibrazioni nervose e deliri incredibili fra la folla. C’è anche tempo per vedere una dimostrazione di orgoglio familiare, quando durante il pezzo il fratello di Omar, alle percussioni, fa un assolo e Omar si avvicina a lui esaltatissimo dimenando il pugno e sostenendolo (altra dimostrazione di umanità dei marziani).<br>
La presenza scenica rispetto al primo concerto che ho visto al Rainbow è diminuita di molto, si sbattono molto meno, ma si sbattono il giusto, Cedric quando non canta si dimena come una Shakira col birillo, frangetta stirata compresa, Omar non balla più "il ballo del menisco perduto" (andate a vedere dei vecchi video degli <b>At The Drive In</b> per capire di cosa parlo), ma è comunque immensa la sua presenza, lo si vede dirigere tutto il gruppo (8 elementi), tiene banco nelle jam, crea dei bellissimi tappeti fra un pezzo e l’altro, è completamente padrone della situazione.<br>
Alla fine si ha l’impressione di aver assistito a qualcosa che non capita spesso, si ha l’impressione di aver assistito ad un autentico evento, a una di quelle cose da raccontare a tutti gli scettici, da raccontare all’amico a cui non piacciono per farlo venire al prossimo concerto. Una di quelle cose che ricordi per tutta la vita.<br>
I <b>Mars Volta</b> con questo concerto e con questo tour, hanno voluto dimostrare, e non imporre con la forza, di essere il corrispettivo dell’Inter di oggi (o la Juve di ieri, senza rubare) nel panorama musicale mondiale. Hanno dimostrato di essere uno schiacciasassi. E’ come se avessero preparato accuratamente una finale di coppa dei campioni e l’avessero vinta quattro a zero.<br>
Una dimostrazione così lampante di forza e di potenza non può che consacrarli a miglior gruppo di oggi, per ora solo dal vivo.<br>
Ora aspettiamo con il prossimo disco un ulteriore limatura di quella voglia adolescenziale di mettere tutto quello che gli viene in mente nei loro pezzi, che è sì la loro caratteristica ma anche la loro pecca. Sono sulla strada buona per creare IL capolavoro del prossimo decennio.<br>
<b>Alla fine lo stanno capendo anche loro che la potenza è nulla senza controllo.</b><br>
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<img src="http://www.munkyhaus.com/images/rawkers/theMarsVolta1.jpg" width="500">

Reportage Live: EXILIA

luglio 19, 2008 by admin  
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<img src="http://www.rock-on.it/images/homepage/exilia.jpg" alt="Exilia"><br>
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<h2>Exilia</h2>
Dopo mille peripezie riesco finalmente ad arrivare al <b>New Age</b>; subito noto con gran dispiacere che non c’è molta gente nonostante gli <b>Exilia</b> siano un gruppo che all’estero e soprattutto in Germania ha largo seguito… probabilmente il fatto che si svolgesse di domenica e iniziasse relativamente presto (19.30) ha influito parecchio.<br><br>
La data al New Age chiudeva il <b>“Machete Tour”</b> sponsored by Murder (marca di abbigliamento skate) che vedeva come headliner gli stessi Exilia con supporto di band locali più o meno note, tra cui <b>Amia Venera Landscape</b> da Vittorio Veneto e <b>The Secret</b> da Trieste.<br>
Purtroppo i miei simpatici imprevisti hanno fatto si che perdessi il live di due delle quattro band della serata che “voci di corridoio” hanno descritto come fenomenali sotto l’aspetto tecnico.<br>
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Ad essere sinceri io ero lì soprattutto per loro, gli Exilia.
Luci rosso-blu. Esce <b>Marco “Privacy”</b> poi <b>Stefano “BH”</b>. Esce <b>ElioAlien</b> e per finire <b>Masha</b>. E Iniziano. La scaletta comprende brani di tutti gli album del gruppo, che durante gli anni ha cambiato spesso line-up.<br>
Dei quattro componenti quella che sicuramente riempie la scena è la cantante. Voce calda e decisa e una carica che travolge e fa cantare pure me che i testi li conosco appena (in effetti la mia passione per gli Exilia è nata da poco, nonostante abbia sempre saputo della loro esistenza!).<br>
Dopo un paio di canzoni Masha si blocca e parla della difficoltà dei gruppi italiani di emergere nel panorama nazionale e internazionale che “aprono le loro porte solo a gruppi stranieri ponendo in secondo piano la musica italiana”. Tutti applaudono, a quanto pare le sue parole hanno colpito nel segno. Il concerto continua senza intoppi. Una canzone dietro l’altra con qualche altro intervento di Masha per spiegare alcuni testi delle canzoni e per ringraziare noi del pubblico.<br>
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Partiamo dal presupposto che io non me ne intendo di tapping, effetti di chitarra e altre tecniche per suonare uno strumento; io mi limito ad ascoltare e cercare di “sentire” la musica e di far scivolare ogni nota e ogni respiro dentro di me (si sono poetica, ma infondo la musica è poesia per chi come me non riesce a farne a meno). Quello che posso dire degli Exilia è che mi sono trovata davanti un gruppo compatto con voglia e capacità di sfondare in questo mondo crudele che è il music biz e musicisti validi che sanno cosa significhi spaccarsi in quattro per raggiungere i propri obiettivi, come dimostra BH che nonostante la febbre ha suonato e battuto alla grande sulla sua batteria.<br>
Verso la fine del concerto la cantante ringrazia i membri degli <b>Statobardo</b> per essere tutti presenti ad applaudire i loro amici e ex colleghi Privacy e BH che con la fine del progetto Statobardo nel 2005, furono contattati e incorporati negli Exilia.<br>
E con <b>“Stop Playing God”</b> termina il concerto e io aspetto che la band esca dal backstage per complimentarmi con loro e abbracciarli.<br>
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<b>Scaletta:</b><br>
-RISE WHEN YOU FALL<br>
-KILL ME<br>
-DESTROY MY EYES<br>
-IN A COMA<br>
-STARSEED<br>
-UNDERDOG<br>
-COINCIDENCE<br>
-WHERE I’M WRONG<br>
-STOP PLAYING GOD<br>
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<img src="http://a642.ac-images.myspacecdn.com/images01/14/l_a547c3c5aaaff977b958973a70a42221.jpg" width="500">

