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	<title>Rockon.it &#187; Focus</title>
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		<title>Reportage Live: FLOGGING MOLLY in concerto a Milano</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 15:39:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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L’Alcatraz si tinge di verde in questo caldo martedì estivo milanese per l’unico show italiano dei Flogging Molly. L’irish-punk band statunitense, reduce della prestazione clamorosa di un anno fa al Rock In Idro, offrirà ai moltissimi fans accorsi al locale uno show completo che si trasformerà in una vera e propria festa. In apertura i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4644" title="flogginmolly" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/06/flogginmolly.jpg" alt="" width="590" height="200" /></p>
<p>L’Alcatraz si tinge di verde in questo caldo martedì estivo milanese per l’unico show italiano dei <strong>Flogging Molly</strong>. L’<strong>irish-punk band statunitense</strong>, reduce della prestazione clamorosa di un anno fa al Rock In Idro, offrirà ai moltissimi fans accorsi al locale uno show completo che si trasformerà in una vera e propria festa. In apertura i milanesi <strong>Andead</strong>, band che nel giro di un paio di mesi avrò visto 4 o 5 volte e che ogni volta mi convince sempre di più con la sua dose di punk rock con venature rockabilly. I pezzi del debutto discografico <strong>“Hells Kitchen”</strong> dal vivo coinvolgo bene la folla che pian piano si accalca sempre di più nelle prime fila.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 256px"><a href="http://www.flickr.com/photos/rockonit/sets/72157624215822399/"><img title="Flogging Molly" src="http://farm2.static.flickr.com/1051/4727173653_7d75d26b82.jpg" alt="" width="246" height="359" /></a><p class="wp-caption-text">Flogging Molly</p></div>
<p>Sono le 21 e 45 quando i <strong>Flogging Molly</strong> fanno il loro ingresso sul palco e fin dalle prime note di “Paddy’s Lament” partono le danze che riscaldano all’inverosimile la temperatura all’interno del locale nonostante ci fossero i condizionatori accesi.  <strong>Dave King</strong> e combriccola appaiono in forma strepitosa e i suoni eccellenti fanno il resto per rendere il concerto di stasera memorabile. Il set proposto stasera pesca in maniera eterogenea dai quattro studio albums della band, ma è durante i pezzi di ”Drunken Lullabies” che si raggiunge il non plus ultra della serata quando tutti i presenti scatenano pogando e ballando sulle note della titletrack, di “Rebels Of The Sacred Heart” e di “What’s Left Of The Flag”. La band non smette un secondo di ringraziare il fans per l’accoglienza e le ovazioni riservate alla band stasera, e Dave King si diverte pure a dedicare  “Float” alla nazionale di calcio del Sud Africa, rea di aver eliminato proprio quel giorno i tanto odiati francesi al Mondiale di Calcio. Il concerto scorre via rapidamente e dopo quasi due ore ci si ritrova ai saluti finali affidati all’immancabile “Seven Deadly Sins” che viene ballata e cantata dai presenti con le ultime forze rimaste. Poco altro da aggiungere: i Flogging Molly stasera hanno dato vita ad un concerto perfetto che rimarrà a lungo nei cuori di tutti i presenti. Se in studio se la giocano con i <strong>Dropkick Murphy’s</strong>, dal vivo non ci sono paragoni: i Flogging Molly sono la miglior Irish Punk band del pianeta.</p>
<p><strong>SETLIST:</strong><br />
1. (No More) Paddy&#8217;s Lament<br />
2. The Likes Of You Again<br />
3. Swagger<br />
4. Requiem For A Dying Song<br />
5. Every Dog Has Its Day<br />
6. The Worst Day Since Yesterday<br />
7. Drunken Lullabies<br />
8. You Won&#8217;t Make a Fool Out of Me<br />
9. Man With No Country<br />
10. The Wanderlust<br />
11. Us of Lesser Gods<br />
12. Factory Girls<br />
13. Float<br />
14. Punch Drunk Grinning Soul<br />
15. Tobacco Island<br />
16. Rebels of the Sacred Heart<br />
17. Devil&#8217;s Dance Floor<br />
18. If I Ever Leave This World Alive<br />
19. Salty Dog<br />
20. The Lightning Storm<br />
21. What&#8217;s Left Of The Flag</p>
<p>Encore:<br />
22. The Wrong Company<br />
23. Black Friday Rule<br />
24. The Seven Deadly Sins</p>
<p><iframe align="center" src="http://www.flickr.com/slideShow/index.gne?set_id=72157624215822399&#038;" frameBorder="0" width="500" scrolling="no" height="500"></iframe></p>
<div id="fbilike" style="float:left;margin-right:20px;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.rockon.it%2F4643%2Ffocus%2Freportage-live-flogging-molly-in-concerto-a-milano%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;font=verdana&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:60px"></iframe></div>]]></content:encoded>
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		<title>Reportage Live: PIXIES in concerto a Ferrara</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 15:52:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Mazzini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[
