PULP-iTO – La vergine e la rivoluzione

2009-pulp-itoI PULP-iTO e la vergine. I PULP-iTO e la rivoluzione. L’Italia canta. Il rock canta. Snowdonia canta. Snowdonia canta sempre. Cantiamo tutti. Cantate tutti. Cantanti tutti. Non canta più nessuno. Male. Troppo male. I PULP-iTO e il loro esordio discografico. Tredici anni di storia. Lecco, Lombardia. La lega ce l’ha duro. I lumbard ce l’hanno duro. I PULP-iTO di più. I PULP-iTO senza la vergine. I PULP-iTO e la rivoluzione inesistente. Non c’è nessuna rivoluzione. Non esiste nessuna rivoluzione. La rivoluzione non può più esistere. Cialtroni. Scemi. Pagliacci. Alternativi sfigati. Comunisti mangia bambini.

“La vergine e la rivoluzione”, dieci brani, cinquanta minuti. I PULP-iTO senza confini, senza limiti. Nessun filo logico. Nessuno schema. Nessun paura. “Nessun rimpianto, nessun rimorso soltanto certe volte capita che appena prima di dormire mi sembra di sentire il tuo ricordo che mi bussa e mi fa male un po’ (grazie Max). “La vergine e la rivoluzione”, la luce psichedelica (“Vita vergine”), la new wave italiana e il Consorzio Suonatori Indipendenti (“…attento Ferretti il cavallo ti scalcia, attento Ferretti il montone ti monta…”), il rock italiano (i Marlene Kuntz cantano i “Pugnali d’aria” e la “Rivoluzione”), il pop italiano (“…My favourite football player is Stankovic…”), gocce elettroniche. “La vergine e la rivoluzione”, produce Snowdonia Records. Produce l’Italia.

Come sopra, tredici anni di storia, di concerti, di premi, di concorsi. I PULP-iTO al debutto, “La vergine e la rivoluzione”. La musica dello stivale. La musica nello stivale. Soltanto il rock e la new wave dei primi anni novanta. Sempre in prima fila.

PEARL JAM – Backspacer

novembre 19, 2009 by Vittorio Lannutti  
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PEARL JAM - Backspacer

PEARL JAM - Backspacer

Universal
Tornano ad irrompere con il loro sound più infiammato che mai i Pearl Jam.
Per questo nono lavoro in studio la band di Seattle ha voluto nuovamente dietro la cabina di regia Brendan O’Brien, che ha prodotto già “Vs”, “Vitalogy”, “No code” e “Yield”. L’intervento di O’Brien non è casuale e calza a pennello, dopo le incertezze dell’omonimo del 2006, dato che con “Backspacer” Vedder e compagni riprendo la mira di un rock incandescente che entusiasmerà sicuramente coloro che accorreranno ai loro concerti.
Sì, perché questi undici brani sembrano perfetti per la resa live, con chitarre serrate e con la batteria di Cameron sempre prontissima a sostenere gli altri McCready, Gossard ed Ament, oltre alla sempre più carismatica voce di Vedder. Le intenzioni dei Pearl Jam sono chiare dai primissimi secondi, con la potente e dinamica “Gonna see my friend”, perfettamente sospesa tra le istanze degli Who ed il crossover di stampo Usa dei ’90.
Il brano successivo non è da meno con il ritmo serrato di “Got some”, nel quale i cinque artisti riescono a coniugare molto bene momenti frenetici ad altri melodici.
Ottima anche la resa di “The fixer” tanto graffiante, quanto carica, mentre risulta scheletrica ed essenziale, ma all’occorrenza infiammata la saltellante “Johnny guitar”. Vedder poi sembra recuperare due brani dalle sessions di “Into the wilde” con “Just breathe” e “The end”, due brani molti intimi e raccolti.
“Amongst the waves” è l’unica nota stonata di un lavoro nel complesso molto buono, dato che in questo brano sembra che la band di Seattle cerchi un’epicità di cui non hanno bisogno, ma per fortuna che, invece, con “Supersonic” partono a razzo con un punk-grunge indimenticabile.
“Backspacer” in pratica è un invito a nozze per i loro concerti.

