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	<title>Rockon.it &#187; Archivio Recensioni</title>
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		<title>ANDREA CHIMENTI &#8211; Vietato Morire</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vi presento un album che trasuda passione, intensità e voglia di espressione ad altissimi livelli.&#60;br&#62;
Toni caldi, rosso, giallo e marrone, sono queste le sfumature che troverete dentro questo disco, toni caldi che piano piano scalderanno anche voi, e vi faranno diventare incandescenti come un tizzone di legna appena tagliata e bruciata, in un vecchio camino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi presento un album che trasuda passione, intensità e voglia di espressione ad altissimi livelli.&lt;br&gt;<br />
Toni caldi, rosso, giallo e marrone, sono queste le sfumature che troverete dentro questo disco, toni caldi che piano piano scalderanno anche voi, e vi faranno diventare incandescenti come un tizzone di legna appena tagliata e bruciata, in un vecchio camino di mattoni rossi.&lt;br&gt;<br />
I pezzi che compongono questa perla di cantautorato italiano, sono allo stesso tempo delicati e pesanti, tutti suonati e arrangiati in modo magistrale, senza un minimo di virtuosismo, e con gli strumenti sempre votati ad impreziosire un&#8217;atmosfera magica. In &#8220;Vietato Morire&#8221; la batteria diventa non solo uno strumento ritmico, ma si trasforma in melodia e segue in tutto e per tutto le varie sfumature dei pezzi, diventando, a volte, quasi rumorista. Vengono utilizzati strumenti che non si sentono spesso: vibrafono, contrabbasso, basso fretless, ance, tabla, corno; sono solo alcuni di quelli che sentirete, o meglio, prima li leggerete, e poi ve ne accorgerete piano piano, verranno fuori in modo discreto, solo se li vorrete trovare. Troverete anche un po&#8217; di elettronica, calda, l&#8217;elettronica più calda che abbiate mai sentito. Chitarre e pianoforti consapevoli del compito che devono svolgere, consapevoli di supportare la voce di Andrea Chimenti, una voce dalle tonalità basse, a volte quasi parlate, sussurrate, una voce che vi accarezzerà tutta la spina dorsale e che vi darà scariche di elettricità nelle estremità più lontane del vostro corpo e della vostra mente. Come se non bastasse a contribuire a tutto questo incontrerete il basso di Gianni Maroccolo, che restituisce la collaborazione di Chimenti in A.C.A.U. e anche l&#8217;incantevole voce di Patrizia Laquidara che canta in &#8220;Oceano&#8221; i versi che meglio di ogni altra parola incarnano le sensazioni di quest&#8217; album: &lt;br&gt;<br />
&lt;br&gt;<br />
&#8220;Perdermi, perdersi, come naufraghi nell&#8217;oceano, &lt;br&gt;<br />
scendere abbandonarmi nel profondo dell&#8217;oceano&lt;br&gt;<br />
solo qui, profondamente qui incontrarsi&lt;br&gt;<br />
in questo oceano&lt;br&gt;<br />
lasciandosi portare via dove tutto è pacifico&#8221;&lt;br&gt;<br />
&lt;br&gt;<br />
Non si possono segnalare dei pezzi che spiccano su tutto l&#8217;album, significherebbe indicarne 3 o 4, e non è possibile fare una graduatoria, sarebbe in continua evoluzione perchè ogni parte, col tempo, vi colpirà e vi farà amare sempre di più questa opera&#8230; richiede tempo, nell&#8217;ascolto richiede la stessa passione che ci è voluta per farlo, dovete mettere solo voi, una stanza, un posto comodo e&#8230; Vietato Morire. Con tranquillità e pazienza. Sicuramente non sarà un disco che piace a tutti&#8230; ma vale veramente la pena dargli una possibilità&#8230;</p>
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		<title>AAVV &#8211; Give &#8216;em the boot IV</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[AA.VV. &#8211; &#34;Give &#8216;em the boot IV&#34; (Hellcat Records)&#60;br&#62;&#60;br&#62;
Arriva al quarto capitolo il sampler della Hellcat Records di Tim Armstrong (Rancid, Transplants), e come al solito 
esce un bel dischetto con alcune delle cose migliori del punk odierno; la Hellcat, che ogni tre anni circa fa il 
punto della situazione attraverso questa compilation, si conferma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>AA.VV. &#8211; &quot;Give &#8216;em the boot IV&quot; (Hellcat Records)&lt;br&gt;&lt;br&gt;<br />
Arriva al quarto capitolo il sampler della Hellcat Records di Tim Armstrong (Rancid, Transplants), e come al solito </p>
<p>esce un bel dischetto con alcune delle cose migliori del punk odierno; la Hellcat, che ogni tre anni circa fa il </p>
<p>punto della situazione attraverso questa compilation, si conferma un’ottima casa discografica in quanto a qualità </p>
<p>degli artisti, pur non indenne da qualche caduta di stile, continuando a spaziare inoltre tra ska, reggae, hardcore </p>
