ATLAS LOSING GRIP – Shut the World Out

luglio 7, 2009 by admin  
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Atlas Losing Grip “Shut the world out”

Atlas Losing Grip “Shut the world out”

Fosse uscito dieci anni fa, questo “Shut the world out” degli Atlas Losing Grip sarebbe stato l’ennesimo (buon) disco di hardcore melodico di derivazione californiana e svedese. Un altro prodotto per appassanti che non avrebbe aggiunto nulla o quasi a una scena ricca di idee e molto florida. Ma visto che, invece degli anni Novanta, ci troviamo nel 2009 la prospettiva cambia radicalmente. Prima di tutto perché di cd come questi, scusate se è poco, se ne sentono orami tre o quattro all’anno. E poi perché per uno come me che è cresciuto a pane e Nofx, Satanic Surfers e Millencolin quest’ennesima uscita No Reason Records funziona come un piacevole ritorno al passato. Gli Atlas, infatti, suonano hardcore melodico come Dio comanda. Stacchetti e accelerazioni, voce soffocata dalla chitarra e cori a profusione. Tutto quello che potrebbe desiderare un orfano della già citata band di Rodrigo (le similitudini sono molte, alcune a livello di plagio), dopo centinaia di album di emo-core e screamo che sembrano aver soppiantato un certo tipo di suono nei cuori dei kids di tutto il mondo. Insomma, chi aveva 15 o 16 anni quando sono usciti bestseller come “Hoss” dei Lagwagon, “666 Motor Inn” dei Satanic Surfers e “Straight ahead” dei Pennywise non farà fatica ad amare questo cd. Gli ingredienti che hanno fatto grandi certe band del decennio scorso ci sono tutti. Compresa una buona dose di testi politici e comunque impegnati. Ma se ancora non vi fidate, vista anche la giovane età del combo, sappiate che Stefan, basso e voce della band, suona anche negli Enemy Alliance proprio insieme all’ex cantante dei surfisti satanici e che nella nutrita tracklist del cd compare anche una fulminante cover degli Adhesive (band culto degli anni novanta) dal titolo “Punk is a bunch of kids with funny haircut”. Un pezzo che sembra scritto appositamente per questi tempi bui e poco incoraggianti e che si amalgama alla perfezione a canzoni del calibro “Nothing has change”, “All in vain” e “Never grow apart”.

Diego Curcio
Voto 3,5 su 5
www.myspace.com/atlaslosinggrip

ANARBOR – Free Your Mind

aprile 19, 2009 by Luca Doldi  
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Anarbor - Free Your Mind

Anarbor - Free Your Mind

Gli Anarbor sono un gruppo di quattro ragazzi frangiati provenienti da Phoenix, Arizona. Si presentano al mondo con questo Ep dal titolo “Free Your Mind”, lanciato dalla Hopeless Records, e bisogna ammettere che si presentano bene.
Alle spalle hanno la classica storia da gruppo americano di bravi ragazzi che si conoscono sui banchi di scuola e iniziano a fare pop-punk. Free Your Mind infatti è un altro capitolo della saga “finchè c’è una chitarra distorta, linee vocali ruffiane e ragazzi che piacciono alle tredicenni, c’è successo”. In questo caso il successo deve ancora arrivare, ma le altre due componenti sono ben radicate. Anche se a guardarli bene la bellezza non è proprio così radicata, ma si sa che il fascino della rock star compensa le mancanze.
L’ep è formato da 7 pezzi prodotti, registrati e mixati da Mike Green, un uomo che ha gia messo le mani su gente come Paramore e Good Charlotte. La mano si sente tutta, perché il prodotto è ottimo sotto ogni punto di vista, ottimi suoni non troppo puliti e molto “reali”, senza la classica supercompressione “radio-friendly”; ottimi arrangiamenti, senza utilizzare sinth, violini giocattolo, o altri aiuti elettronici come ultimamente capita spesso a band di questo tipo. Gli Anarbor dal loro sacco, tirano fuori 7 ottimi pezzi, fra cui un singolo notevole come “The Brightest Green”, che filano via come un treno e ti vedi costretto a doverli risentire immediatamente. Oltre al singolo citato ci potrebbero essere ben altri 4 potenziali singoli a mio parere.
L’unica nota negativa che gli si può trovare è la fortissima influenza dei Fall Out Boy, nella voce, in molte delle soluzioni armoniche e melodiche. Ma l’originalità in questo genere non è l’elemento di punta, e se bisogna criticare gli Anarbor per questo bisogna criticare una serie infinita di gruppi, tipo All American Reject, Metro Station, e mille altri. Tuttavia, si sentono anche dei piccoli passaggi che prendono spunto da altri generi e mondi, per questo confido nel fatto che questo gruppo presto prenda una sua strada molto meno battuta da altri loro colleghi. Come si dice: sono giovani, si faranno.
Dalla loro hanno anche il fatto di riuscire a dare un’immagine (e un sound) “vera”, di ragazzi che suonano per il divertimento di suonare, che fanno quello che fanno perché ci credono e non per inseguire il successo.
In definitiva è un disco da ascoltare questo “Free Your Mind” , perché gli Anarbor sono un gruppo che ha tutte le carte in regola per essere la prossima Next Big Thing del pop-punk americano.