LYNYRD SKYNYRD – God And Guns

novembre 10, 2009 by Davide Merli  
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LYNYRD SKYNYRD - God And Guns

LYNYRD SKYNYRD - God And Guns

Roadrunner Records, 2009
Non avrei scommesso un centesimo sul ritorno discografico dei Lynyrd Skynyrd, band che è miracolosamente sopravvissuta alle continue disgrazie avvenute ai vari membri nel corso di questi trent’anni, non ultime le scomparse dello storico tastierista Billy Powell e del bassista Ean Evans avvenute a distanza ravvicinata in questo 2009. Basta però mettere questo “God And Guns” nel lettore per ricredersi subito, anzi per ammirare lo sforzo della band nel rinnovare il proprio stile, orientandosi a tratti verso un southern hard rock in stile Nickelback in pezzi come “Still Unbroken”, gran singolo di lancio per il disco, e “A Little Thing Called You”. Quello che colpisce però è come la band sia riuscita ad evolvere il proprio suono senza però rinnegare o intaccare il vero spirito Skynyrd fatto di amore per la patria e di southern rock sincero e dai testi molti semplici e caratteristici: non mancano infatti le citazioni non troppo indirette a “Sweet Home Alabama” o “Simple Man” in pezzi come “ Southern Ways” o “Simple Life”, due vere e proprie gemme che sembrano uscite fuori da delle session degli anni ’70. Il disco inoltre non presenta cali di qualità, alternando saggiamente pezzi più moderni come la titletrack dal sapore country e “Floyd” a pezzi invece più in linea con il passato come “That Ain’t My America” e la conclusiva “Gifted Hands”. In conclusione un ritorno sulle scene sorprendente per una band che ha fatto la storia del rock americano e che ha dimostrato con questo “God And Guns” di saper ancora emozionare e sorprendere. Immortali.
Voto:85

AFI – Crash Love

ottobre 20, 2009 by Davide Merli  
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afi-crashlove

AFI - Crash Love

Interscope records
Dopo l’ottimo e acclamato “Decemberunderground” gli AFI tornano alla ribalta con questo nuovo e attesissimo “Crash Love” a cui spetterà il duro compito di bissare il successo dei suoi due precedenti. Già dai primi ascolti si intuisce subito che questo “Crash Love” costituisce il vero punto d’arrivo stilistico nel percorso che ha portato la band ad evolversi da un dark punk/screamo di “Sing The Sorrow” fino ad un alternative rock/punk puro di questo nuovo lavoro, con un passo intermedio costituito dal precedente “Decemberunderground”. A livello qualitativo Davey Havok e soci hanno saputo realizzare un altro grande album in grado di ripagare le grosse aspettative e che sicuramente scalerù le charts americane con tanti potenziali singoli come “Medicate”, “Beautiful Thieves” o “Sacrilege” tanto per citarne qualcuno.
Quello che colpisce maggiormente però è come gli Afi siano sempre riusciti a proporre qualcosa di nuovo ad ogni disco risultando sempre originali ed inspirati ma senza però rinnegare nessun album precedente, quasi a voler creare un lento e armonioso processo evolutivo, che però sembra giunto al capolinea con questo “Crash Love”. Vedremo cosa riusciranno in futuro ad inventarsi ancora, per adesso godiamoci questa ennesima gemma della discografia degli Afi.
Voto: 8

DIRTY PROJECTORS – Bitte Orca

settembre 24, 2009 by Matteo Sartore  
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DIRTY PROJECTORS - Bitte Orca

DIRTY PROJECTORS - Bitte Orca

Complicato accostarsi a questo sesto album della band di Dave Longstreth & soci; riduttivo persino definirlo “sperimentale”, ma tant’è. I Dirty Projectors spiazzano, questo è certo. Più un collettivo che una band vecchia maniera: vi è passato anche Ezra Koenig, ora nei mai troppo lodati Vampire Weekend (nei quali ha forse trasferito la passione per le contaminazioni non facili e/o immediate).
Bitte Orca, nome scelto dal cantante perché “suonava bene”, non è un disco folk, non è classico rock acustico, non è pop, o forse sì. Due voci, maschile e femminile: si confondono, si fondono, si sostituiscono, si mescolano (“No Intention”). L’andamento schizofrenico di “Temecula Sunrise”, il quasi-simil  pop dell’altro singolo “Stillness Is The Move”, l’arrendevolezza della traccia conclusiva “Fluorescent Half Dome” (attenzione, nemmeno quest’ultima è rassicurante, con quelle improvvise accelerazione di batteria che il resto del collettivo sembra non seguire) rappresentano comunque un passo avanti dal precedente Rise Above. Un disco cerebrale, ansioso, poco accomodante: perfetto!

