The BLACK KEYS – Brothers

giugno 27, 2010 by Vittorio Lannutti  
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The Black Keys - Brothers


V2

Non c’è che dire “Brothers” è uno dei migliori dischi del 2010, almeno per questi primi cinque mesi. Va bene, questa potrebbe essere la conclusione della recensione e, invece, no, ho preferito dare questo giudizio all’inizio, perché in linea con la loro attitudine hardcore, apprezzo molto l’inclinazione all’essere chiari e diretti, senza tanti fronzoli. Così come vi dico subito che “Brothers” è un disco di soul-blues della miglior specie. Non si tratta tanto del famoso vintage, quanto proprio del fatto che il duo Usa suoni proprio questo genere, non meno di quanto facciano, sempre a modo loro, Jack White e Mick Collins.

“Brothers” è intriso di sonorità che arrivano direttamente dai primi anni ’70, in questo lavoro, infatti, Carney ed Auerbach hanno lasciato da parte la loro passione per l’hip hop, attenendosi strettamente alle matrici delle dodici battute e alla musica dell’anima. Tuttavia, in questi quindici brani non mancano sensualità (“The go getter”) e ritmo (“Sinister kid”). Gli anni ’70 poi irrompono in particolare anche con l’hammond di “The only one” e con la zeppeliana “She’s long gone”, brano che fa da contraltare alla bucolica e younghiana “These days”, mentre se in “Everlasting light” il duo si reinventa il proto-rap nel ritmo con un falsetto da far invidia ai White Stripes, in “Howlin’ for you” le ascendenze blues dei seventies sono le stesse della miglior Blues Explosion. Che altro aggiungere se non sperare di vederli al più presto dal vivo.

The JACK STAFFORD FOUNDATION – All Folks from Little Big Town

giugno 13, 2010 by Vittorio Lannutti  
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The JACK STAFFORD FOUNDATION - All Folks from Little Big Town

Autoprodotto
Questo cantastorie inglese ha trovato la sua dimensione ad Amsterdam, dove vive e lavora come commerciante, in quanto ha aperto un negozio di abbigliamento. Per fortuna la vita nel commercio gli stava stretta, e così Jack Stafford ha deciso di girare l’Europa e l’America per fare concerti. Dal 2005 ha pubblicato quattro dischi, compreso quest’ultimo. E vi assicuro che “Tall folks from little big town” è un lavoro senza tempo. Sì, perché il suo country-folk pur così tradizionale e profondamente vintage rende attuale l’esigenza di assaporare ancora certe sonorità. Lo stesso lavoro di mixaggio è stato fatto in modo tale da riprodurre il fruscio di un vecchio vinile e di trasmettere la sensazione che la registrazione sia avvenuta in qualche vecchio studio del profondo sud degli Usa, dove negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso transitavano folksinger e bluesmen. Tutti i brani del disco sono per voce e chitarra, qualcuno anche per sola voce. Gli omaggi a Woody Guthrie, a Bob Dylan e a tutta la tradizione folk si sprecano e trovano la loro apoteosi nella cover che il menestrello di Duluth dedicò al suo padre spirituale: “Song to Woody”. Stafford è accompagnato spesso dalla voce femminile di Joanna Newsom. Ma in alcuni brani l’ospite si esprime da sola, giungendo alle vette interpretative di Ani Di Franco (“Mr postman”). Stafford dal canto suo ha una voce piuttosto versatile, in grado di proporre i classici della coralità folk di matrice Usa (“The art of conversation”) e allo stesso tempo di usare tonalità baritonali alla maniera di Johnny Cash (“Gay ok”). A gennaio Stafford sarà in Italia per una manciata di date nel centro-nord. Un appuntamento da non perdere per gli appassionati del genere.

