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	<title>Rockon.it &#187; Recensioni</title>
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		<title>FREDDOCANE &#8211; Freddocane</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 21:29:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[GB Attivi da tre anni questi tre musicisti, non sono di primo pelo, in quanto suonano da circa una ventina d’anni in altri progetti, tra cui alcune cover band, anche se il disco in questione è il loro primo full lenght. Il loro sound è strutturato su un hard rock, che prende le mosse dallo ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-9314" title="freddocane" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/02/freddocane.jpg" alt="" width="300" height="300" />GB</em><br />
Attivi da tre anni questi tre musicisti, non sono di primo pelo, in quanto suonano da circa una ventina d’anni in altri progetti, tra cui alcune cover band, anche se il disco in questione è il loro primo full lenght. Il loro sound è strutturato su un hard rock, che prende le mosse dallo stoner, ma che spazia nel noise, nel crossover e nel funk. La band si propone per un approccio esaustivo al rock ed in buona parte ci riesce, lodevole poi la scelta di cantare in italiano, con questo approccio musicale. I brani, infatti, nel complesso hanno un impatto compatto con il funk che in più di un’occasione primeggia, come in <strong>“Dentro al tempo”</strong>, quando non si tramuta in p-funk, come è il caso di <strong>“Distopia”</strong>. In ogni caso l’aver militato in diverse band li ha rafforzati e anche se citano altri gruppi (<strong>“Cole senno di poi”</strong>), il trio trova comunque un’originalità, come emerge anche nell’ottima cover di <strong>“Walk on the wild side”</strong>, cui i Freddocane hanno dato un tocco psichedelico, tirando il brano per oltre nove minuti.</p>
<p><strong>Vittorio Lannutti</strong></p>
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		<title>FATHER MURPHY &#8211; Anyway, your children will deny it</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 21:30:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Aagoo Questo strampalato trio continua a regalarci momenti musicali stranianti, religiosi ed eversivi. Ovviamente i Father Murphy hanno un loro modo molto personale di intendere la religione, quindi state tranquilli che non hanno nessuna pretesa dogmatica. Il trio anche in questo lavoro tratta i temi della vita, della morte e dell’amore. Il disco si apre ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-9315" title="fathermurphy" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/02/fathermurphy.jpg" alt="" width="300" height="302" />Aagoo</em><br />
Questo strampalato trio continua a regalarci momenti musicali stranianti, religiosi ed eversivi. Ovviamente i <strong>Father Murphy</strong> hanno un loro modo molto personale di intendere la religione, quindi state tranquilli che non hanno nessuna pretesa dogmatica. Il trio anche in questo lavoro tratta i temi della vita, della morte e dell’amore. Il disco si apre con il folk ironico e funereo di <strong>“How we ended up with feelings of Guilt”</strong>, nella quale il Reverendo canta in modo desalto suonando una chitarra scordata. A seguire l’inquietante e distrurbante <strong>“His faced showed no distrosions”</strong>, che evoca il terrore del condannato a morte che percorre l’ultimo miglio. La successiva <strong>“It is funny. It is restful. both came quickly”</strong> è uno sferragliare ansioso e precipitoso nel quale il trio coagula black metal e fuzz, trasmettendo solitudine e disperazione. Tagliente e profondamente malinconica, con i bambini che piangono come nella “Berlin” di <strong>Lou Reed</strong>, è <strong>“Digging the bottom of the hollow”</strong> e la successiva <strong>“In praise of our doubts”</strong> è anch’essa opprimente e pesante con l’orchestra ed il cantato lirico che danno un tocco epico al brano. La traccia più sperimentale è senza dubbio <strong>“Their consciousness”</strong> un incostante blues tiratissimo e umbratile che ci porta negli ambienti plumbei dei primi <strong>Black Heart Procession</strong>. Nel finale c’è un po’ di spazio per la speranza con la nenia rocambolesca di <strong>“In the flood, with the flood”</strong> e l’industrial rallentato di <strong>“Don&#8217;t let yourself be hurt this time”</strong>. <strong>“Anyway, your children will deny it”</strong> mixato da Greg Saunier dei <strong>Deerhoof</strong>, oltre ad essere il disco definitivo dei Father Murphy, è un lavoro che farà tanto discutere, perchè non si può essere indifferenti di fronte a tanta ricchezza d’arte.</p>
