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	<title>Rockon.it &#187; Metal</title>
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		<title>SLAYER &#8211; World Painted Blood</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 13:51:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Metal]]></category>

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		<description><![CDATA[American recordings Correva l&#8217;anno 1986 quando il mondo fu scosso dall&#8217;uscita di Reign in Blood, disco d&#8217;oro negli Stati Uniti e osannato da più parti come pietra miliare del trash metal. Io, dovevo ancora nascere. Ma ricordo ancora con precisione il giorno in cui mio zio mi diede tra le mani quel cd, dicendomi che, ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3910" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img class="size-full wp-image-3910" title="SLAYER - World Painted Blood" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2009/12/slayer-world-painted-blood.jpg" alt="SLAYER - World Painted Blood" width="225" height="225" />
<p class="wp-caption-text">SLAYER &#8211; World Painted Blood</p>
</div>
<p><em>American recordings</em><br />
Correva l&#8217;anno <strong>1986</strong> quando il mondo fu scosso dall&#8217;uscita di <strong>Reign in Blood</strong>, disco d&#8217;oro negli Stati Uniti e osannato da più parti come pietra miliare del trash metal.<br />
Io, dovevo ancora nascere. Ma ricordo ancora con precisione il giorno in cui mio zio mi diede tra le mani quel cd, dicendomi che, in un modo o nell&#8217;altro, mi avrebbe cambiato la vita.<br />
Ai tempi, frequentavo la quarta elementare.</p>
<p>E ora, dopo 12 anni, tengo tra le mani il nuovo album degli Slayer <strong>“World painted blood”</strong>, con la stessa emozione di una bambina di 9 anni.<br />
A 3 anni di distanza da <strong>Christ Illusion</strong>, il quale riportava la band ad un suono più primitivo rispetto ai precedenti <strong>Diabolus in Musica e God hates Us All</strong>, World Painted Blood riporta definitivamente la band agli arbori originari, contraddistinti da un suono più spoglio e rurale, più violento e irrazionale.<br />
E&#8217; per questo che non c&#8217;è da meravigliarsi se i fans più accaniti criticano il nuovo album dicendo che, in esso, non riscontrano niente di nuovo.<br />
Ad essi mi sento di dire: “Ragazzi, gli Slayer sono 28 anni che fanno musica, a differenza degli altri gruppi trash metal non hanno mai modificato il loro stile tipico, riconoscibile anche da mia nonna..ringraziate che facciano ancora musica, va!”<br />
E poi, a mio modesto parere, l&#8217;album viaggia e viaggia alla grande.</p>
<p>Mettetelo nel vostro lettore mp3, ascoltatelo alla mattina appena alzati, quando il freddo sembra volervi spaccare la pelle e anche il cielo sembra avercela con voi, vomitando neve, pioggia o altre rotture di palle che, quando già siete incazzati perchè dovete andare a lavorare, certo non aiutano.<br />
Ascoltate questi pezzi mentre il vostro capo vi importuna con la sua voce fastidiosa, mentre un ragazzino idiota vi ruba l&#8217;ultimo posto sull&#8217;autobus, mentre la morosa vi tira le solite paranoie che, ora, non avete voglia di ascoltare.</p>
<p>Mettetevi le cuffie, alzate il volume mentre camminate veloci nella notte. E tutto quello che vedrete, saranno immagini di morte fare capolino da dietro i muri. Genocidi infiammare le strade. Chiese soccombere sotto il peso di una pioggia di sangue. Immaginerete voi stessi con una motosega in mano deturpare volti e distruggere tutto ciò che vi circonda.<br />
Brutalità, è la parola d&#8217;ordine.</p>
<p>Ma ora concentriamoci sull&#8217;album: la title track posta in apertura è un climax di violenza e odio, caratterizzata da un incipit oscuro, con toni sommessi e voci sussurrate, che scoppia poi in una clamorosa cavalcata di chitarra e batteria, con influenze hardcore.<br />
Come di consueto il tema centrale della canzone è la religione e le sue immagini apocalittiche.<br />
Il tono non cambia passando a <strong>Unit 731</strong> (dedicata all’omonima unità dell’esercito giapponese incaricata tra il 1936 ed il 1945 di studiare e testare armi chimiche e biologiche), velocissima e potente, anche grazie ai toni squarciagola di Tom e alle accoppiate soliste di <strong>Hanneman-King</strong>.<br />
<strong> Snuff</strong> procede sugli stessi binari con un&#8217;apertura composta da assoli graffianti che rendono esattamente la sensazione di soffocamento esposta dal titolo della canzone e grazie alla batteria di Lombardo, che corre dritta come un treno ad altà velocità, sempre.<br />