<p>punk, psychobilly (che proprio quest’etichetta ha resuscitato dal nulla), streetpunk e combat rock.&lt;br&gt;<br />
&lt;br&gt;<br />
Per il versante ska-reggae si distinguono gli &lt;b&gt;Aggrolites&lt;/b&gt;, con un pezzo di ottima fattura come “Dirty Reggae”, </p>
<p>di diretta ispirazione Slackers; &lt;b&gt;Slackers&lt;/b&gt; che, non a caso, con l’inedita “Propaganda”, svettano fra i </p>
<p>migliori gruppi della compilation. Un reggae più classico è invece “Let there be peace” di &lt;b&gt;Chris Murray&lt;/b&gt;, </p>
<p>coadiuvato dal chitarrista degli Aggrolites, che oltre al proprio strumento suona, in questo pezzo molto alla </p>
<p>Marley, basso e organo. Ben fatta anche la conclusiva “Room To Breathe” degli &lt;b&gt;Westbound Train&lt;/b&gt;, anche se dei </p>
<p>quattro episodi risulta essere il più debole.&lt;br&gt;<br />
Per quanto riguarda lo psychobilly, aprono le danze i blasonati &lt;b&gt;Tiger Army&lt;/b&gt; con “Atomic” (scambiata per errore </p>
<p>nella tracklist con la sopracitata “Propaganda” degli Slackers). I tre, reduci dal cambio di batterista, non </p>
<p>convincono fino in fondo, come erano invece soliti fare con i loro lavori precedenti. Molto meglio invece i danesi </p>
<p>&lt;b&gt;Nekromantix&lt;/b&gt;, ormai un’istituzione del genere, appena usciti con un nuovo disco veramente interessante. In </p>
<p>questo cd invece suonano un’inedita cover di “Dead Bodies” dei Rancid. Il contrabbassista Kim Nekroman appare </p>
<p>inoltre in veste di chitarrista negli &lt;b&gt;Horrorpops&lt;/b&gt;, capitanati dalla moglie Patricia, che propongono uno </p>
<p>street-psychobilly dal coro facile come la trascinante “Where They Wander”. Interessante anche lo psycho in salsa </p>
<p>ispanica dei &lt;b&gt;Rezurex&lt;/b&gt; (“Dia De Los Muertos”), pura scuola Nekromantix, mentre suona ancora acerba </p>
<p>“Skinwalkers” dei &lt;b&gt;12 Step Rebels&lt;/b&gt;, che suona invece come una cover band dei Tiger Army.&lt;br&gt;<br />
Il grosso della compilation invece punta come sempre sul punk-rock e sull’hardcore punk. I risultati migliori sono </p>
<p>quelli dei soliti nomi. I padroni di casa &lt;b&gt;Rancid&lt;/b&gt; per esempio hanno da offrire un inedito veramente </p>
<p>convincente come “Killing Zone”, e inoltre il loro &lt;b&gt;Lars Fredericksen&lt;/b&gt; tira fuori una chicca da Viking, il suo </p>
<p>secondo disco con i &lt;b&gt;Bastards&lt;/b&gt;. La canzone si chiama “1%” ed è potente, veloce e chitarrosa: un vero punk-rock </p>
<p>doc, di ispirazione settantasettina e britannica. L’altro chitarrista dei Rancid invece, pur di darci un altro </p>
<p>inedito, inserisce nella compilation anche un remix di “Romper Stomper” dei suoi &lt;b&gt;Transplants&lt;/b&gt; (gruppo formato </p>
<p>con il batterista dei Blink 182 e dedito a una sorta di techno-punk), di cui sinceramente si poteva benissimo fare a </p>
<p>meno.&lt;br&gt;<br />
Uno degli episodi migliori del disco è lo streetpunk di &lt;b&gt;Roger Miret &amp; The Disasters&lt;/b&gt;, side project del </p>
<p>cantante degli Agnostic Front, e autore di uno dei dischi punk migliori degli ultimi anni, da cui è estratta “Kiss </p>
<p>Kiss Kill Kill”, travolgente coi suoi cori che sanno tanto di Oi! inglese. Sempre ottimo anche l’irish-street-punk </p>
<p>dei bostoniani &lt;b&gt;Dropkick Murhpys&lt;/b&gt;, che oltre all’inedita “I’m Shipping Up To Boston” mettono anche i loro cori </p>
<p>in “That’s What I Know” dei &lt;b&gt;Brain Failure&lt;/b&gt;, un pezzo street niente male. Pestano duro gli </p>
<p>&lt;b&gt;U.S.Roughnecks&lt;/b&gt; di Big Jay Bastard (bassista in forza al gruppo di Lars Fredericksen) e la loro “Lost </p>
<p>Paradise”, e gli &lt;b&gt;F-Minus&lt;/b&gt;, spesso paragonati nientemeno che ai Black Flag, si confermano fra i migliori gruppi </p>
<p>hardcore punk della nuova generazione con la cattivissima bordata di “Caught In Between” (altro inedito). Alla </p>
<p>grande girano anche i &lt;b&gt;Die Hunns&lt;/b&gt; (side project del cantante degli U.S.Bombs Duane Peters), con l’ennesimo </p>
<p>inedito della compilation: “Marshall Law”.&lt;br&gt;<br />
Niente più che carina “No Rest For The Wicked” degli &lt;b&gt;Orange&lt;/b&gt;, mentre gli &lt;b&gt;Unseen&lt;/b&gt; aggiungono alla pioggia </p>
<p>di inediti “Wasted Time”, un pezzo tirato e che merita. Gli altri gruppi che compaiono (&lt;b&gt;Ducky Boys&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;South </p>
<p>Central Riot Squad&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Mercy Killers&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Escaped&lt;/b&gt;) non riescono a graffiare né a lasciare il segno. </p>