&#8220;Ferrara sotto le stelle&#8221;: 6 Giugno, i Pixies
&#8220;I was trying to write the ultimate pop song. I was basically trying to rip off the Pixies. I have to admit it [smiles]. When I heard the Pixies for the first time, I connected with that band so heavily I should have been in that band — [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/06/pixies.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4609" title="pixies" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/06/pixies.jpg" alt="" width="590" height="200" /></a></p>
<p><strong>&#8220;Ferrara sotto le stelle&#8221;: 6 Giugno, i Pixies</strong><br />
<em>&#8220;I was trying to write the ultimate pop song. I was basically trying to rip off the Pixies. I have to admit it [smiles]. When I heard the Pixies for the first time, I connected with that band so heavily I should have been in that band — or at least in a Pixies cover band. We used their sense of dynamics, being soft and quiet and then loud and hard.&#8221;</em></p>
<p>Questa è una citazione di Kurt Cobain. Non mi piace citare gli altri ma sono ancora così emozionata, assuefatta, incredula dello spettacolo a cui ho potuto assistere che credo che nulla possa definire meglio i Pixies di questa citazione. Perché non stiamo parlando della rock band sfigata che passa mtv a tutte le ore. Non stiamo parlando dello scontanto- pseudo- intellettuale ed arrogante alternative rock italiano. Stiamo parlando di una delle band più importanti ed influenti della storia della musica. Stiamo parlando di arte. Di emozioni. Di cambiamenti. Perché, 20 anni fa, la musica l&#8217;hanno cambiata per davvero. 20 anni. Sono passati 20 anni dall&#8217;uscita di <strong>Doolittle</strong>. Eppure, quelle canzoni riescono ancora a lasciare un segno in che le ascolta.</p>
<div id="attachment_4612" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px"><img src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/06/pixies3.jpeg" alt="" title="Pixies" width="600" height="450" class="size-full wp-image-4612" /><p class="wp-caption-text">Pixies</p></div>
<p>Ma veniamo a noi: il 6 giugno, all&#8217;interno della rassegna <strong>&#8220;Ferrara sotto le stelle&#8221;</strong>, si è tenuta l&#8217;unica data italiana del tour mondiale dei Pixies, atto per l&#8217;appunto a celebrare il ventennale di Doolittle. Credo di aver passato gli ultimi 6 mesi a fare il conto alla rovescia, rendendo partecipi coinquilini, nonna, cane, le cassiere della coop: sì, perché erano passati 6 anni, 6 anni dalla loro ultima esibizione in Italia e io, ai tempi, ero troppo piccola e con me, tante altre persone. Quindi potete capire che, quando ho saputo che avrebbero suonato, mi è tipo venuto un infarto. Così, sono partita 7 ore prima dell&#8217;inizio del concerto per la volta di Rovigo, per poi dirigermi verso Ferrara. Chi era presente immagino avrà avuto i miei stessi problemi a trovare un parcheggio, con l&#8217;ansia di arrivare tardi (in realtà mancavano 2 ore all&#8217;apertura dei cancelli, ma io sono apprensiva e devo avere sempre la situazione sotto controllo). Ed eccomi arrivare in piazza, una fila che non finiva più, la guardia di finanza che è arrivata a chiedere cosa stesse succedendo. Cosa vuoi che stia succedendo, suonano i Pixies, no? &#8220;Ah.&#8221;.</p>
<p>Con il cuore in gola e l&#8217;ansia a mille, sono entrata e , data la mia bassa statura, mi sono subito diretta verso le transenne, per poter stare davanti e vedere qualcosa. A parte il fatto che stimo tantissimo i due genitori che hanno portato i loro bambini, che avranno avuto al massimo 4 e 8 anni (e sapevano le canzoni quasi più di tanta altra gente), il pubblico era abbastanza eterogeneo: si passava dal quarantenne nostalgico, dalla quindicenne fighetta, al metallaro solitario, al punkettone con la cresta. E, che cazzo, sono i Pixies! Mettono tutti d&#8217;accordo.</p>
<p><img src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/06/pixies4784784.jpeg" alt="" title="pixies4784784" width="600" height="450" class="aligncenter size-full wp-image-4613" /></p>
<p>E fu così che, dopo 3 ore in piedi spiaccicata contro le braccia sudate di quelli più alti di me, finalmente ho potuto iniziare a cantare, saltare e ballare perché, anche se si può far fatica a credere, dato che sono un gruppo di 50enni non troppo in peso forma, non hanno lasciato un solo secondo di respiro, iniziando subito con dei pezzi velocissimi, infilati uno dietro l&#8217;altro ed accompagnati da una grandiosa scenografia di luci e colori, le cui protagoniste erano delle sfere giganti made in IKEA. Grandioso il momento in cui si sono susseguite Monkeys gone to heaven, Hey e Gouge away. Le mie corde vocali ringraziano.</p>
<p>Che cosa di può dire di loro? Dei veri animali da palco, suoni nitidissimi, voci pazzesche, <strong>Black Francis</strong> che non si è mai scomposto, ha infilato un brano dopo l&#8217;altro, hanno ripercorso tutta la discografia, concedendosi anche alcuni brani da Trompe Le Monde, il loro ultimo album del &#8216;91 e la bellissima Winterlong di <strong>Neil Young</strong>.</p>