PLACEBO – Battle for the Sun

giugno 24, 2009 by Luca Doldi  
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PLACEBO - battle for the sun

PLACEBO - Battle for the Sun

Quanto può influire in una band il cambio di un elemento?

Io l’ho vissuto e posso dire che influisce molto, soprattutto se l’elemento che si cambia è il batterista, e quest’ultimo partecipa attivamente alla stesura dei pezzi.

Nel caso di un trio come i Placebo il cambio di batterista influisce tantissimo sul sound, sullo stile, sull’attitudine. Infatti in “Battle fo the Sun” si sente tantissimo l’apporto del nuovo entrato. I Placebo non sono cambiati nello stile o nel songwriting, sono sempre loro e si sente più che mai, ma hanno qualcosa di diverso, qualcosa di fondamentale: l’attitudine.

Vi ricordate Meds? Ecco dimenticatevelo, se non l’avete già fatto. Non perché non sia bello, anzi, ma l’ho sempre trovato un disco “stanco”, “pesante”, e molto studiato a tavolino (nonostante dicessero che fosse basato molto sulla performance).

“Battle for the Sun” è tutto l’opposto. E’ un disco fresco, istintivo, diretto, molto giocato sulle chitarre, con distorsioni leggermente più pesanti del solito e pochi sample/tastierini vari. Insomma è un vero disco Rock. Sembra incredibile ma hanno riacquistato quell’urgenza espressiva che si sente solo nei gruppi emergenti o nelle band al debutto. Anche la voce di Brian Molko è molto più emotiva, sanguigna e disperata del solito, in alcuni tratti è anche commuovente come non lo è mai stato.

In questo disco sentirete la stessa atmosfera di sottile e generale eccitazione che si respira in una classe di sole ragazzine quando viene presentato il compagno nuovo e un po’ fighetto che viene da fuori.

In questa mutazione ci sono di mezzo sicuramente le mani e i piedi di Steve Forrest, il nuovo batterista 22enne che ha sostituito il “vecchio” e sicuramente stanco Steve Hewitt. E si sente. Come tecnica, fantasia e impatto è sicuramente superiore al suo predecessore, anche se mi manca un po’ il suo tipico doppio colpo di rullante. Sicuramente agli altri due membri storici deve aver stimolato molto questo confronto con un ragazzo così giovane.

Il risultato di tutto questo ha la sua massima espressione nel brano che da il titolo all’album, che è sicuramente il più complesso come struttura, riff di chitarra e drumming di tutta la produzione Placebo. Un continuo crescendo carico di tensione che sfocia in un’esplosione finale che da i brividi. Il singolo che ha anticipato il disco invece è forse il pezzo più freddo e impersonale, valido per far capire l’”attitudine”, ma a mio avviso uno dei peggiori di tutto il disco.

Per sentire forte e chiaro i tipici “tastierini” (non è assolutamente un termine tecnico ma rende bene l’idea) che hanno costellato più o meno ogni canzone dei Placebo negli anni passati dovete aspettare la quinta traccia “Devil in Details”. Dove si sente tutto il loro stile e la loro impronta, con una strofa costruita su un ritmo sincopato e un ritornello invece molto esplosivo e lineare. Altro pezzo a mio avviso splendido e in pieno stile Molko & Co è “The Never Ending Why”, una canzone trascinante dove c’è anche spazio per dei fiati nello special.

Ma l’oscar di pezzo più bello di questo disco lo vince sicuramente “Happy You’re Gone”, una ballad veramente struggente. Una strofa sussurrata e un ritornello carico e disperato, in cui Molko da il meglio di se come cantante e come interprete, con un testo che non è nulla di nuovo, ma parla della perdita di qualcuno in un modo molto toccante, che abbinato all’interpretazione di Brian ha un risultato davvero commuovente. Pane per cuori teneri e autolesionisti.