<p>Meglio invece i &lt;b&gt;Pressure Point&lt;/b&gt;, che fanno propria la lezione dei Clash con “Rise Up”.&lt;br&gt;&lt;br&gt;<br />
Proprio ai Clash appartiene inoltre il vero sussulto del disco: il compianto &lt;b&gt;Joe Strummer&lt;/b&gt; e i suoi </p>
<p>&lt;b&gt;Mescaleros&lt;/b&gt; infatti compaiono con storica “Junco Partner” (pezzo dello Strummer pre-Clash passato però alla </p>
<p>storia su Sandinista!, il leggendario triplo della band londinese) suonata dal vivo alla Brixton Academy, e </p>
<p>arricchita dal fiddle di Tymon Dogg. Appena la voce roca del vecchio Joe intona “I said down the road came a Junco </p>
<p>partner”, e pian piano si aggiungono chitarra e violino, finalmente è il cuore a battere forte e a capire da chi </p>
<p>dovrebbero imparare i gruppi di oggi.&lt;br&gt;<br />
&lt;br&gt;<br />
La compilation comunque resta consigliabile: è gradevole, e anche se non è al livello dei tre episodi precedenti (in </p>
<p>particolare il terzo, veramente fantastico a mio parere), la presenza massiccia di inediti e il prezzo contenuto </p>
<p>(tutti e quattro i volumi sono disponibili a circa sei euro) la rende comunque interessante e worth-buying.</p>
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		<title>TRAVOLTA &#8211; Gusto in bocca</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Travolta &#8211; Gusto in bocca – 2004 – Macaco Records&#60;br&#62;
&#60;br&#62;
Erano finiti non so dove, risucchiati tra dischi vecchi e nuovi da recensire o da ascoltare senza pretese. Sono venuti fuori da soli, da una confezione che muore d&#8217;invidia per i package più curati, ma l’hanno fatto con decisione. Questi quattro ragazzi suonano, fanno musica e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Travolta &#8211; Gusto in bocca – 2004 – Macaco Records&lt;br&gt;<br />
&lt;br&gt;<br />
Erano finiti non so dove, risucchiati tra dischi vecchi e nuovi da recensire o da ascoltare senza pretese. Sono venuti fuori da soli, da una confezione che muore d&#8217;invidia per i package più curati, ma l’hanno fatto con decisione. Questi quattro ragazzi suonano, fanno musica e si divertono.&lt;br&gt;<br />
‘Gusto in bocca’ è un concentrato di sei brani dai sapori eterogenei, ma legati perfettamente insieme da un ingrediente fondamentale che tanto segreto non è: la musica.&lt;br&gt;<br />
I Travolta si muovono liberamente tra il pop leggero e divertente dei primi Blur, il rock in stile Pavement e il punk piacevole e irriverente dei Tre Allegri Ragazzi Morti.&lt;br&gt;<br />
In fondo non occorre aspettarsi troppo dai testi, giusto per non rischiare di essere delusi. Si limitano a descrivere le dis-avventure di tutti i giorni con semplicità e disinvoltura, senza virtuosismi lessicali.&lt;br&gt;<br />
Mi sono lasciato catturare dalla ritmica fluida e spesso ripetitiva. Il risultato è coinvolgente e quando il disco finisce, resta ancora il gusto in bocca e ri-premo start.</p>
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		<title>AAVV &#8211; Punk It! vol.2</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quattro gruppi e quattro modi diversi di intendere la musica punk. Il secondo volume della compilation Punk It! della Rude Records è un ottimo spaccato della scena alternativa italiana, uno split al quadrato che mette a confronto Derozer, Pornoriviste, L’invasione degli omini verdi e gli Skuigners. Ad aprire le danze ci pensano Sebi e compagni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quattro gruppi e quattro modi diversi di intendere la musica punk. Il secondo volume della compilation Punk It! della Rude Records è un ottimo spaccato della scena alternativa italiana, uno split al quadrato che mette a confronto Derozer, Pornoriviste, L’invasione degli omini verdi e gli Skuigners. Ad aprire le danze ci pensano Sebi e compagni che, per l’occasione, sfornano tre ottimi pezzi di punk-rock cantati in inglese. Due, “In the name of rock’n’roll” e “This is not Disneyland”, sono tratti dall’ultimo album “Di nuovo in marcia”, mentre il terzo, “The football factory”, è una versione anglofona dell’indimenticabile “Fedeli alla tribù”. Promossi.&lt;br&gt; Dopo la buona prova dei vicentini, il testimone passa alle Pornoriviste. Dico subito che non sono mai stato un grande estimatore del quartetto di Varese (la voce di Tommy non la sopporto proprio) e il mio giudizio non può prescindere dalle miei preferenze. I fan della band, invece, non avranno grosse sorprese e gradiranno senza dubbio i tre brani proposti dal gruppo. “Silenzio e verità”, “Buono sconto” e “Black night” sono un’ottima fotografie dello stile inconfondibile delle Porno, fatto di chitarre distorte, melodie e testi in italiano. Senza voto.