Per informazioni: http://thejackstaffordfoundation.com
Voto: 8/10

SILVER MT ZION MEMORIAL ORCHESTRA – Kollaps Tradixionales

giugno 13, 2010 by Vittorio Lannutti  
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SILVER MT ZION MEMORIAL ORCHESTRA - Kollaps Tradixionales

Constellation/Goodfellas
Non c’è che dire negli ultimi anni le cose più interessanti, e forse più innovativi stanno arrivando tutte dal Canada, paese che ha dato i natali, oltre a Neil Young e a The Band, anche ai Goodspeed You! Black Emperor e ad Arcade Fire, ai Silver Mt Zion. Questi ultimi sono un gruppo in continua evoluzione, insofferente alla stabilità. Per questo il motivo la loro formazione è ad ogni disco variabile, così come la loro denominazione. Abbandonata dunque quella di Tra-La-La Band del precedente “13 blues for thirteen moon”, per quest’ultimo lavoro hanno scelto quello di Memorial Orchestra. “Kollaps tradixionales” è stato concepito come un doppio Lp, contenente sette brani con una durata variabile, anche se due brani sono intorno al quarto d’ora e quasi tutti gli altri superano i sei minuti. La struttura dei brani denota una matrice prog, anche se i canadesi hanno poco o niente a che fare con i barocchismi di Jethro Tull & co. Piuttosto si tratta di interessanti funzioni tra dilatazioni rock ed innesti di archi, che vanno spesso ad alimentare e ad arricchire il suono, tali da dare un maggior spessore ai brani. Altro aspetto intrigante di questo disco è lo strano connubio tra il rock dilatato e il piglio punk di un brano come “I built myself a metal bird”. In diversi brani poi l’incedere del gruppo è a fisarmonica, dato che è abile nel creare una tensione che resta sottopelle, mai esplicitata, grazie alla capacità di stirare e stringere alcune sonorità, in particolare i pattern ritmici, il cantato poi è come sempre ben enfatizzato, senza eccessi, ma avvolgente. Con questo disco i canadesi hanno fatto un altro piccolo, ma importantissimo passo verso la progressione.

DOME LA MUERTE and The DIGGER – Diggersonz

giugno 13, 2010 by Vittorio Lannutti  
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DOME LA MUERTE and The DIGGER - Diggersonz

Go Down – Area Pirata
A tre anni dall’omonimo esordio, Dome La Muerte con i suoi fidi Diggers dà alle stampe questo secondo lavoro, corto, ma essenziale. Già, perché in soli ventotto minuti e quarantadue secondi il gruppo riesce come sempre ad esprimere la sua grande carica rock. L’attitudine resta sempre quella punk, il sound, invece, è sospeso tra garage e proto-punk detroiano. Le chitarre vibranti (“King of trouble”), bluesate (“Everytime”) ed in acido (“Bored n’lazy”) si alternano spesso ai boogie (“Mary Jane boogie”) o si fondono con la carica esplosiva degna della sei corde di  Ron Asheton del periodo “Funhouse” (“Do it”). Se tutto il cd si sipana tra queste sonorità, incuriosisce la digressione dell’ultimo brano posto in scaletta, “Taverna el cubano”, nel quale irrompono i suoni della frontiera, tra Morricone e le colonne sonore dei film di Tarantino.

ELTON JUNK – Loophole

maggio 20, 2010 by admin  
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ELTON JUNK – Loophole

Il trio senese Elton Junk (carino il monicker) ci presenta Loophole, 11 tracce divise tra spinta anglofonia ed italiota ricerca sonora. Si parte dai Dinosaur Jr (anche se meno arrabbiati) oppure Blonde Redhead, ci si avviluppa in trame sonore che paiono all’inizio non portare in alcun luogo. Ad un secondo ascolto però questo Loophole si risveglia. Tracce come Police Officer e Del Miele ti prendono per sfinimento: le giudicheresti sanza infamia e sanza lode, poi però ti scopri ad apprezzarle se paragonate alla media del sottobosco delle pretenziose band alternative d’Italia. Presentano una doppia anima: alcune tracce le puoi apprezzare per questa loro internazionalità, perché almeno loro ci provano, a far qualcosa d’originale. Altre invece non è che ti facciano saltare sulla sedia (vedi l’opener Al Fiume). Si consiglia quindi questo Loophole a chi si vuole perdere in un’esecuzione strumentale a volte raffinata e in ogni caso mai banale poiché, ahimé, la parte lirico-cantata non offre nulla di nuovo, anzi. Spesso i testi sanno di trito, di fuffa, non coinvolgono, non dicono granché. Come quel vostro amico snob che paventa un comportamento affettato ma poi, alla prima occasione, s’annusa le ascelle. Promossi con riserve, quindi, gli Elton Junk; hanno le capacità ma si dovrebbero applicare di più. Son però da tenere d’occhio, visto il desolante panorama attuale, soprattutto per chi non si vuole rivolgere ai soliti mostri sacri e cerca qualcosa di potenzialmente stimolante. Siate pazienti, però.