E&#8217; a questo punto che calano le ombre e ci inoltriamo nella parte più riflessiva dell&#8217;album con <strong>Beauty Through Order</strong>, l&#8217;ennesimo tributo alla Contessa Bathory, immagine estremamente cara al mondo del metal (Venom e Cradle of Filth su tutti).</p>
<p><strong> Hate Worldwide</strong> e <strong>Public Display Of Dismemberment </strong>continuano i toni brutali dell&#8217;album; il problema arriva con <strong>Human Strain</strong> e <strong>Americon</strong>.<br />
A questi due pezzi, sembra mancare qualcosa. Lenta e stagnante la prima, al limite del nu metal più triste la seconda. Peccato.<br />
Fortunatamente a risollevare i toni arriva <strong>Psycopathy Red</strong>.<br />
La psicopatia viene definita come un disturbo della personalità che crea antisocialità.<br />
E, questo pezzo, riesce indubbiamente a sottolineare la degenerazione mentale che il titolo porta in sé.<br />
<strong> Playing with Dolls</strong> sembra continuare la discesa in un tunnel di pazzia e alienazione.<br />
Toni lenti e cupi al suo incipit, un riff che prosegue come una nenia per tutta la durata del brano e la voce da pazzo di Tom, che si dedica addirittura a linee vocali del tutto “pulite” per qualche istante, caratterizzano la track.<br />
A chiudere l&#8217;album troviamo <strong>Not of This God</strong>, la solita mazzata finale che ci porta a tirarci pugni sul cranio imprecando chissà quale Dio.</p>
<p>Insomma, se questo è davvero il primo capitolo di una trilogia che chiuderà definitivamente la carriera degli Slayer, allora tanto di cappello, i nostri metallari preferiti si preparano a chiudere le danze in gran stile.</p>
<p><strong>Tracklist:</strong><br />
World Painted Blood<br />
Unit 731<br />
Snuff<br />
Beauty Through Order<br />
Hate Worldwide<br />
Public Display of Dismemberment<br />
Human Strain<br />
Psychopathy Red<br />
Playing with Dolls<br />
Not of This God</p>
<p>Durata: 39 min 46 sec</p>
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		<title>EXALT CYCLE &#8211; Evasion Therapy</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 11:10:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiani]]></category>
		<category><![CDATA[Metal]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3651" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2009/11/exaltcycle.jpg" alt="EXALT CYCLE - Evasion Therapy" title="EXALT CYCLE - Evasion Therapy" width="230" height="230" class="size-full wp-image-3651" />
<p class="wp-caption-text">EXALT CYCLE &#8211; Evasion Therapy</p>
</div>
<p>Dopo l&#8217;ottimo album di debutto <em>Across the Ashes and the Roots</em>, targato 2007, ed un&#8217;intensa attività live che negli ultimi anni li ha portati a suonare praticamente dappertutto (spesso in Italia come supporter agli Exilia) tornano sulla scena alternative italiana i milanesi <strong>Exalt Cycle</strong>. Il nuovo EP autoprodotto e fresco di stampa, <strong>Evasion Therapy</strong>, contiene 5 nuovi brani che segnalano una grossa evoluzione rispetto alle sonorità crossover originarie: a partire dalla devastante opener, &#8220;Wring my Blood&#8221;, un buon mix di metalcore e thrash ci investe le orecchie, rasentando molto da vicino le sonorità di <strong>Ill Nino</strong>, <strong>Hatebreed</strong> e <strong>Machine Head</strong>.</p>
<p>I classici canoni del nu-metal a cui ci aveva abituato la band nostrana vengono progressivamente abbandonati, con le canzoni che appaiono molto più improntate sugli scream rabbiosi del leader vocale <em>Zack</em>, e sui riff taglienti e dissonanti di <em>Wolve</em> (chitarre). Una miscela che genera atmosfere serrate, incisive, soprattutto nei chorus che in diversi casi (&#8220;Infected Mind&#8221;, &#8220;Made to Measure&#8221;) ricordano l&#8217;apparato armonico della scena moderna americana, su tutti la complessità dei <strong>Mudvayne</strong>, ma anche le distorsioni armoniche dei più blasonati <strong>Stone Sour</strong>. Su quest&#8217;onda appare anche la funambolica &#8220;Candle&#8217;s Light&#8221;, mentre la quinta track, l&#8217;incazzatissima &#8220;The Species Fall&#8221;, si dimostra come la più sperimentale del disco: la continua alternanza tra dinamiche sincopate e dissonanze genera uno stato micidiale di inquietudine, desolazione, rabbia, rappresentando appieno l&#8217;essenza dell&#8217;EP.</p>