&lt;br&gt;A risollevarmi il morale, per fortuna, ci pensano gli Skruigners. Avevo detto in precedenza che si trattava di una compilation molto variegata e il quintetto hardcore della Tube è ne è una piacevole dimostrazione. Tre brani tirati che non lasciano scampo a divagazioni melodiche e rallentamenti, tre pugni nello stomaco che confermano ancora una volta quanto di buono si è sempre detto di questa band. “La vostra storia”, Streghe” e “Messa in scena” sono un concentrato di rabbia e odio, una salutare sferzata di cattiveria e potenza. Bravi! &lt;br&gt;A chiudere l’album ecco un’altra giovane band dalle belle speranze: L’invasione degli omini verdi, che proprio in questi giorni hanno dato alle stampe il loro terzo disco. Velocità e melodia sono le colonne portanti del sound del combo che, con “Mille pensieri”, “Poche parole” e “Rottami”, ci regalano una manciata di minuti davvero piacevoli. Niente male.&lt;br&gt;Nel disco è presente anche una traccia rom, con un video per ognuno dei quattro gruppi.&lt;br&gt;<br />
Si aggiudicano il premio per il miglior contributo nuovamente gli Skruigners, che ci regalano una furiosa e genuina esibizione dal vivo.</p>
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		<title>LCD SOUNDSYSTEM &#8211; Lcd Soundsystem</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ormai, da un po’ di tempo a questa parte, siamo circondati e, volendo, “imbrattati”, da giovani band che, pur avendo la nostra stima e fiducia, ci rifilano la solita macedonia (buona o pessima) di wave, no wave, disco-punk e funk-punk (a voi la scelta, tanto il risultato non cambia). Se i !!! (ovvero Chk Chk [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai, da un po’ di tempo a questa parte, siamo circondati e, volendo, “imbrattati”, da giovani band che, pur avendo la nostra stima e fiducia, ci rifilano la solita macedonia (buona o pessima) di wave, no wave, disco-punk e funk-punk (a voi la scelta, tanto il risultato non cambia). Se i !!! (ovvero Chk Chk Chk) avevano aperto le danze nel duemila, esordendo con l’apprezzabile album omonimo, gli Lcd Soundsystem continuano, a nostre spese, quel viaggio ipnotico e perfettamente intrapreso dai vari Wire, Fall e Gang Of Four. &lt;BR&gt;<br />
&lt;BR&gt;<br />
James Murphy, ossia il Signor DFA (personaggio, trentaquattrenne, dell’underground americano, debuttante alquanto anziano), rimpasta, con incredibile astuzia, quello che gli anni ’80 ci hanno regalato, riportando, nella nostra testa, quello che realmente avevamo voluto dimenticare (???); Mr Murphy (produttore, tra l’altro, di buone compilation), indiscusso leader degli Lcd Soundsystem e, se vogliamo, estrosa mente dell’america più “sconosciuta e  stramba”, ci riconduce allo squilibrio, mentale e non, di Mark E. Smith (fondatore e vocalist dei Fall), ripercorrendo la linea trasversale della wave targata e firmata nel ’79. &lt;BR&gt;<br />
&lt;BR&gt;<br />
Nove brani volti verso l’indiscutibile, sempre perfetta, miscela funk-punk; nove brani che, pur sorprendendoci, risultano incredibilmente vari, diversi; nove brani che incapsulano l’elettronica dei Kraftwerk  (“Disco Infiltrator” e “On Repeat”), la “disco-punk” dei Gang Of Four (“Tribulations”) e, naturalmente, la wave dei Fall (“Movement”). Inutile  girovagare, la colpa è tutta di Murphy, la colpa è di quest’uomo, abile ricercatore della perfezione, professionista nel farci rimpiangere lo splendore di quegli anni. &lt;BR&gt;Meno funk e “più cattiva” dei colleghi e compagni !!! (Tyler Pope, chitarrista dei !!! e degli Out Hud, partecipa nella costruzione sonora dell’esordio degli Lcd Soundsystem), la band di Mr DFA ingloba la molteplicità dei colori elettronici, abusando dei nostri ricordi, delle nostre reminiscenze.&lt;BR&gt;<br />
&lt;BR&gt;<br />
Inutile ciondolarsi, inutile starsene fermi ad ascoltare quello che Murphy e Company offrono alla nostra, sensibile e pignola, mente; inutile starsene seduti, inutile rimanere immobili. L’esordio omonimo degli Lcd Soundsystem è l’ennesimo tentativo, riuscito ed ispirato, di ridarci quello che, con il passare degli anni, abbiamo perso.</p>
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		<title>ANONIMO FTP &#8211; My dreams</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Approfondiamo ora la conoscenza di un&#8217;altra piccola realtà nel panorama indipendente italiano che sta facendo molto parlare di se: si tratta degli Anonimo ftp. &#60;br&#62;
Il gruppo, proveniente da Milano, ci propone la sua ultima fatica, nata dalla collaborazione con la Midfinger records. &#60;br&#62;Il disco si chiama &#34;My dreams&#34; ed è immediatamente riconoscibile grazie alla grafica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Approfondiamo ora la conoscenza di un&#8217;altra piccola realtà nel panorama indipendente italiano che sta facendo molto parlare di se: si tratta degli Anonimo ftp. &lt;br&gt;<br />