<p><strong>Vittorio Lannutti</strong></p>
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		<title>CRAIG FINN &#8211; Clear Heart Full Eyes</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 22:16:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Esordio da solista anche per Craig Finn, leader del gruppo Americano indie-rock The Hold Steady. Il chitarrista classe ’72, già nel mese di Novembre aveva anticipato l’uscita del disco con la presentazione del singolo “Honolulu Blues” un pezzo deciso, dalle sonorità calde e avvolgenti che il ritmo del blues ci regala. Da sottolineare anche l’assolo ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9182" title="craigfinn-clearheart-fulleyes" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/01/craigfinn-clearheart-fulleyes.jpg" alt="" width="300" height="300" />Esordio da solista anche per <strong>Craig Finn</strong>, leader del gruppo Americano indie-rock <strong>The Hold Steady</strong>. Il chitarrista classe ’72, già nel mese di Novembre aveva anticipato l’uscita del disco con la presentazione del singolo <em>“Honolulu Blues”</em> un pezzo deciso, dalle sonorità calde e avvolgenti che il ritmo del blues ci regala. Da sottolineare anche l’assolo di chitarra nel finale, non di quelli che fanno impazzire la folla, ma comunque incisivo nonostante la sua semplicità.</p>
<p>In questo disco il chitarrista americano ha voluto evidenziare come questo sia un lavoro molto più intimo e introspettivo. Infatti i brani presenti in scaletta sono stati scritti interamente nel suo appartamento di Brooklyn; con questi pezzi, è uscito fuori dagli schemi degli The Hold Steady, con ritmi decisamente meno rock, più lenti ma comunque accattivanti.</p>
<p>La tranquillità e l’essenza che trasmette il disco si nota già dai primi brani, dove le note dolci e le parole quasi sussurrate fanno tornare in mente il maestro <em>Lou Reed</em>. Ma già dal secondo pezzo Finn nonostante il suo intento principale, “attacca” in maniera più decisa, pur rimanendo sulla linea melodica di base, presente in tutte le sue canzoni.</p>
<p>Undici i pezzi presenti nell’album , tutti con un significato diverso, che attraversano in pieno la personalità di questo emergente musicista. Nel pezzo <em>“New friend Jesus”</em>, affronta anche temi più delicati, abbinando però una melodia di base simile a quella country con suoni allegri e ritmati.<br />
Finn inoltre, specifica il significato del titolo dell’album, spiegando che <em>“Clear Heart”</em> è riferito appunto alla sincerità e la trasparenza, mentre <em>“Full Eyes”</em> è legato e suggerisce la pienezza “dell’esperienza”.</p>
<p>Il disco registrato con l’etichetta statunitense <em>“Full Time Hobby”</em>, è stato inciso con l’aiuto del produttore <strong>Mike McCarthy</strong> (Spoon, Trail Of Dead) e negli Stati Uniti è uscito il 23 Gennaio.<br />
Un debutto alla grande per Finn, con un album semplice ma allo stesso tempo, pieno di suoni e melodie d’altri tempi, che si fondono con la modernità ma soprattutto l’intimità dei testi del giovane chitarrista.</p>
<p><strong>Patrick Iannarelli</strong></p>
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		<title>MULETA &#8211; La Nausea</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 23:46:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[giorgio canali]]></category>
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		<description><![CDATA[Psicolabel/Muletadischi/Black nutria Superano abbondantemente la sufficienza i Muleta che esordiscono con questo Ep, prodotto da Canali. Questo trio veneto non ha ancora la stoffa che avevano all’inizio il Santo Niente, o i Verdena, quando furono prodotti dal cantautore rock emiliano, tuttavia, le premesse per fare bene ci sono tutte, anche perché da queste otto tracce ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9120" title="muleta-lanausea" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/01/muleta-lanausea.jpg" alt="" width="300" height="300" /><em>Psicolabel/Muletadischi/Black nutria</em><br />