The TRANSISTERS – How to Irritate People

maggio 19, 2010 by admin  
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The TRANSISTERS - How to Irritate People

Scrivere male
Prendere il post punk, ispirarsi al proto-punk di Velvet Underground e Stooges, lasciarsi ossessionare dall’electro-rock degli anni ’90 e miscelare il tutto. Una volta shakerato vengono fuori queste nove canzoni dei veneziani Transisters, che con “How to irritate people” pubblicano il loro secondo lavoro. Noise, pop e ritmo sono le parole chiave di questo disco molto piacevole da ascoltare, grazie alla capacità di mischiare tutti i punti di riferimento, senza che nessuno emerga sugli altri, quindi il funkeggiare di “Confuse a cat”, fa da contraltare a “The muse problem”, nella quale viene citato, più o meno esplicitamente, Fat Boy Slim. Prendete, invece, “Ultraviolet on you”, che ci riporta ai fasti dei Sonic Youth del periodo a cavallo tra gli ’80 ed i ’90, che vengono travolti dall’innesto elettronico o “Walking on a black hole”, dove si scontrano e si fanno tanto male i P.I.L. ed i Depeche Mode o la vibrante ed ossessiva “Soul box” e avrete la conferma di quanto detto nell’incipit della recensione. Il gruppo c’è, ora vediamo se il pubblico è pronto a farsi travolgere da questi ritmi.

DEIAN E LORSOGLABRO – Deian e Lorsoglabro

maggio 3, 2010 by Francesco Diodati  
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DEIAN E LORSOGLABRO - Deian e Lorsoglabro

Il cantautore e la sua band. Il cantautore nudo e crudo. Il cantautore scaltro. Il cantautore veloce. Il cantautore valoroso. Il cantautore dannoso. Il cantautore clamoroso. Il cantautore vivo. Il cantautore morto. Vivo o morto x. Il paroliere triste, ironico, elegante, leggero, educato, scortese, fuori dal tempo, fuori dal mondo. Deian Martinelli e la sua band. Deian e Lorsoglabro. Il Piemonte canta e suona. Il Piemonte recita. La bagna càuda, la Juventus, il Torino, la Mole Antonelliana, Superga, la Fabbrica Italiana Automobili Torino, Gianni Agnelli, le Alpi e Camillo Benso, Conte di Cavour. Deian e Lorsoglabro e il debutto. Deian e Lorsoglabro e l’esordio omonimo.

Dodici brani. Cinquanta minuti. L’orgasmo italiano. Deian e la sua compagnia. Con lui, Cristiano Lo Mele (Perturbazione), Alessandro Arianti (alle tastiere con De Gregori), Tristan Martinelli e una folta schiera di artisti pronti a distribuire e a sparpagliare corde, fiati e voci di corridoio. Deian Martinelli ha i capelli lunghi. Deian Martinelli ha la barba lunga. Deian Martinelli è Gesù con la chitarra. E’ Gesù con l’armonica. E’ Gesù freak. Deian Martinelli abbraccia Frank Zappa (“Nonostante i lampioni”), bacia Dente, fa l’amore con Lucio Battisti (“Lei non sa chi sono io”, “Paura”), vomita pasta al burro con Bugo mentre Dylan (“Danno permanente”) ingurgita lsd con Barrett. Deian e Lorsoglabro, ovvero il passato e il presente della musica italiana. Producono Musicalista Records e Snowdonia Records.

Deian e la canzone italiana. Deian e la sua poesia (“Parola nuova non c’è, una frase nuova non c’è per dire ancora una volta che la luna è così bella nonostante sti cazzo di lampioni, nonostante tutte le porcherie…”). Deian e il pop d’autore. Si abbassano le luci, cala il silenzio, Deian e Lorsoglabro. Applausi.