Il gruppo, proveniente da Milano, ci propone la sua ultima fatica, nata dalla collaborazione con la Midfinger records. &lt;br&gt;Il disco si chiama &quot;My dreams&quot; ed è immediatamente riconoscibile grazie alla grafica molto originale e sognante che ne caratterizza la confezione (ogni tanto è giusto anche parlare del contenente, non solo del contenuto!!). Nel retro della confezione, insieme ad un disegno raffigurante una malinconica balena, si nota subito la sostanziosa quantità di tracce che il disco contiene. Questo è in parte spiegato dai numerosi &quot;quadrettini strumentali&quot; che si alternano alle canzoni nel pieno senso del termire, quasi a voler spezzare la tensione accumulata e lasciar rifiatare l&#8217;ascoltatore: che questa sia o no un’idea originale, di certo è un piacevole diversivo che forse permette di apprezzare anche meglio il disco. &lt;br&gt;Passando ora al cuore di &quot;My dreams&quot;, l&#8217;ascoltatore si trova di fronte ad un felicissimo connubio di generi: gli Anonimo ftp sanno fondere insieme elementi provenienti da diverse scuole anche molto distanti tra loro. Il fatto che la band sia composta da tre chitarristi probabilmente influisce proprio in questo senso sul sound della band: fondamentalmente si tratta di rock proveniente dall&#8217;ambito indipendente ma appaiono, durante l&#8217;ascolto, sprazzi di post rock, di blues, di pop, di lo-fi&#8230; La produzione è diretta, istintiva e poco invadente, infatti il disco suona bene (come nella migliore tradizione indie) ma non è appesantito da un eccessivo lavoro in studio (su questo sito è presente un&#8217;intervista agli Anonimo ftp nella quale si parla di questo e altri argomenti). La voce, il cui timbro ricorda a tratti il Manuel Agnelli di qualche anno fa, passa con facilità tra diversi registri, dal forte all’ironico all’emotivo, rendendo il lavoro ancor più eterogeneo: nelle canzoni che lo compongono si alternano momenti veloci e melodie ricercate accompagnati in alcuni episodi da psichedeliche code strumentali. Non una nota sembra di troppo, la costruzione si regge da sola e dimostra la maturità che il gruppo ha ottenuto dopo anni di gavetta e concerti.&lt;br&gt;<br />
Gli episodi che più colpiscono sono alcune canzoni in cui la velocità diminuisce e dai quali scaturisce una malinconia melodica molto coinvolgente, come in “Flyin’ away now” e “Call me in november”. I testi sono in italiano con qualche inserto in lingua inglese (curiosa la scelta di intitolare pero’ tutte le canzoni in inglese).&lt;br&gt;<br />
“My dreams” è il disco che sancisce il definitivo passaggio degli Anonimo ftp da “una delle tante buone band italiane” a certezza e riferimento nel panorama indie del nostro paese.</p>
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		<title>MODENA CITY RAMBLERS &#8211; Clan Banlieue, 1992-2004: la Grande Famiglia in movimento [DVD]</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Music is the last true voice of the human spirit. It can go beyond language, beyond age and beyond color&#8230; straight to the mind and heart of all the people” così definisce la Musica Ben Harper. E non c’è, a mio modesto parere, alcuna definizione che si  sposi meglio di questa con i Modena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Music is the last true voice of the human spirit. It can go beyond language, beyond age and beyond color&#8230; straight to the mind and heart of all the people” così definisce la Musica Ben Harper. E non c’è, a mio modesto parere, alcuna definizione che si  sposi meglio di questa con i Modena City Ramblers e la loro, di musica.&lt;br&gt;<br />
Il loro dvd “Clan Banlieue, 1992-2004: la Grande Famiglia in movimento” è composto da quattro “sezioni”: la prima, intitolata “Racconti”, è dedicata ai tredici anni di storia dei MCR, partendo dai primi concerti e proseguendo con le collaborazioni con personaggi come Bob Gedolf, Paolo Rossi, Luis Sepulvéda ed altri scrittori latinoamericani; l’apertura di uno zaino dal quale mano a mano riaffiorano ricordi indimenticabili, viaggi, esperienze ed emozioni che un gruppo come questo ha in abbondanza.&lt;br&gt;<br />
La seconda sezione si chiama “Strade” e non appena si schiaccia “play” sul telecomando, ci si ritrova a percorrere strade sconosciute verso luoghi come Cuba, il sud Africa, l’ Argentina, la Bolivia&#8230; memorie di viaggi, di persone incontrate lungo il cammino dove, per una volta, sono le immagini e i panorami ad avere la meglio sulla musica (comunque fondamentale).&lt;br&gt;<br />