The LIVING DAYLIGHTS – Ways to Escape

febbraio 16, 2009 by Diego Curcio  
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The LIVING DAYLIGHTS - Ways to Escape

The LIVING DAYLIGHTS - Ways to Escape

Prendete i Fugazi dei primi due strabilianti ep (quello omonimo e “Margin Walker” poi raccolti nel cd antologico “13 Songs” tanto per intenderci) e aggiungete un pizzico di melodia in più. Recuperate tutta la rabbia degli Strike Anywhere più ispirati e incazzati e mescolate tutto con una buona dose di rock’n’roll e qualche richiamo agli Hot Water Music. Solo così potrete avere una mezza idea di cosa suonano i Living Daylights, ennesima bella scoperta della nostra No Reason Records (qui affiancata dalla Found of Life) dopo un anno passato a base di Rentokill, Argetti, Antillectual e compagnia cantante. Più ci penso e più la label di Sant’Angelo Lodigiano mi ricorda la mitica e compianta Nh-n del mio amico Francesco Derchi, che qualche anno fa aveva sfornato i dischi di band come Bigoz Quartet, Evolution So Far e Nitrojuice. Ma bando ai ricordi, quello che colpisce di questo bel disco (“Ways to escape”) è senza dubbio la compattezza di tutti i suoi dodici pezzi. Una manciata di canzoni davvero ben scritte e suonate come dio comanda (ottima anche la produzione, discreta ma azzeccata). A farla da padrone, per tutto l’album sono le chitarre ruggenti del quintetto inglese (sono di Lincoln, ma suonano come un gruppo di Richmond o Washington DC), che mescolate alla voce di Rusty (un marchio di fabbrica per chi fa questo tipo di post-hc) riescono ad emozionare anche un vero e proprio criticone come il sottoscritto. E anche se qualcuno obietterà (giustamente) che fra i dodici pezzi in scaletta non ci sono grandi novità di rilievo (ragazzi le coordinate credo di averle spiegate piuttosto diffusamente), c’è da dire che fa sempre un immenso piacere ascoltare un lavoro onesto come questo “Ways to escape”, che sappia parlare al cuore, ma anche alla testa delle persone. In fondo non è così facile, in quest’ultimo periodo, sentire degli album che non infilino, ogni tre per due, un urletto screamo o si avventurino in sonorità gotiche e darkeggianti con la pretesa di fare “punk”. Questi ragazzi, invece, hanno deciso di rispolverare il caro vecchio hc o post-hc che di si voglia di marchio americano. Ne è venuto fuori un esordio cosi fiocchi.

www.myspace.com/thelivingdaylightssuk

BLACK OUT – Black Out

ottobre 28, 2008 by Serena Mazzini  
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Blackout

Blackout

Immaginate una piovosa giornata in una grigia città di provincia.
Ilfreddo ti taglia la pelle mentre esci di casa, ti impregna le ossa, tiartiglia la schiena, ti stringe le braccia, ti fa tremare. Ma poi, incontri i tuoi amici, prendete le vostre biciclette, quelle che usate da anni e non vi abbandonano mai e, tra le quattro mura di una sala prove, grazie alla musica, grazie alle parole, grazie all’energia chesi sprigiona, vi ritrovate direttamente nelle assolate spiaggie della California, con i vostri skate, con le birre in mano, dove tutto sembraessere illuminato, dove ogni problema sparisce.
Prendete la demo deiBlack Out, inseritela nel vostro stereo, alzate il volume, ecco, così, alzatelo di più e immaginerete tutto questo.

Questi cinque ragazzi di Parma, ne hanno fatta di strada. Hanno iniziato a suonare per gioco, forse.
Quando erano poco più che bambini. Hanno investito il loro tempo, le loro energie, il loro sudore in quella che poteva essere la loro unica viadi fuga in un ambiente cittadino tedioso e privo di particolari possibilità di svago. E si sono bruciati le dita su quelle corde, hanno raccolto da terra le bacchette cadute, ancora una volta, una volta ancora, fino a non sbagliare più, fino ad aver trasformato quel “gioco” in qualcosa di unico, fino ad aver reso il loro passatempo uno dei migliori gruppi punk rock della scena esordiente italiana.
La demo contiene quattro pezzi: Downhill Scintilla Team, Kill Me good, Case of Beer e Like a Bomb.