Superano abbondantemente la sufficienza i <strong>Muleta</strong> che esordiscono con questo Ep, prodotto da <strong><a href="http://www.rockon.it/recensioni/italiani/giorgio-canali-rossofuoco-rojo/" title="GIORGIO CANALI &#038; ROSSOFUOCO – Rojo">Canali</a></strong>. Questo trio veneto non ha ancora la stoffa che avevano all’inizio il <strong>Santo Niente</strong>, o i <strong>Verdena</strong>, quando furono prodotti dal cantautore rock emiliano, tuttavia, le premesse per fare bene ci sono tutte, anche perché da queste otto tracce ci sono molti richiami sia a questi due gruppi, in particolare per quanto riguarda “Invece no” e “Niente”, sia agli stessi <strong>Rossofuoco</strong> di Canali nelle sonorità di “Dino”. L’approccio dei Muleta è sempre abbastanza irruente, praticamente in linea con il punk italiano degli ultimi anni, con piacevoli richiami all’indie degli anni ’90. Tra i brani quello sicuramente scritto meglio è “Con i vermi”, nel quale emerge una vena cantautorale non distante da quella di <strong>Vasco Brondi</strong>.</p>
<p><strong>Vittorio Lannutti</strong></p>
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		<title>ILENIA VOLPE &#8211; Radical chic un cazzo</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 15:03:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Discodada/Venus Finalmente anche in Italia abbiamo una riot girl. Forse la definizione può sembrare anacronistica, ma la Volpe mi suscita lo stesso entusiasmo che provai una ventina d’anni fa ascoltando le L7 e PJ Harvey. Aggressiva, irruenta, noise e melodica la Volpe ha la giusta attitudine rock per inserirsi nell’olimpo del miglior indie rock di ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/01/ileniavolpe.jpg" alt="" title="ileniavolpe" width="300" height="300" class="alignleft size-full wp-image-9110" /><em>Discodada/Venus</em><br />
Finalmente anche in Italia abbiamo una riot girl. Forse la definizione può sembrare anacronistica, ma la Volpe mi suscita lo stesso entusiasmo che provai una ventina d’anni fa ascoltando le <strong>L7 e PJ Harvey</strong>. Aggressiva, irruenta, noise e melodica la Volpe ha la giusta attitudine rock per inserirsi nell’olimpo del miglior indie rock di questi ultimi anni. Non è un caso se in scaletta la Volpe ha inserito due riuscitissime cover di due dei migliori gruppi indie di sempre. Si tratta di <strong>“Fiction” del Santo Niente</strong> di Umberto Palazzo e di <strong>“Direzioni diverse” del Teatro degli Orrori</strong>.<br />
C’è da considerare che “Radical chic un cazzo” è il disco d’esordio di Ilenia Volpe, ma la ragazza non ha cominciato adesso, in quanto sono almeno sei anni che si muove nell’ambito rock, avendo collaborato con diversi artisti, tra cui <strong>Moltheni</strong>, ha condiviso il palco con la <strong>Di Marco, Zamboni/Baraldi</strong> e molti altri e la stessa “Fiction” l’ha incisa, perché le è stato chiesto di partecipare all’omaggio al Santo Niente “Generazioni”. Il valore aggiunto di questo disco è <strong>Giorgio Canali</strong> che da ottimo produttore di giovani talenti quale è, è riuscito a far esprimere il meglio della giovane cantautrice. La Volpe se ha l’irruenza delle riot girls, dall’altro ha un timbro vocale che in più di un’occasione ricorda Loredana Bertè, ovviamente quella più aggressiva, soprattutto nella circolare “Gli incubi di un tubetto di crema arancione”. La sua vena punkettona emerge nelle vibrazioni di “Prendendo un caffè con Mozart” e nella sfacciataggine de “La mia professoressa di italiano”, scritta a quattro mani con Steve Dal Col (chitarrista di Giorgio Canali &#038; Rossofuoco, Frigidaire Tango, Radiofiera), mentre “Indicazioni per il centro commerciale” contiene tantissime abrasività e aggressività.<br />
Finalmente anche il rock italiano ha una cattiva ragazza!</p>
<p><strong>Vittorio Lannutti</strong></p>
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		<title>DUNE &#8211; Marmo</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 15:03:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[dune]]></category>