La terza parte è “Palchi” e qui possiamo assistere all’ esecuzione live di alcuni tra i brani fondamentali dei concerti dei Ramblers; brani estratti dai filmati girati in tredici anni di vagabondaggio da un palco all’ altro, dai piccoli club ai grandi palchi, dall’ Italia al “mondo”.&lt;br&gt;<br />
In “Clip” troviamo, infine, i video ufficiali del gruppo; anche quelli che, “colpevoli” di contenere determinati messaggi politici e sociali, non vengono programmati e messi in onda dai mezzi televisivi.&lt;br&gt;<br />
Nel guardare un dvd come questo, la sensazione più forte che viene trasmessa è quella di una sana e profonda semplicità che è caratteristica dei testi, delle musiche e dei filmati (quasi tutti amatoriali).&lt;br&gt;<br />
E’ come quando ti ritrovi a guardare una vecchia vhs nella quale è immortalato un viaggio che hai fatto anni fa con degli amici. Ecco, è proprio questo: guardandolo ti sembra di far parte anche tu di questa “Grande Famiglia”, tanto è confidenziale il modo in cui ti rapporti alle immagini che vedi.&lt;br&gt;<br />
E poi ascoltando determinati testi supportati da certe immagini stupende, vengono sempre i brividi.&lt;br&gt;<br />
Perché, come ha detto Luis Sepulvéda: “I Modena suonano una musica che va dritta al cuore e all’intelligenza”.</p>
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		<title>TOC – Loss Angeles</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Innanzitutto non possiamo non notare il bel gioco di parole che da il titolo a questa terza uscita della band finlandese. Il loro genere è il prog-metal (quello dei Dream Theater tanto per intenderci) ma fino al loro ultimo lavoro erano dediti ad un genere alquanto diverso,ovvero il death melodico stile Children of Bodom ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Innanzitutto non possiamo non notare il bel gioco di parole che da il titolo a questa terza uscita della band finlandese. Il loro genere è il prog-metal (quello dei Dream Theater tanto per intenderci) ma fino al loro ultimo lavoro erano dediti ad un genere alquanto diverso,ovvero il death melodico stile Children of Bodom ed erano meglio conosciuti con il loro nome per esteso ovvero &lt;b&gt;Throne Of Chaos&lt;/b&gt;.&lt;br&gt;<br />
Un album rivoluzionario per loro, che segna un cambio di rotta quasi totale in quanto alle caratteristiche intrinseche dei pezzi e a alle tematiche. &lt;br&gt;<br />
Undici pezzi piuttosto vari tra loro e con molte diversità pure all’interno di ciascuna canzone.&lt;br&gt;<br />
Permeano innanzi a tutto le doti tecniche assai invidiabili di tutti i componenti questo grazie alla buona qualità di registrazione che fa sì che nessuno strumento sovrasti gli altri; su ogni pezzo ci sarebbe molto di che dire se non fosse per il fatto che è anche giusto lasciare un po’ di curiosità a chi legge e ascolterà.&lt;br&gt;<br />
La traccia di apertura “Window” ricorda molto le sonorità del gothic metal ed il ritmo generale non è assai sostenuto per buona parte del suo svolgimento e in alcuni casi risulta addirittura fiacco. Nonostante un cantato non molto convincente il pezzo è reso interessante grazie ad una parte incongruente verso la metà che sembra un pezzo standard jazz. &lt;br&gt;<br />
Eccoci dunque al momento della ballata. “Mary Lou is Dead” è un pezzo struggente e di semplice fattura., ma tra gli ultimi lenti che abbiamo ascoltato forse è quello meno eccessivo dal punto di vista della disperazione vocale. &lt;br&gt;<br />
È contraddistinta da un aroma molto più energico sin dalle prime battute la terza canzone “Acid Highway” che ci trascina con un bel riff vecchia scuola. Comunque: bello il fatto di alternare parti cattive a parti tranquille ma non è che il growl dopo il pulito ci deve per forza stare bene… siamo ben lontani dagli Opeth, qui: avremmo optato per una sola delle soluzioni vocali. &lt;br&gt;<br />
Giungiamo quindi a “Gothamburg” il pezzo più promiscuo (si può dire?) e di gran lunga più interessante; a fronte di una prima linea vocale malinconica e deboluccia poi si apre su di una serie di cambiamenti che per i sei minuti della canzone creano una atmosfera nella quale si avverte una “piacevole inquietudine”. Assai pregevole è il lato strumentale di “Blue Lady” dotata di un bel riff pungente ma non cattivo… “frizzante in atmosfera rilassata” è forse la definizione più adatta; per la successiva “Wait” ci riserviamo di dire che è un mid-tempo che riesce in alcuni punti a sollevarsi di tono ma la banalità del testo che ne riusciamo a estrarre è proprio da dimenticare. Peccato poi che la strumentale “Blue Lady Suite” duri solo poco meno di un minuto e mezzo… questo sua brevità la rende comunque saliente in un genere come questo dove c’è chi si diletta in opere da 25 minuti!&lt;br&gt;<br />