<p>Il lavoro della sezione ritmica è egregio, ma è bene ricordare che nell&#8217;ultimo anno il bassista <em>Andre</em> ha dovuto lasciare il posto a <em>Keine</em> (ex-Beholder), con una notevole influenza sul risultato finale: specialmente nel groove dei pezzi, che all&#8217;orecchio appaiono molto meno dinamici rispetto ai lavori precedenti ma che guadagnano decisamente in &#8220;spessore sonoro&#8221; e incisività.</p>
<p>In sostanza quindi una buona conferma per gli Exalt, e non mi stancherò mai di dire, l&#8217;ennesima prova che le band valide, qui in Italia, ce le abbiamo anche noi. </p>
<p>VOTO: 7/10 </p>
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		<title>CONVERGE &#8211; Axe to Fall</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 20:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Epitaph Records Prendete una sedia. Mettetela al centro della stanza. Inserite Axe to Fall nel vostro stereo e fatelo partire. Sedetevi e bendatevi. Ecco, ora vi dirò quello proverete: vi sembrerà di essere investiti da un camion in corsa, di essere punti da mille api che infetteranno con il loro veleno il vostro cervello, sentirete ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3547" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2009/11/converge-axe-to-fall.jpg" alt="CONVERGE - Axe to Fall" title="CONVERGE - Axe to Fall" width="225" height="225" class="size-full wp-image-3547" />
<p class="wp-caption-text">CONVERGE &#8211; Axe to Fall</p>
</div>
<p><em>Epitaph Records</em><br />
Prendete una sedia. Mettetela al centro della stanza. Inserite Axe to Fall nel vostro stereo e fatelo partire. Sedetevi e bendatevi.<br />
Ecco, ora vi dirò quello proverete: vi sembrerà di essere investiti da un camion in corsa, di essere punti da mille api che infetteranno con il loro veleno il vostro cervello, sentirete spilli perforarvi gli occhi, ulcere esplodere nel vostro stomaco.</p>
<p>Non potrete fare a meno di tenervi il cranio con le mani, di infilarvi le unghie nello stomaco per estirparlo, vi ritroverete a scaraventare la sedia contro le pareti.<br />
Vi sembrerà di essere al centro di un cubo di mercurio che si muove in mille direzioni, soffocati dalla sua densità, stretti da mille mani che tentano di reprimere i vostri istinti di primordiale sopravvivenza.<br />
Perchè i Converge sono questo. Rabbia. Ansia. Disprezzo. Follia.<br />
Un intreccio di morte e poesia, di immagini e musica (le copertine degli album sono curate dallo stesso Jacob).</p>
<p><strong>Axe to Fall</strong> è il settimo album del gruppo di Boston.<br />
Il successo arriva nel 2001 con<strong> Jane Doe</strong>, il primo di una trilogia prodotta dal chitarrista Kurt Ballou, di cui fanno parte anche You Fail Me (2004) e No Heroes (2006).</p>
<p>Jane Doe è il nome che viene utilizzato negli obitori per indicare i corpi di donna non indentificati, come se il gruppo volesse indicare di non avere ancora un&#8217;identità ben precisa, come se fossero un corpo formato da diverse sonorità, di cui nessuna prende il sopravvento. &#8220;Con i successivi You Fail Me e No Heroes, un percorso ed una trilogia hanno visto il loro compimento, nel primo attraverso una spettrale e scarna lettera d’amore della band al sound del suo Monumento passato, nel secondo per mezzo di una rivalsa hardcore di fronte ad una decadenza sociale imperante.&#8221; I lavori del gruppo sono quindi una sorta di crescita, un percorso. Chiuso un capitolo, il gruppo si prepara ad aprirne uno nuovo, questa volta atto a rinsaldare le radici degli esordi, un ritorno al metal più cupo supportato dalle liriche emotive e viscerali di Jacob, a partire da Dark Horse, uno dei pezzi più brutali dell&#8217;intero album, caratterizzato da un riff inconfondibile che entrerà nelle vostre viscere facendovi piangere lacrime nere e dense. Rape what you sow è un colpo di pistola che si scaglia prepotentemente nel vostro cervello, un connubio di riff violenti (grazie anche al contributo di Sean Martin, ex Hatebreed), velocità e vocalità, come sempre caratterizzata da urla e falsetto.Velocità. E&#8217; questo il nodo centrale dell&#8217;intero album.Un unico assalto di pura violenza sonora. Mancano la sofferenza, i momenti riflessivi dei precedenti album, emerge invece tanta rabbia e brutalità. Le chitarre di Ballou, impregnate di richiami alle icone del metal più estremo conferiscono al tutto un alone dai toni quasi nostalgici che riportano alla memoria gli esordi del gruppo, il