LUSH RIMBAUD – The Sound Of The Vanishing Era

aprile 30, 2010 by Vittorio Lannutti  
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LUSH RIMBAUD - The Sound Of The Vanishing Era

FromScratch, Brigadisco, BloodySound, HotViruz, SweetTeddy e NarvaloSuoni
Martellanti e devastanti come pochi altri oggi in Italia, i marchigiani Lush Rimbaud si lanciano come un treno in corsa, con i freni andati a male, non temendo di schiantarsi per pura ingenuità e sottovalutazione del pericolo. “The sound of vanishing era”, secondo lavoro sulla distanza del quartetto di Falconara, non dà tregua all’ascoltatore vuoi per il ritmo ossessivo, vuoi per le chitarre taglienti o ancora per il noise che traspare in tutte le otto tracce. I Lush Rimbaud poi omaggiano Enrico Malatesta, raffigurato in copertina a cavallo di uno strano animale, forse nello spazio, da dove guarda noi povere vittime del liberismo economico, che non sono state in grado di ascoltare minimamente i filosofi dell’anarchismo ed oggi eccoci qua a combattere contro i mulino a vento della corruzione e del razzismo. Non a caso i quattro musicisti ci fanno vorticare nel noise punk di “They make money (we make noise)”, infatti, alla fine meglio rifugiarsi nella musica e soprattutto nel punk-noise. Quello realizzato dai Lush Rimbaud è di ottima fattura, grazie anche all’ottimo lavoro di produzione svolto dal Fabio Magistrali, ed in certe occasioni fa tornare alla mente quello dei bostoniani Mission of Burma. Il loro noise poi non prescinde dal math, qua reso molto più caldo, rispetto al sound dei Battles (“Sounds from a vanishing era”), così come un ipnotismo proprio della new wave (“Sounds from a new era”). Coinvolgente ed intrigante risulta poi “Changing gear”, nella sua algida cacofonia martellante, così come è allucinata “God trip”, avvolta in un noise psicotico, che ti entra in testa e non te lo togli più. Il sound c’è ed il gruppo è in corsa, che il viaggio continui molto a lungo.

ZERO IN ON – Silly Lilly

aprile 30, 2010 by Vittorio Lannutti  
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ZERO IN ON - Silly Lilly

ZERO IN ON - Silly Lilly

Autoprodotto
Questo trio svizzero, dopo aver ottenuto diversi riconoscimenti internazionali ed aver suonato in tutta Europa, con la pubblicazione del terzo lavoro si decide a tentare anche la conquista del mercato discografico italiano.
Il sound è brillante e frizzante, strutturato attorno ad un pop-rock esplosivo e sempre frizzante, suonato senza fronzoli. Nel loro sound si trovano elementi di buona parte del gotha dell’indie-rock Usa e inglese degli anni ’90 – ’00, vale a dire The Strokes, The Pixies, Placebo, ma soprattutto l’impronta dei Muse è un marchio indelebile su questi undici brani, per l’intensità, quasi barocca di molte tracce e per la capacità di creare strutture spigolose e melodiche allo stesso tempo. In ogni caso i tre musicisti non scimmiottano Bellamy e soci, ma rileggono quel sound a modo loro, permettendosi anche di spaziare nel p-funk e nel pop vibrante.

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI – Primitivi del Futuro

aprile 18, 2010 by Vittorio Lannutti  
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Tre Allegri Ragazzi Morti  Primitivi del futuro

Tre Allegri Ragazzi Morti Primitivi del futuro

La Tempesta
I tre ragazzi non sono più adolescenti da un pezzo, nonostante ciò continuano a sentirsi molto vicini a quel mondo. Tuttavia, i toni sprezzanti, scanzonati e irriverenti dei primi dischi hanno gradualmente lasciato il posto a tematiche sempre più introspettive, fino a questo lavoro, dove le malinconie e le disillusioni sono il tema centrale dei brani. Toffolo e compagni continuano sempre a caratterizzarsi per il loro cantautorato rock, immediato ed incisivo, ma in “Primitivi del futuro” hanno deciso di cambiare decisamente registro stilistico.
Al punk’n’roll che ha caratterizzato la loro carriera fino a “La seconda rivoluzione sessuale” sono subentrati il reggae e dub, il disco, infatti, è stato prodotto da Paolo Baldini, già dietro la consolle per Africa Unite ed altri. A parte l’iniziale “La ballata delle ossa”, gli altri dieci brani hanno tutti il ritmo in levare e l’intervento dell’elettronica in dilatazione. Il testo più interessante, nel quale viene maggiormente descritta la disillusione, è “Puoi dirlo a tutti”, mentre ne “La faccia della luna” Toffolo utilizza alcuni elementi biografici, per estrarne un pezzo poetico e che attinge molto dalla tradizione cantautorale. Anche il blu che caratterizza la copertina evidentemente è indicativo della loro svolta stilistica.

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