Visto l’andazzo generale del cd fino ad ora, non ci aspettavamo un’eco del passato come “Break a Neck” unica botta di energia death a massima velocità in tutto il nostro percorso; l’impatto del pezzo è importante e non delude dal punto di vista strumentale. Forse non metterà d’accordo gli amanti del più pacato prog-metal la linea vocale. &lt;br&gt;<br />
Fin troppo lento e frustrante è la parte iniziale di “Bite the Bullet” che nel complesso non è niente male e quella che sembrava dopo un po’ di minuti una ballata si rivela una storia inquietante (e quasi geniale).&lt;br&gt;<br />
Carina la voce nella strofa “Smoke on The Water” – sì proprio quella dei Deep Purple – ma potevano evitare di prendersi la libertà di un tempo più che raddoppiato e il growl nel ritornello: ma che razza di pretese! Speriamo che Ian Gillan e compagni no l’abbiano sentita. Potevano accontentarsi dell’altra cover ovvero Night Crawler nella quale non fanno ne più ne meno di quanto facciano i Judas Priest (trent’anni di carriera e Rob Halford a parte) e il risultato finale è più che buono.Diciamo pure che si sono salvati in extremis dal tirarsi la zappa sui piedi con le ultime due tracce… fortuna che l’ultima è “bonus”!&lt;br&gt;<br />
Nel complesso non è un lavoro facilissimo da ascoltare ma di certo non richiede nemmeno un orecchio sublime. Adatto a grandi e piccini: mancherebbe un pizzico di energia in più…</p>
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		<title>UNCODE DUELLO &#8211; Uncode Duello</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Inutile discutere dell’incredibile, sempre lineare, capacità artistica di Iriondo e Cantù; inutile stare qui a ricordare il passato di questi due alfieri dell’indie-rock italiano. Inutile, quanto utile, starsene immobili e impassibili dinanzi al talento, già ampiamente dimostrato, del duo targato, come sempre,  Wallace. Se già ci avevano provato, con successo, con gli A Short [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Inutile discutere dell’incredibile, sempre lineare, capacità artistica di Iriondo e Cantù; inutile stare qui a ricordare il passato di questi due alfieri dell’indie-rock italiano. Inutile, quanto utile, starsene immobili e impassibili dinanzi al talento, già ampiamente dimostrato, del duo targato, come sempre,  Wallace. Se già ci avevano provato, con successo, con gli A Short Apnea (accompagnati da Fabio Magistrali), i due riescono a rimpastare, con assoluta professionalità, le emozioni che, in dieci anni d’amicizia, hanno collezionato. Il nuovo progetto di Xabier Iriondo e del suo, sempre fisso, compagno d’avventura Paolo Cantù va a catalogarsi sotto il nome di Uncode Duello.&lt;BR&gt;<br />
&lt;BR&gt;<br />
L’album, composto da tredici tracce (se tracce possiamo definirle) costruite e perfettamente create dall’ingegno sperimentale dei soli Iriondo e Cantù, è la pura, casuale, dimostrazione di come questi due personaggi, perfettamente in linea con l’etichetta di Mirko Spino, possano realizzare, con incredibile personalità, un progetto al di fuori da ogni schema musicale. “Tredici manovre apocalittiche” anchilosate in incomprensibili, indecifrabili, movimenti stilistici; tredici perle d’avanguardia imbevute dal kraut-rock di Mr. Damo Suzuki (ovvero Mr. Can) e Mr. Uwe Nettelbeck (mente primordiale dei Faust), dalla no wave degli UT e dei primi, o ultimi, Sonic Youth (“Confusion is Sex” e “Hidros 3” nella mente, coniugata, sperimentale di Moore e Gordon).<br />
&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;<br />
Inutile rimanere inflessibili di fronte all’immensa libertà stilistica di Iriondo, inutile rimanere insensibili davanti alla capacità “irriverente e sfacciata” di Paolo Cantù. Approfondire il talento stilistico, quasi sovrannaturale, di questi due “manipolatori musicali”.</p>
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		<title>CRADLE OF FILTH &#8211; Nymphetamine</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Proprio in questi giorni i Cradle of Filth danno il via al loro tour promozionale per il nuovo album , “Nimphetamine” appunto, un concept sull’abuso di donne e droga pervaso nelle tematiche dalla schiettezza quanto mai esplicita di Dani Filth. Le sue doti di scrittore gli permettono di passare  agevolmente da rievocazioni mitiche fino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Proprio in questi giorni i Cradle of Filth danno il via al loro tour promozionale per il nuovo album , “Nimphetamine” appunto, un concept sull’abuso di donne e droga pervaso nelle tematiche dalla schiettezza quanto mai esplicita di Dani Filth. Le sue doti di scrittore gli permettono di passare  agevolmente da rievocazioni mitiche fino alla lussuria ritornando poi per un accenno al lovecraftiano Chtulu senza scordare di perdersi tra i difetti di donne “stupefacenti”, sbizzarrendosi in ambigui giochi di parole.&lt;br&gt;<br />