che può essere esteso anche ad “Effigy”, traccia corale che vede la collaborazione dei Cave In, progetto parallello del batterista Ben Koller. A livello generale possiamo dire che l&#8217;album possiede alcune peculiarità: la prima, sono le numerose collaborazioni inserite nell&#8217;album, tra cui quelle di Genghis Tron e Von Till dei Neurosis, che presta la sua voce rauca e profonda in“Cruel Bloom”, una ballata malinconica e sommessa, in antitesi con le precedenti tracce ;la seconda è che tutto l&#8217;album sembra essere un voluto climax e anticlimax, un&#8217;intemittenza di luci e ombre (o meglio, di ombre più o meno scure), il che fa sembrare ancora più cupe alcune tracce come Damages, inserita dopo l&#8217;accattivante Wishing well. E&#8217; a questo punto che i Converge sfoderano l&#8217;arma: &#8220;minore durata, maggiore violenza&#8221; che parte da Losing Battle fino ad arrivare a Slave Driver. Ed è qui che i Converge iniziano a socchiudere il sipario con la già citata Cruel Bloom per finire con Wretched World.Ed è su questo pezzo che vale la pena soffermarsi. Ogni opera d&#8217;arte, ogni album racchiude in sè una parte che rappresenta la sua vera essenza, il cuore pulsante del messaggio che l&#8217;artista ci vuole trasmettere. Quella sarà la traccia che, se socchiudi gli occhi e lasci liberi i tuoi pensieri, ti regalerà un grammo di luce che andrà ad arricchire la tua anima. E Wretched World è questo. La conclusione di un episodio di pura violenza che trova la sua essenza in un brano dalla forte intimità sonora, che ti sembra cullare e rassicurare, che esorcizza il tuo animo curandone le ferite. E tu non puoi fare altro che chiudere gli occhi e sussurrare &#8220;Grazie&#8221;.</p>
<p>TRACKLIST:<br />
01. Dark Horse<br />
02. Reap What You Sow<br />
03. Axe To Fall<br />
04. Effigy<br />
05. Worms Will Feed<br />
06. Wishing Well<br />
07. Damages<br />
08. Losing Battle<br />
09. Dead Beat<br />
10. Cutter<br />
11. Slave Driver<br />
12. Cruel Bloom<br />
13. Wretched World</p>
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		<title>B:BLAST &#8211; B:Blast</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Oct 2008 10:52:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Metal]]></category>
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		<category><![CDATA[numetal]]></category>

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		<description><![CDATA[(Elevator/Jestrai) Dinamici e variegati questi cinque musicisti umbri dopo una manciata di Ep hanno finalmente trovato la loro strada e si sono decisi a pubblicare un disco sulla lunga distanza presso il Red House di Senigallia. Il loro sound è caratterizzato da sonorità pesanti, ma non troppo, in pratica un nu-metal contaminato con precisione e ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1902" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img class="size-medium wp-image-1902" title="B:BLAST - B:Blast" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2008/10/bblast.jpg" alt="B:BLAST - B:Blast" width="225" height="225" />
<p class="wp-caption-text">B:BLAST &#8211; B:Blast</p>
</div>
<p><em>(Elevator/Jestrai)</em><br />
Dinamici e variegati questi cinque musicisti umbri dopo una manciata di Ep hanno finalmente trovato la loro strada e si sono decisi a pubblicare un disco sulla lunga distanza presso il <strong>Red House</strong> di Senigallia. Il loro sound è caratterizzato da sonorità pesanti, ma non troppo, in pratica un nu-metal contaminato con precisione e con poche sbavature e che in diverse occasioni devia verso lo stoner.<br />
In oltre quarantatre minuti i B:Blast mantengono costante la tensione riuscendo, tuttavia, spesso ad esplodere. Un esempio eclatante di questa loro modalità di esprimersi è<strong> “Mi assisto”</strong> con una parte iniziale piuttosto melodica, che prosegue in maniera tirata, dove la tensione cresce per poi giungere ad una contemporanea interpretazione dell’hard rock.<br />
Ad una poesia di <strong>Walt Whitman</strong> è ispirata “il canto di me stesso”, con un testo introspettivo ed autoreferenziale e con le chitarre che virano verso la musica del deserto californiano. Più in linea con il metal classico, con le classiche scale delle chitarre e con la voce che va in parallelo con le sei corde è <strong>“Indifferente”</strong>, mentre in <strong>“Te quiero (Pero te pego)”</strong> non nascondono la loro passione per i Sepultura più tribali.<br />