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		<description><![CDATA[Wallace “Marmo” è il secondo lavoro dei Dune, band che ha raddoppiato i propri componenti internazionalizzandosi. Già, perché se nel 2006 erano in, da Bologna, ora sono in quattro e gli altri due elementi provengono da Barcellona e Toronto. Il loro sound è assolutamente abrasivo ed urticante, altrimenti Fabio Magistrali non avrebbe accettato di registrare ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9109" title="dune-marmo" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/01/dune-marmo.jpg" alt="" width="300" height="300" /><em>Wallace</em><br />
“Marmo” è il secondo lavoro dei <strong>Dune</strong>, band che ha raddoppiato i propri componenti internazionalizzandosi. Già, perché se nel 2006 erano in, da Bologna, ora sono in quattro e gli altri due elementi provengono da Barcellona e Toronto.<br />
Il loro sound è assolutamente abrasivo ed urticante, altrimenti <strong>Fabio Magistrali</strong> non avrebbe accettato di registrare il loro disco, ma questa è un’altra storia. “Marmo” è composto da sette tracce, tutte in continuità l’una con l’altra nelle quali il gruppo si esprime con un post-core psichedelico ed estremamente teso. La tensione<br />
di cui è intriso il dieci pollici è catartica ed i Dune riescono a mettere insieme la psichedelia decadente dei <strong>Neurosis</strong>, il canto disperante dei <strong>Breach</strong> e dei <strong>Gerda</strong> e la tensione rumorista degli <strong>Unsane</strong>.<br />
Il tutto assolutamente ben coagulato, dato che i Dune riescono a personalizzare il tutto, cosa che emerge soprattutto in “Supernova” con la quale i Dune scendono nelle viscere della terra, mantenendo una tensione sempre contratta. In scaletta è presente anche la cover dei <strong>Pink Floyd “Astronomy domine”</strong>, resa ulteriormente acida e rumorista, ma per fortuna che a seguire giunge la liberatoria “Gorgo”.</p>
<p><strong>Vittorio Lannutti</strong></p>
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		<title>The White Mega Giant &#8211; Antimacchina</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:33:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Shyrec Le dilatazioni post rock, in salsa Explosion in the sky, sono il loro pane quotidiano. Così si presenta questo trio veneto che al suo esordio, fa capire subito da che parte sta. Quella del post rock più dilatato e psichedelico possibile. “Antimacchina” è un disco che va ascoltato con molta attenzione ed in momenti ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-8875" title="thewhite-mega-giant" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/01/thewhite-mega-giant.jpg" alt="" width="300" height="300" />Shyrec</em><br />
Le dilatazioni post rock, in salsa <strong>Explosion in the sky</strong>, sono il loro pane quotidiano. Così si presenta questo trio veneto che al suo esordio, fa capire subito da che parte sta. Quella del post rock più dilatato e psichedelico possibile. “Antimacchina” è un disco che va ascoltato con molta attenzione ed in momenti particolari, perché non è di facile fruibilità e se all’apparenza è cerebrale, è in realtà molto emotivo.<br />
Nei cinque brani, tutti molto lunghi, le durate sono comprese tra i 5’55’’e i 12’36’’, seppur con molta lentezza affiorano momenti molto malinconici. Suscitano queste sensazioni le dilatazioni, alternati a momenti post rock molto grevi, con un uso molto parco della batteria, a parte la marzialità temporanea presente in “Cygni”. I brani poi partono tutti in modo minimale ed in lenta progressione fino alla crescita intensa che porta l’ascoltatore verso momenti estremamente intensi che permettono l’autoriflessione e la scoperta di sentimenti intimi molto profondi.</p>
<p><strong>Vittorio Lannutti</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>BLACK BANANA &#8211; Sonic death monkey</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 16:29:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il verso del cinghiale Due chitarre, basso, batteria e voce, l’essenziale per sparare rock a tutto volume, incazzato e fiammante. Questa la formula dei Black Banana, quintetto che in meno di ventisette minuti e nove brani suona un hard rock che è una via di mezzo tra il proto-stoner e l’hard di matrice scandinava. Tra ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-8871" title="blackbanana-sonicdeathmonkey" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/01/blackbanana-sonicdeathmonkey.jpg" alt="" width="300" height="300" />Il verso del cinghiale</em><br />