Reportage Live: PATTI SMITH

luglio 19, 2008 by admin  
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<img src="http://www.rock-on.it/images/homepage/patti_smith.jpg" alt="Patti Smith"><br>
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<h2>Patti Smith</h2>
Quale location più congeniale per la “sacerdotessa del rock” se non una chiesa con tanto di altare e pubblico osannante? Considerando poi che le chiese più belle e suggestive del mondo ce le abbiamo noi in Italia non ci stupisca affatto che la leggendaria <b>Patti Smith</b>, per promuovere il suo nuovo album di cover “Twelve”, abbia voluto ambientare le quattro tappe italiane del suo minitour “A wing in heaven blu” rispettivamente nel Duomo di Portoferraio, nella chiesa di San Francesco a Prato, nella Chiesa di San Nazzaro e Celso a Brescia e infine nella chiesa di San Vittore a Milano.<br>
Particolarmente toccante la serata del 17 Dicembre a Prato dove l’austera chiesa di San Francesco, affollata fino all’inverosimile, si è insolitamente trasformata per l’occasione epocale in una piccola arena pulsante.<br>
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Accompagnata dal violoncellista Giovanni Sollima e dal tastierista/chitarrista Toni Shanahan l’artista di Chicago ha alternato intense poesie (tra le quali una commovente “Three windows” in ricordo di Papa Woytila e un doveroso tributo a Blake) a struggenti litanie indo-americane e mitici brani musicali del suo repertorio. La solennità del luogo non ha assolutamente inibito il pubblico dal dispensare applausi scroscianti e grida da stadio sulle note di “Because the night”, “A perfect day” di <b>Lou Reed</b>, “Helpless” di <b>Neil Young</b> – dedicata alla memoria del marito Fred ‘Sonic’ Smith – e “People have the power”, cantata con tanto di pugno chiuso sotto lo sguardo attonito dei Santi nascosti dietro le teche.<br>
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Il saluto e i ringraziamenti di rito allo scoccar delle 22.30. Due minuti due di fase refrattaria e poi l’acclamatissimo bis con “Dancing barefoot” a chiudere una serata memorabile fatta di rispettosi silenzi, gemiti trattenuti, respiri amplificati, commenti appena sussurrati, lontanissime malinconie, ovazioni transgenerazionali, teneri ringraziamenti, parole adagiate sopra un leggio e melodie universali cantate a squarciagola, a suggellare sotto gli occhi di tutti la genuina religiosità di una donna vissuta e la sacralità musicale di un’artista impegnata, entrambe incarnate da una splendida sessantenne in jeans e giacca scura.