Anche chi non possa sopportare il black-simphonic-metal non può certo negare le qualità tecnica nell’esecuzione sia dei testi e quanto delle musiche di questo sestetto inglese.&lt;br&gt;<br />
Il classico intro maestoso ricco di orchestrazioni e cori accoglie l’ascoltatore che poi viene sbalzato alla seconda traccia “Gilded Cunt”: un pezzo dall’attacco dirompente e da un seguito violento al punto giusto in cui trovano spazio dei riff melodici e avvincenti oltre che dei veri e propri “muri sonori”. In “Nemesis” siamo di fronte ad uno dei riff dell’album che pur nella sua semplicità sa essere estremamente avvincente. Eccellenti i passaggi alle parti più black metal anche se nel complesso il pezzo è abbastanza ripetitivo.&lt;br&gt;<br />
No troviamo l’aggettivo giusto per definire le tastiere che aprono la quarta traccia “Gabrielle”… diciamo che il giro che propongono si situa tra il malinconico e il grottesco. Poi per quanto riguarda la sezione ritmica che viene dopo non c’è nulla di cui lamentarsi… qualcosa da ridire forse sulla linea vocale.&lt;br&gt;<br />
“Absinthe with Faust” è forse il pezzo più “ballabile” (perdonateci il termine!) una parte di pianoforte delicata è una ritmica no invadente in cui Dani Filth da il meglio di se, in poco più di cinque inquietanti minuti.&lt;br&gt;<br />
Ed ecco che nella title track, che per l’esattezza si chiama “Nymphetamine (Overdose)” (e nella sua “cura”, la bonus track finale) i Cradle ci sorprendono ad un certo punto con una angelica voce che si oppone alla truculenta foga di Dani. L’ultima traccia si potrebbe quasi definire un lento costellato di picchi di malvagità. Tra i due pezzi, per esprimere il concetto, in tutto ci vuole quasi un quarto d’ora costellato da decine di passaggi.&lt;br&gt;<br />
Giunge quindi il turno dell’interemezzo: meno di due minuti ci vogliono per godere delle sfaccettature di “Painting Flowers White Never Suited My Palette” (un titolo più lungo no?!), una specie di breve colonna sonora per un film,… horror naturalmente! Senza uno stacco si approda all’inquietante “Medusa and Hemlock” in cui ci viene regalato pure un assoletto vecchio stile: niente di tecnicamente sopra le righe. Un approccio di crudo black metal con il basso d’atmosfera in sottofondo è quello che ci vuole per “Coffin Fedder” che poi prosegue con una serie di stacchi pesanti dal ritmo cadenzato. &lt;br&gt;<br />
Sembra un lento “English Fire” ma poi l’irruenza della strofa ci fa cambiare subito idea… una serie di pregevoli cambi la rendono una composizione molto bella da ascoltare; la sezione ritmica regala una canzone piena e avvolgente che si amalgama a perfezione con i vocalizzi. Credevamo di essere invece di fronte ad un thrash anni ’80 dopo le prime battute di “Filthy Little Secret”: un lavoro ben fatto quanto inaspettato (c’è pure un excursus da l sapore prog), ci viene da dire che è proprio un pezzo divertente, diverso da ciò che ci hanno abituato a sentire i Cradle. &lt;br&gt;<br />
Un ennesimo intro malinconico per “Swanseng for a Raven” che poi si rifà con ritmiche spacca-ossa e atmosfere truci venate da grida di sofferenza rincorse da una frustrante progressione al pianoforte che si ricongiunge al sapore dell’intro in un intermezzo grave. &lt;br&gt;<br />
Detto questo ci manca solo da citare la splendida litania (presa in prestito da H.P. Lovecraft, recita più o meno R’lyeh R’lyeh Chtulu Ftaghn) che evolve in un crescendo di voci: un pezzo in pieno stile Cradle of Filth con blast beating a non finire e inquietanti orchestrazioni.&lt;br&gt;<br />
L’album forse non è al livello di Midian ed è dotato di ritmiche un più pesanti e trascinanti eseguite ad un velocità non eccessiva: grazie a ciò si riesce a godere a pieno dei molteplici passaggi in ogni singolo pezzo senza impazzire troppo; speriamo però che ‘sti ragazzi non si calmino troppo! I COF si lasciano  andare a giri più nello stile metal e thrash-metal vecchia scuola e pure il suono delle chitarre sembra, in alcuni casi, essere andato a prendere qualche spunto indietro nel tempo. &lt;br&gt;<br />
Un album certo non difficile da ascoltare, nonostante la sua complessità, che di certo non lascia spazio alla noia. &lt;br&gt;Speriamo che in live il 22 marzo a Milano concedano una ottima performance in grado do scaldare gli animi del pubblico.</p>
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