Fortemente influenzati dalla scena skate punk(soprattutto dagli US BomBs di Duane Peters, come denota la presenza della track “Kill Me Good”), da essa riprendono il carattere particolarmente energetico, i tempi più veloci, le chitarre distorte e il senso dell’humor nei testi.
Ogni traccia trasuda tutto l’impegno, la fatica, la determinazione, la passione che questi ragazzi possiedono, in ogni accordo, in ogni colpo dicharleston, in ogni urlo, possiamo sentire un brivido, una vibrazione che ci attanaglia la pelle, perchè diventa sempre più difficile trovaregruppi con una così ostinata volontà di emergere.
Di particolare rilievo è la figura del cantante, Pagliach, un’anacronistica icona punkrock sputata fuori direttamente dalla scena più grezza e potente,dotato di grandi capacità tecniche e presenza scenica.

Il mixaggio risulta essere ben fatto, ogni suono è ben amalgamato con gli altri, senza sovrapposizioni.
Insomma, per essere la prima prova in studio, direi che l’hanno passata egregiamente.
E credetemi, questi ragazzi ne faranno di strada.
Quindi non vi resta che prendere tra le mani la loro demo e tenere d’occhio il loro myspace (www.myspace.com/blackoutskatepunk), magari sorseggiando una birra… FoLLow Me, CaSe Of Beer!!

ARGETTI – Flags of Karma

ottobre 5, 2008 by Diego Curcio  
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ARGETTI - Flags of Karma

ARGETTI - Flags of Karma

Chi aveva salutato gli Argetti ai tempi del loro debut album (“In my shoes”) di tre anni fa come una band dalle buone speranze, ma non ancora completamente a fuoco dovrà fare una rapida retromarcia. O comunque prendere atto che il gruppo di Vicenza ha sfornato uno dei dischi più interessanti di questo rovente 2008.

E già, perché, “Flags of karma” licenziato dalla sempre attenta No Reason Records, una delle etichette italiane che più stanno investendo sulla rinascita della scena hc melodica del nostro paese, è una vera e propria bomba a orologeria. Dodici pezzi di hardcore tosto e veloce, venato di testi talvolta introspettivi e talvolta politici, supportati da una voce perfetta e mai fuori fase. Un punto in più per questo quartetto italiano, che finalmente riesce a dimostrare quali sono le carte migliori di cui dispone, soprattutto grazie a un lavoro ben suonato e prodotto alla grande.

Tra i pregi di questa seconda prova sulla lunga distanza ci sono indubbiamente la compattezza dei pezzi: un’infornata di canzoni devastanti che non lasciano un attimo di tregua all’ascoltatore e il gusto melodico sempre più marcato, che rende ancor più gradevole il disco. Altro punto di forza sono i cori rocciosi e quasi epici, per un lavoro che fa della semplicità una delle sue armi migliori. Provate ad ascoltare “Black horse”, “Avocado communication”, “Perfect summer” e “Step” solo per citare alcuni dei brani più significativi. E non potrete fare a meno di dimenarvi lungo la vostra cameretta.

“Flags of karma” è una di quelle buone notizie che ti arrivano quando meno te lo aspetti. Una boccata d’ossigeno fra tanta mediocrità, che dimostra (ormai non parlo d’altro) come la nostra scena punk e hc non abbia davvero più nulla da invidiare a quella americana e inglese.

Diego Curcio

Voto: 4 su 5
www.myspace.com/argetti

The LEECHES – Eat the Leeches

agosto 19, 2008 by Vittorio Lannutti  
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The Leeches - Eat The Leeches

The Leeches - Eat The Leeches

(Tre Accordi)

Sfacciatamente grassi, sboccati e graffianti i comaschi The Leeches pubblicano, grazie alla Tre Accordi, il loro secondo cd sulla lunga distanza.

Formatisi sei anni fa, i quattro lombardi in meno di venticinque minuti assemblano ben tredici brani. Vi lascio immaginare il loro impatto irruente e maledettamente punk. I loro assalti sonori aggrediscono ed arrivano dritti allo stomaco, senza mediazioni, proprio come da un lato la tradizione rock scandinava, dall’altra quella più volgare Usa, come per esempio i Nashville Pussy.

Non disdegnano neanche qualche spruzzata di glam punk (“Somebody is killing me”) ed è inevitabile l’omaggio al proto punk (“Live fat die young”). Gran parte del loro background musicale proviene anche dagli anni ’90 e si sente in particolare nell’hardcore melodico di “Ant music” e in “Mirror of my love”. Particolarmente amanti del cibo i loro show devono essere sicuramente saturi di musica da sparare a tutto volume.