Nel complesso questo cd è un buon esordio, certo i perugini dovrebbero migliorare i testi, date le ottime doti vocali del cantante Caposlini e che sarebbe meglio se li scrivessero non più con la testa di un ventenne, ma da quel punto di vista di tempo per maturare ce ne hanno, in quanto dal punto vista musicale sono a buon punto.</p>
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		<title>SLIPKNOT &#8211; All Hope Is Gone</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Sep 2008 18:39:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Metal]]></category>
		<category><![CDATA[all hope is gone]]></category>
		<category><![CDATA[metal]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi di voi conosce gli Slipknot? Finalmente, dopo 4 anni di lunga attesa, i 9 &#8220;operai&#8221; provenienti dall&#8217;Iowa sono tornati con il loro ultimo lavoro, &#8220;All Hope is Gone&#8221;: un album certamente complesso e strutturalmente delicato, che si discosta in maniera abbastanza sostanziale dal loro stile originario e, in quasi ogni sua traccia, stupisce per ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1867" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2008/09/slipknot_allhopeisgone.jpg"><img class="size-full wp-image-1867" title="slipknot_allhopeisgone" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2008/09/slipknot_allhopeisgone.jpg" alt="SLIPKNOT - All Hope is Gone" width="225" height="225" /></a>
<p class="wp-caption-text">SLIPKNOT &#8211; All Hope is Gone</p>
</div>
<p>Chi di voi conosce gli Slipknot? Finalmente, dopo 4 anni di lunga attesa, i 9 &#8220;operai&#8221; provenienti dall&#8217;Iowa sono tornati con il loro ultimo lavoro, <strong>&#8220;All Hope is Gone&#8221;</strong>: un album certamente complesso e strutturalmente delicato, che si discosta in maniera abbastanza sostanziale dal loro stile originario e, in quasi ogni sua traccia, stupisce per la capacità degli oramai affermati artisti americani di inserire sorprendenti elementi innovativi nel solco della loro personale storia musicale.</p>
<p>Il fatto essenziale è che chiunque non abbia un minimo di conoscenza musicale (del panorama moderno, naturalmente) e senta pronunciare la parola Slipknot, subito pensa ad un incomprensibile alternarsi di sbidonamenti (apparentemente) insensati e ad un fastidioso ronzio di grida convulse: non è affatto così.</p>
<p>Oddio, se si ascolta &#8220;troppo&#8221; rapidamente un album come <strong>Iowa</strong> davvero non si può non concordare con una simile impressione; tuttavia nel corso degli anni il loro stile si è considerevolmente evoluto, lasciando filtrare alcuni (notevoli?) spiragli di melodia e, soprattutto, perfezionando in maniera pressoché esponenziale la sezione ritmica, già di per sè molto precisa e potente grazie alla sola presenza di quel funambolico artista della bacchette qual è <strong>Joey Jordison</strong>. Allo stesso tempo non va assolutamente dimenticata la grande esperienza accumulata e maturata dal cantante <strong>Corey Taylor</strong> (assieme a <strong>Jim Root</strong>) negli <strong>Stone Sour</strong>, inizialmente personalissimo side-project di #8 ed ora invece conclamata realtà della musica hard-melodic rock: le atmosfere più calde e, per molti versi, intime, così come una timbrica meno urlata e molto più (fisicamente e psicologicamente) sentita, hanno considerevolmente aumentato la versatilità vocale e la profondità testuale di Taylor, il quale riesce oggi ad alternare spoken words, growl, grida e cantato melodico in maniera assolutamente naturale e sublime, dando anima e corpo a parole dai significati tanto astratti quanto però vibranti.</p>
<p>Proprio i precedentemente citati spiragli di melodia riaccendono, però, l&#8217;atavico problema dei cosiddetti puristi del metal: non appena una band universalmente riconosciuta come <em>metallica</em> (per cortesia, l&#8217;aggettivo metallaro lasciamolo ai più riprovevoli fanatici di questo straordinario genere musicale) si azzarda ad inserire un ritornello vagamente orecchiabile (<em>catchy</em>, per usare un termine più propriamente internazionale), ecco che subito viene tacciata di &#8220;commercialità&#8221;, di &#8220;degradazione&#8221;, addirittura di &#8220;schifezza&#8221;. Per quale ragione la melodia sarebbe una &#8220;schifezza&#8221;? Per quale motivo, soprattutto, sarebbe un delitto risultare estremamente graditi dal pubblico (poichè la commercialità implica, per sua stessa definizione, un maggior gradimento da parte del pubblico)?</p>