Tirando rapidamente le conclusioni (altrimenti mi dilungherei troppo), questo forse sarà un disco che deluderà i fan più dark, ma chi ama il lato più rock e diretto dei Placebo esulterà come ho fatto io sentendo questo “Battle for the Sun”.

VANESSA PETERS – Sweetheart, Keep Your Chin Up

aprile 23, 2009 by antoniobelmonte  
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Vanessa Peters

Vanessa Peters

(Little Sandwich Music)
Genere: Folk/Rock/Country
Da buon toscano quale sono mi inorgoglisce alquanto la scelta artistica di Vanessa Peters, giovane cantautrice texana di Austin, che nonostante il seguito e la stima riscossi in terra natia ha visto bene di accompagnarsi a valenti musicisti italiani per concepire il bellissimo “Sweetheart, Keep Your Chin Up”, un intenso e appassionato concept-album dal sangue misto – registrato tra Dallas e la regione di Dante – vera e propria creaturina “bastarda” per gestazione, ispirazione, sceneggiatura, luoghi di lavoro e solidale cameratismo creativo, sfociato nella sapiente produzione artistica di Salim Nourallah, Vanessa Peters e gli Ice Cream On Mondays, la band italiana della Nostra.
Se la pacatezza d’animo dei 14 brani del disco scaturisce dalla tranquillità delle campagne toscane le radici musicali rimangono invece saldamente ancorate al country-folk statunitense, contaminato dagli slanci elettrici dei Jayhawks, dalle malinconie pop di Suzanne Vega, dal liturgico intimismo dei Cowboy Junkies e dalle ombreggiature folk di Patty Griffin.
Poco altro da aggiungere e tanto da ascoltare: una manciata di perle (“Keep your chin up”, “Coming to meet me” e “A million little rocks”) ben amalgamata ai restanti episodi di un lavoro che ridisegna a suo modo il country-folk tradizionale in chiave ”noir” (per citare le stesse parole della Peters) per dare voce e respiro musicale a personaggi mitologici, marinai leggendari, streghe fiabesche ricollocati in una dimensione spazio-temporale moderna, con indubbio spessore stilistico e intellettuale.
Il disco ideale per scaldare il cuore e l’IPod di quei viaggiatori solitari che partiranno dalla mia Toscana per realizzare un picaresco coast-to-coast negli Stati Uniti con lo zainetto in spalla, un libro in mano e una sigaretta tra le dita.


Tracklist:

Good news
The war
The next big bang
Austin, I made a mess
Drowning in Amsterdam
Medals
Keep your chin up
The grammar of a sinking ship
First lesson
Coming to meet me
Saint Anthony
Just down
A million little rocks
Okay from now on

Line up:
Vanessa Peters: vocals, acoustic guitar
Manuel Schicchi: acoustic & electric guitars, harmony vocals
Alberto Serafini: drums
Gabriele Galimberti and/or Juri DeLuca: bass guitar
Guglielmo Gagliano: violoncello
MC Hansen: cori
Alex Akela: violino, mandolino e cori

www.myspace.com/vanessapeter

AKIMBO – Jersey Shores

febbraio 14, 2009 by Vittorio Lannutti  
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Akimbo - Jerseys Hores