Reportage Live: RAVEONETTES

luglio 19, 2008 by admin  
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<img src="http://www.rock-on.it/images/homepage/raveonettes.jpg" alt="Raveonettes dal vivo al New Age Club di Roncade (Treviso)"><br>
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<h2>Raveonettes</h2>
Sono passati come una cometa al ralenti, ipnotica e affascinante, mai fuori misura negli atteggiamenti e nelle sonorità, i <strong>Raveonettes</strong> dal vivo sorprendono soprattutto grazie a un muro sonoro quasi perfetto e a una posa glamour. Le ammiccanti ma discrete effusioni col pubblico richiamano a tratti la loro freddezza nordica, con <strong>Sharin Foo</strong> che sul palco del <strong><em>New Age Club</em></strong> di Treviso sembra davvero qualcosa di fatato e quasi irreale nella sua grazia; accanto a lei <strong>Sune Rose Wagner</strong> è il compagno artistico da cui non si può separare, quasi fossero gli <strong><em>Hansel & Gretel</em></strong> dell’indie rock.<br>
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L’impasto sonoro della macchina <strong>Raveonettes </strong>sembra calibrato con sin troppa precisione, <strong>Sharin</strong> e <strong>Sune</strong> sui due lati del palco cantano all’unisono, salvo qualche rara parentesi dove lei cede la scena a lui; dietro di loro un unico percussionista, secco ed efficace, che suona in piedi per tutta la durata dello show. Possiamo anche concedere qualche base elettronica sparsa e chiudere un occhio su un suono e un’atmosfera un po’ ovattata e monocorde, perché lo spettacolo resta comunque di primissimo livello. Mantengo però ancora uno sbiadito ricordo di quando nel 2003 li avevo intravisti in maniera sin troppo veloce nella caciara di in uno dei tanti festival spagnoli, in quell’occasione però con una formazione tradizionale (completa di basso e batteria), in cui il livello di elettricità era davvero altissimo.</p>
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I percorsi sonori del duo danese sono ora una scorribanda impazzita all’insegna di un <em>coast to coast</em>, dove i rimandi nemmeno tanto velati verso i <strong>Velvet Underground</strong> e il garage <em>made in Detroit,</em> si alternano con disinvoltura a un mood che vira verso la costa opposta degli States, con atmosfere <em>sixties</em> in stile Beach Boys che la fanno da padrone. Nasce così un’altalena emotiva in cui il pop più solare va a passeggio mano nella mano con virtuosismi <em>shoegaze</em>, come se i <strong>Jesus And Mary Chain</strong> facessero irruzione in un <em>beach party</em> organizzato dalle <strong>Ronettes</strong>.<br />
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Poco più di un’ora live sembra la durata perfetta per esaltare lo show dei <strong>Raveonettes</strong>, bravi ad alternare gli episodi più recenti con i successi del passato e dimostrando ancora una volta come la dimensione più intima del club gli si addica alla perfezione. Il primo singolo “<strong><em>Dead Sound</em></strong>” del nuovo e riuscito album “<strong><em>Lust Lust Lust</em></strong>”, è una summa della nuove direzioni intraprese dall’immaginario sonoro della band, mentre “<strong><em>That Great Love Sound</em></strong>” richiama ancora una volta la sua anima più poppeggiante e primitiva. L’alternanza di sfumature in chiaroscuro è continua, piacevole e mai eccessiva, con uno show che tiene il pubblico sempre sulle spine, tra i balletti graziosi provocati da “<strong><em>Here comes Mary</em></strong>” e la tempesta noise di “<strong><em>Attack Of The Ghost Rider</em></strong>”, che rimarrà sempre uno degli anthem più famosi della formazione danese.</p>
<br>
“<strong><em>Love In a Trashcan</em></strong>” ricorda ancora una volta la disinvoltura e l’appeal glamour del nostro duo, ormai avvezzo ad apparire su tutte le copertine dei magazine specializzati, non solo musicali ma anche di alta moda.<br />
Tutte le singole canzoni cominciano a incastonarsi come un puzzle sonoro con sorprendente e irripetibile perfezione, da “<em><strong>Lust</strong></em>” all’incantevole “<strong><em>Aly Walk With Me</em></strong>”, fino ad arrivare a “<strong><em>Hallucinations</em></strong>”, dove parte l’ennesima splendida coda strumentale con gli arpeggi di Sune si fanno rincorrere da quelli di Sharin in maniera quasi divertita. Forse proprio qui sta la sfida vinta dai Raveonettes, contro sé stessi innanzitutto e contro il loro passato, con una capacità indiscussa di riproporre la trame sonore a loro sempre care ma con un tono e una leggerezza che le fanno risultare sempre nuove e attuali, nonostante i continui e riusciti vezzeggiamenti vintage. <br />
<br />
In estrema sintesi, un’altra mirabile serata dove le parole servono a poco.</p>
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<em>Le foto qui presenti sono di <strong>Anna Cerabino</strong>, che ringraziamo per la gentile concessione</em></p>
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<img src="http://www.rock-on.it/images/homepage/raveonettes2.jpg" alt="Raveonettes dal vivo al New Age Club di Roncade (Treviso)">

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