<p>Personalmente, trovo che la svolta degli Slipknot, evidente già in <strong>&#8220;Vol.3 : The Subliminal Verses&#8221;</strong> (basti ascoltare i riuscitissimi singoli <strong>“Vermilion&#8221;</strong> e <strong>&#8220;Duality&#8221;</strong>, ma anche brani più inquieti quali &#8220;The Nameless&#8221; o &#8220;Before I forget&#8221;), ma ancor più programmaticamente riconoscibile in quest&#8217;ultimo &#8220;All hope is gone&#8221; , sia non soltanto frutto di un&#8217;accurata e sentita evoluzione musicale, che nulla ha a che vedere con gli interessi più squallidamente economici (i metallari, soprattutto negli States, sono numericamente sufficienti a garantire una pensione più che decorosa anche al più banale combo metal), ma soprattutto di un&#8217;esigenza interiore che li ha spinti a ricercare una più solida completezza musicale, come si può notare anche dai toni più cupi e vagamente grunge di pezzi come &#8220;Gehenna&#8221; e &#8220;Till we die&#8221;. La purezza a tutti i costi, molto spesso manifestazione di un&#8217;innata ed esecrabile spocchia, è inevitabile sinonimo di pochezza, sia artistica che umana: bene hanno fatto i 9 &#8220;pagliacci&#8221; di <strong>Des Moines</strong> a varcare i confini del metal ed estenderli verso orizzonti meno definiti e molto più accattivanti, che certo soddisferanno anche i più indomiti fanatici dell&#8217;originalità a tutti i costi (ascoltate &#8220;Snuff&#8221; e ditemi voi se non è originale, nell&#8217;ambito dell&#8217;heavy metal, un pezzo quasi interamente suonato con la chitarra acustica).</p>
<p>Se proprio non vi fidate di queste premesse e siete curiosi di avere almeno un assaggio prima di convincervi a gustare l&#8217;intero piatto, andate in un negozio di dischi specializzato e dite al commesso di far partire il cd dalla traccia numero 3: &#8220;Sulfur&#8221;, il singolo &#8220;Psychosocial&#8221; e &#8220;Dead memories&#8221; costituiscono una triade oltremodo gratificante per chi, come me, apprezza un metal indubbiamente compatto ma anche istintivamente cantabile. Se non siete ancora totalmente convinti dell&#8217;acquisto, distraetevi un momento e lasciate che il lettore prosegua con la traccia 6 e vi culli sfrenatamente fra le armoniche note di &#8220;Vendetta&#8221;, mirabile sintesi di un metal heavy&amp;catchy capace di soddisfare, pur senza sfiorare le vette delle 3 precedenti canzoni, anche i palati più schizzinosi. Nel caso, invece, vi sentiate appartenenti alla schiera dei fan storici dei 9 dell&#8217;Iowa, allora certamente non potrete restare indifferenti a tracce quali &#8220;Gematria&#8221; o il singolo &#8220;All hope is gone&#8221;, le quali si riconducono in maniera più che diretta alla potenza volutamente caotica e sprezzante che tanto scalpore e successo aveva suscitato agli albori della band.</p>
<p>Insomma, gli Slipknot ancora una volta riescono a non rinchiudersi all&#8217;interno dei loro stessi cliché, compiono la straordinaria impresa di non ripetersi nello stile e nei suoni ma, come oramai ci hanno abituati, offrono al pubblico una proposta musicale certamente innovativa, per molti versi stupefacente, la quale però non contrasta mai coi tratti caratteristici della loro precedente produzione: rabbia, potenza, energia. &#8220;All hope is gone&#8221; certamente non cadrà nell&#8217;indifferenza generale, giacchè, seppur da punti di vista contrastanti, questo album non può non suscitare stupore ed emozioni: esattamente ciò che, io credo, ogni musicista ha come obiettivo principale.</p>
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		<title>METALLICA &#8211; Death Magnetic</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Sep 2008 21:47:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dai ragazzi che questa è la volta buona. Cancellate dalla memoria il brutto ricordo di “St. Anger”, coraggioso lavoro che risale ormai a 5 anni fa e che era stato spacciato per un ritorno alle origini, dopo le parentesi decisamente più commerciali di “Load” e “Reload”. Con questo nono album – che esce proprio oggi ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img title="METALLICA - Death Metallic" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2008/08/metallica-death-magnetic.jpg" alt="METALLICA - Death Metallic" width="200" height="200" />
<p class="wp-caption-text">METALLICA &#8211; Death Magnetic</p>
</div>
<p>Dai ragazzi che questa è la volta buona.<br />