AKIMBO - Jersey Shores

Neurot
Gran bel disco questo sesto lavoro degli Akimbo di Seattle, che sono stati scelti personalmente dai Neurosis per la loro etichetta, la Neurot. Il disco è un concept album, dato che il tema portante dei sei brani è il tragico attacco di squali che colpì la costa del New Jersey nel 1916. In quasi quarantasette minuti, il trio riesce a trasmettere tutti i sentimenti negativi che un evento del genere può suscitare. Terrore, angoscia, rabbia, impotenza, frustrazione, dolore, paura sono tutti condensati in questi magmatici ed intriganti brani, suonati con cura e con grande maestria dove affiorano tutti i principali generi di riferimento della band guidata da Steve Von Till. Post metal, post core, noise, psichedelia, stoner, ma anche math sono le sonorità presenti. Il disco si apre con “Matawan”, che parte lenta, ma con un sottofondo di tensione, che poi esplode con chitarre tirate e cambi di ritmo che vanno dall’accelerato al tirato. Il secondo brano “Bruder vansant” ha un’esplosione catartica, che poi rallenta, lasciando spazio alla psichedelia, per ripartire più rabbiosa, ma anche più tesa. “Lester stillwell” è convulsa, tritata, ansiogena, che si evolve prima verso il post metal, ma poi omaggia l’hard rock classico dei ’70. A seguire gli Alimbo ci propongono “Rouge” vibrante ed aperta, ma anche più urticante e vicina allo stile Unsane. Il penultimo brano è “Great white bull”, che parte con sonorità che miscelano il sound dei Neurosis e, ancora, degli Unsane, ma poi cambia quasi totalmente registro stilistico, omaggiando gli Shellac. In conclusione la title-track, che è una lunga suite di oltre dodici minuti, che parte minimale, essenziale e con una ritmica rallentata, con forti tratti psichedelici, per intensificarsi nell’ultima parte. Con questo disco monumentale, che speriamo non passi sotto silenzio, gli Akimbo, insieme a pochi altri gruppi, stanno riscrivendo le regole della musica pesante, con originalità, dato che hanno ben capito quanto sia fondamentale la contaminazione.

MACNO – Tutto come prima

ottobre 21, 2008 by Vittorio Lannutti  
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MACNO - Tutto Come Prima

MACNO - Tutto Come Prima

La Scala Dischi/Venus
Hanno impiegato tre anni i comaschi Macno per dare un seguito all’ottimo esordio “A pochi passi da qui”. Con “Tutto come prima” i Macno confermano la loro attitudine ad un ottimo rock compatto e cantato in italiano, nel quale le chitarre sono in primo piano con poche deviazioni ed una concretezza invidiabile. Il loro approccio, infatti, è essenziale e con pochi fronzoli.
I testi cantati con un equilibrato lirismo da Mimmiz sono spesso introspettivi e sembrano concentrati su note autobiografiche, anche se con tonalità malinconiche, come nella ballata “Il mio peccato” o nella simbolica “Un’altra goccia” nella quale emerge una voglia di fuga dal contatto con gli altri. Il pezzo musicalmente più accattivante è sicuramente “Un altro giorno d’estate”, nella quale l’elettro-rock lascia lo spazio a dei tratti dub. Se poi “Baci rubati” è scarnificata e malinconica, “Lontano, lontano, lontano” è caratterizzato da un ballata nella quale la chitarra vibra al punto giusto.
“Tutto come prima” è arricchito dalla presenza di vari ospiti: Simone Lenzi dei Virginiana Miller, Lele Battista, Nicola Manzan e Gianluca Lo Presti.

JOE LALLY – Nothing is underrated

ottobre 20, 2008 by Vittorio Lannutti  
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JOE LALLY - Nothing is Underrated

JOE LALLY - Nothing is Underrated

Dischord
Purtroppo è ancora in stand-by il progetto Fugazi e allora dobbiamo accontentarci dei lavori solistici degli ex componenti, come il secondo lavoro di Joe Lally. La cosa che non mi va giù è che gli ex componenti dei Fugazi, poi collaborano tra loro. In questo cd, infatti, danno il loro contributo Ian McKaye e Guy Picciotto, e l’ingegnere del suono è il quinto Fugazi: Don Zientara. A questo punto mi domando perché i Fugazi non fanno un nuovo cd?

Va bene, passiamo a “Nothing is underrated”, dato che siamo qua per questo. Lally fa un lavoro di evoluzione rispetto al suo esordio del 2006 “There to here”, dato che se questo era abbastanza monocorde, quest’ultimo lavoro ha sonorità più variabili. Il suo strumento ovviamente è sempre in primo piano, ma lascia maggiore spazio alle chitarre, che si dilettano a lanciare fendenti noise. Il ritmo è spesso lento, permettendo ai brani di procedere in maniera riflessiva, non eccedendo mai.

In questo cd succede tutto il contrario di quanto accadeva con i Fugazi, in quanto il sound è estremamente contenuto e posato. Il basso a volte si fa ipnotico, altre procede aggressivo, ma sa sempre perfettamente dove andare a parare. Trentasei minuti per scoprire un’altra faccia dei Fugazi.

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