Due chitarre, basso, batteria e voce, l’essenziale per sparare rock a tutto volume, incazzato e fiammante. Questa la formula dei Black Banana, quintetto che in meno di ventisette minuti e nove brani suona un hard rock che è una via di mezzo tra il proto-stoner e l’hard di matrice scandinava.</p>
<p>Tra il punk’n’roll di “In the mood” e lo speed rock di “Speedball”, con in mezzo il circolare “A girl in my bed”, il quintetto trova anche lo spazio per la classica ballata elettroacustica “Delta blondie”.<br />
Questo disco ha una sola pretesa: va ascoltato a tutto volume. Let’s rock!!!</p>
<p><strong>Vittorio Lannutti</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>KING SIZE &#8211; Guess It</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 16:28:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Go Down Records Attivi da dieci anni i King size, quartetto di Treviso, dopo diversi cambi di formazione ed una lunga gavetta on the road, approdano al disco d’esordio. Il risultato è sostanzialmente positivo grazie ad una buona capacità di saper coniugare il garage rock’n’roll con l’indie-pop britannico. I dieci brani in scaletta hanno il ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-8867" title="kingsize" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/01/kingsize.jpg" alt="" width="300" height="300" />Go Down Records</em><br />
Attivi da dieci anni i King size, quartetto di Treviso, dopo diversi cambi di formazione ed una lunga gavetta on the road, approdano al disco d’esordio. Il risultato è sostanzialmente positivo grazie ad una buona capacità di saper coniugare il garage rock’n’roll con l’indie-pop britannico.</p>
<p>I dieci brani in scaletta hanno il pregio di essere divertenti, ballabili, su tutti spicca il p-funk di “Gimme some talent”, ma mai effimeri, grazie al garage che smorza certe melodie troppo indie-pop. Il caso più emblematico di questo modo di impostare i brani è “I really want to fly” che ha un incedere rock’n’roll che ricorda i primi Hives, anche se poi i trevigiani si lasciano andare a momenti<br />
melodici, come in molti altri momenti del disco, un altro esempio è la rocambolesca, frenetica e circolare “Wanna be yours”. “Guess it” è un disco pieno di energia!!!</p>
<p><strong>Vittorio Lannutti</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Autumn’s Rain &#8211; Autumn’s Rain</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 14:52:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Go Down Records Questo trio veneziano, in giro da nove anni, prova a farsi sentire nell’intasato mercato discografico italiano e non solo, dato che la Go Down distribuirà i sui dischi anche all’estero, con un disco rock non privo di alcune incertezze. Il disco è strutturato su un pop-rock di facile presa e abbastanza coinvolgente, ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2012/01/autumnsrain.jpg" alt="" title="autumnsrain" width="300" height="300" class="alignleft size-full wp-image-8862" /><em>Go Down Records</em><br />
Questo trio veneziano, in giro da nove anni, prova a farsi sentire nell’intasato mercato discografico italiano e non solo, dato che la Go Down distribuirà i sui dischi anche all’estero, con un disco rock non privo di alcune incertezze.<br />
Il disco è strutturato su un pop-rock di facile presa e abbastanza coinvolgente, ma in diverse occasioni i passaggi dalle melodie alle parti più tirate, e viceversa, sono stati realizzati in modo improvviso e senza una gradualità, che avrebbe potuto coinvolgere l’ascoltatore. “Piove” è il brano che più di tutti paga lo scotto di questa incapacità del trio, che da al pezzo un’impronta melodica, ma che poi in maniera goffa e sconclusionata prova a renderlo hard.<br />
La presenza di un produttore/arrangiatore esterno in casi come questo sarebbe stata di vitale importanza per far evitare enormi cadute di stile come questa ad un gruppo emergente. L’altro aspetto che non rende convincente questo disco è la presenza di più stili non ben amalgamati, funk, hard-pop, melodie sono spesso messe lì quasi in maniera forzata o per far vedere che si è in grado di suonare più cose, ma manca l’appeal.</p>
<p><strong>Vittorio Lannutti</strong></p>
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