Cancellate dalla memoria il brutto ricordo di <strong>“St. Anger”</strong>, coraggioso lavoro che risale ormai a 5 anni fa e che era stato spacciato per un ritorno alle origini, dopo le parentesi decisamente più commerciali di <strong>“Load”</strong> e <strong>“Reload”</strong>.<br />
Con questo nono album – che esce proprio oggi venerdi 12 settembre – i cari vecchi <em>four horseman</em> non deludono le aspettative di gran parte dei fan.</p>
<p>Ok. Non è ai livelli di <strong>“.. and Justice for All”</strong> ma del resto chi lo è ai giorni nostri? Ormai è già stato inventato tutto. Occorre sapere ripensare le cose in modo giusto.</p>
<p>Diciamo che come sonorità siamo a cavallo tra le atmosfere del Black Album unito a spunti e complessità strutturali di <strong>“Master of Puppets”</strong>.<br />
Ora che ci siamo avvalsi dell’escamotage di aver menzionato quasi tutta la discografia del quartetto di San Francisco per dire cosa non è “Death Magnetic” possiamo anche procedere con il dare qualche delucidazione in più per invogliarvi all’ascolto.</p>
<p>Il singolo di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=jZ5zXXUJsyc" target="_self"><strong>“The day that never comes”</strong></a> è già un video quindi credo che molti abbiamo già avuto modo di saggiare questo mid-tempo che tanto ricorda <strong>“One”</strong> (le tematiche sono affini e il clip la dice lunga). Bel pezzo la cui prolissità è frastagliata da molti cambi di registro e finalmente da una lunga serie di assoli, di quelli come si facevano una volta quando eravamo giovani.</p>
<p>Ovviamente <strong>Hetfield</strong> non ha più la voce degli anni ottanta e di quel periodo ci viene concesso anche molto poco del drumming frenetico di <strong>Ulrich</strong>.<br />
Ma pezzi come <strong>“The End of the Line”</strong> e <strong>“That was just your Life”</strong> fanno venire gli occhi lucidi da quanto ricordano il vecchio stile della band che ha inventato il thrash metal. Dopo questo momento di sentimentalismo si può procedere con un sano headbanging sul classico ritmo incalzante made in bay area.<br />
Più vicine al sound degli anni novanta sono invece <strong>“Broken Beat &amp; Scarred”</strong> e <strong>“All Nightmare Long”</strong> (un gioco di parole di cui perfino <em>Lionel Ritchie</em> andrebbe fiero). Quest’ultima inizia in modo simile alla storica <strong>“Enter Sandman”</strong> ma poi è un continuo trainarsi a vicenda tra stili nuovi e vecchi: il risultato finale è un pezzo aggressivo con stacchi imponenti e cadenzati.</p>
<p>Fino a qui dal punto di vista vocale cominciamo a sentire gli effetti della disintossicazione da alcool che sapientemente si fondono a quel timbro hard rock/blues  graffiante già presente in “Load” e “Reload”.</p>
<p>Nonostante il gran bell’arrangiamento e la ottima performance di James ci sentiamo di dire che non si sentiva il bisogno di un terzo episodio di <strong>“Unforgiven III”</strong>. Evidentemente rimaneva ancora qualcosa da dire su questo tema e il risultato dobbiamo ammettere che è più complesso, meno banale di quello ottenuto su ReLoad. Fortunatamente ci hanno risparmiato un lento strappamutande.</p>
<p>Da qui in poi è un crescendo che dura tre tracce e porta verso la fine dell’album.<br />
Dalla prepotenza di <strong>“The Judas Kiss”</strong> passando per il pesante incedere e i suoni profondi di <strong>“Suicide &amp; Redemption”</strong> che in quasi 10 minuti di esecuzione (un po’ tanti, no?) riesce a riassumere il percorso musicale affrontato fino ad ora.<br />
Si conclude in bellezza con <strong>“My Apocalypse”</strong> che dall’inizio alla fine non presenta attimi di tregua con stacchi e cambi sempre diversi e precisi sormontati da un Hetfield arrabbiato come non si sentiva da tempo.</p>
<p>Un gran bel lavoro. Un album thrash metal. Finalmente. Erano 17 anni che i Metallica non si degnavano di tirare fuori dalle loro corde qualcosa che fosse degno di questo nome.<br />
Ve lo giuriamo sulla testa di <strong>Rick Rubin</strong> – nuovo produttore al posto di Bob Rock.</p>
<p>Consideriamoli perdonati e bentornati.</p>
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		<title>FRATELLO METALLO – Misteri</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Aug 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[christian rock]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel nome del padre, del figlio e del metallo. Dopo “Messiah” Marcolin leader storico dei Candlemass un vero frate sale sui palchi dei festival e si mostra sugli scaffali dei negozi di dischi del nostro bel (cattolico) paese. Da parecchi anni, Fratello Metallo &#8211; al secolo Frate Cesare Bonizzi &#8211; faceva le sue apparizioni negli ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1448" class="wp-caption alignleft" style="width: 177px"><img class="size-full wp-image-1448" title="fratello_metallo" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2008/08/fratello_metallo.jpg" alt="Fratello Metallo - Misteri" width="167" height="167" />
<p class="wp-caption-text">Fratello Metallo &#8211; Misteri</p>
</div>
<p>Nel nome del padre, del figlio e del metallo.<br />
Dopo “Messiah” Marcolin leader storico dei <strong>Candlemass</strong> un vero frate sale sui palchi dei festival e si mostra sugli scaffali dei negozi di dischi del nostro bel (cattolico) paese.<br />
Da parecchi anni, Fratello Metallo &#8211; al secolo <strong>Frate Cesare Bonizzi</strong> &#8211; faceva le sue apparizioni negli eventi di tutta la penisola con le basi musicali e il suo piccolo impianto voce portatile e intratteneva il pubblico nelle pausa tra una band e l’altra in mezzo alle bancarelle dei merchandiser predicando l’amore per la musica (metal) che non deve essere giudicata per l’apparenza ma per quello che veramente è.<br />
Quindi basta con l’errata uguaglianza <strong>“metal = musica del diavolo”</strong> (come vogliono far passare i media ogni qualvolta si parla delle “Bestie di Satana”)  e spazio a un linguaggio universale che può veicolare anche messaggi di tipo religioso, con espliciti richiami a testi sacri o parlare ne più ne meno di amore e fratellanza.<br />
Insomma l’abito non fa il monaco e se è un frate a dirlo noi ci crediamo… o no?</p>
<p>Ora che vi abbiamo tediato con questo prologo passiamo a parlare dei salmi… ehm… dei brani contenuti in <strong>“Misteri”</strong> il neonato album di Fratello Metallo, finalmente con una band alle spalle e una partner di tutto rispetto come Live in Italy.<br />
Strumentalmente abbiamo dei musicisti di tutto rispetto che hanno saputo tirar fuori degli ottimi arrangiamenti e ritmiche accattivanti, a volte in chiave heavy classico, a volte thrash moderno passando per arpeggi in pulito e assoli molto melodici.<br />
Pezzi lineari e una produzione ottimale rendono facile l’ascolto del cd: nessuna prestazione  maiuscola o ricercatezze al di fuori degli schemi anche se ci sono alcuni brani ovviamente meglio realizzati di altri.<br />
Ottimo il ritmo cadenzato di “Venere” che ripercorre un mix tra sonorità classiche e moderne con sonorità piene e profonde.<br />
I pezzi più riusciti e più energici sono senza dubbio <strong>“Bacco”</strong> e <strong>“Tabacco”</strong> che presi in quest’ordine acquistano un senso ancora più forte. Più classica e melodica la prima mentre la seconda si caratterizza per sonorità cadenzate e terzine onnipresenti. Nella successiva “Dio” abbiamo una atmosfera più inquietante e pesanti sonorità a cavallo tra southern rock e doom riprese anche in “Amore Metallico” anche se forse troppo simile nelle strofe alla già citata “Venere”. Niente di straordinario invece per quanto riguarda la soluzione strumentale adottata per accompagnare “Maria Maiestatis.<br />
Dal punto di vista della voce, a parte l’intonazione non proprio impeccabile del frontman in saio quando abbandona sonorità roche parlate e il semi-growl in funzione di qualcosa di melodico (come in “Dio” e “Amore Metallico”) , crediamo si sia intuito da quello che abbiamo scritto all’inizio quale possa essere l’andazzo generale delle “not explicit lyrics” proposte da Fratello Metallo. Possiamo comunque lasciarvi con una piccola chiosa dicendo che è come prendere i testi dei <strong>Motley Crue</strong>, tradurli in italiano e scrivere esattamente il contrario aggiungendoci un qualche pizzico di “poesia”dei <strong>Manowar</strong>.<br />
La ridondanza della parola “metallo” risulta un po’ pacchiana, alcuni messaggi sono davvero fatti per spaventare l’ascoltatore medio ed è straniante questa discrepanza tra la parte strumentale e il testo il quale non si può fare a meno di assimilare: si prova un certo senso di disagio pari a quello che si ha di fronte ad un’opera d’arte contemporanea che non sai quale sia il giusto punto di osservazione.<br />
Siamo in crisi mistica&#8230;<br />
Il christian metal già esisteva come genere ma chissà cosa ne penserà la curia di questa versione di casa nostra&#8230;</p>
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