<p>Però, c&#8217;è un però. In un momento di esaltazione e comunicazione sinaptica tra il pubblico e la band, proprio quando la mia anima era lì lì per uscire dal corpo e raggiungere il nirvana da quanto stavo urlando, esce sul palco un tale Pietro e dice che, a causa di problemi di sicurezza, se tutti non fanno un passo indietro, sarà necessario sospendere il concerto. Ah, e ovviamente, dobbiamo cercare di non spingerci. Sì, vai tra! Siamo in 568365984653mila in una piazza e tu pretendi che facciamo un passo indietro e non ci spingiamo. La prossima volta esci e cerca il bosone di Higgs tra la folla, già che ci sei.</p>
<p>Nel frattempo Kim credo abbia raccontato una barzelletta, io ero impegnata a urlare di far finta di fare un passo indietro per poter sentire cosa dicesse. Mi era scesa davvero un sacco. Ma, da grandi artisti che sono, hanno salvato la situazione, affidando la ripresa a brani storici, come Is she weird, Wave of mutilation e Tame (con cui ho fatto quasi scappare la folla davanti a me, in quanto l&#8217;ho urlata tutta in growl). Ma è soprattutto con Vamos e Isla de encanta che hanno ristabilito una connessione mistica e spirituale con la folla, facendo saltare, ballare e cantare tutti. Io ero sconvolta dalla bravura, dalla precisione, dal tutto, cazzo. Sono dei mostri, dei fottuti mostri.</p>
<p>Hanno poi ovviamente fatto la finta di andarsene, per poi tornare con due brani unici, favolosi, indiscutibili: Where is my mind, eseguita da far venire la pelle d&#8217;oca, ancora più bella ed intima di quanto possiate mai immaginare su disco; ed Here comes your man, un degno finale per un grandioso concerto.</p>
<p>I Pixies se ne vanno, ma il pubblico rimane lì, felice, sudato, senza fiato e senza voce.</p>
<p>Chi è rimasto un po&#8217; di più nella piazza, come me, ha avuto la fortuna di incontrare Kim che, sorridente, ha fatto foto ed ha autografato i biglietti a tutti.</p>
<p>&#8220;Questa è la nostra prima volta a Ferrara&#8221;, ha ripetuto ridendo dopo ogni canzone. Spero che ci sia anche una seconda.</p>
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		<title>Reportage Live: PAVEMENT in concerto a Bologna</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 12:50:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Pizzinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[Pavement @ Estragon &#8211; Bologna &#8211; 25/5/2010
La maglietta alla fine la lascio in macchina: andare al concerto dei Pavement con la t-shirt dei Pavement (per quanto originale inglese, comprata a Camden Town) è troppo didascalico. Al fianco dell’Estragon questa sera c’è il Luna Park, per il momento la gente è li soprattutto per questo, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pavement @ Estragon &#8211; Bologna &#8211; 25/5/2010</strong><br />
La maglietta alla fine la lascio in macchina: andare al concerto dei Pavement con la t-shirt dei Pavement (per quanto originale inglese, comprata a Camden Town) è troppo didascalico. Al fianco dell’Estragon questa sera c’è il Luna Park, per il momento la gente è li soprattutto per questo, e mi piace pensare che anche <strong>Malkmus</strong> e soci, terminato il check, abbiano ceduto alla tentazione di farsi un giro nel calcinculo: mentre aspetto di entrare noto alcune facce note dell’indie italico, in generale l’età media è piuttosto bassa, quasi tutti venuti a conoscenza della band californiana grazie ai fratelli maggiori o ad amici particolarmente ferrati in materia indipendente (ed è il mi caso: grazie Luke) e, del resto, una buona percentuale dei gruppi “alternativi” di oggi, italiani compresi, non sarebbero gli stessi senza l’influenza dei Pavement. Un grande evento dunque, e Bologna alla fine risponderà adeguatamente, stipando il club fino all’inverosimile.</p>
<p>Mi decido ad entrare e sotto al palco noto qualcosa di strano, la strumentazione della band di supporto, i <strong>Monotronix</strong>, appoggiata in mezzo alla gente. Questa bizzarra premessa non è niente in confronto alla performance del trio: voce-chitarra-batteria a volumi criminali, tardo hippy che però, nella sua improbabilità, coglie nel segno e coinvolge il pubblico, distraendolo anche dai Pavement stessi, corsi sul palco a godersi lo spettacolo.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4511" title="pavement" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/05/pavement.jpg" alt="" width="580" height="431" /></p>
<p>Alle 22 circa le luci si spengono e il dj ferma la musica: Malkmus e soci salgono sul palco, e davvero non sembrano passati gli anni, sono sostanzialmente uguali a come li avevamo lasciati, qualcuno addirittura è migliorato, <strong>Nastanovich</strong> su tutti. Da qui in avanti due ore di concerto durante le quali la band snocciola tutti i classici (eccezion fatta per “Carrot Rope”, una delle mie preferite, mannaggia…) accolti con grandi boati dal pubblico; il più ispirato sembra <strong>Spiral</strong> che, un brano sì e uno no, si toglie (letteralmente) le scarpe, e regala pure i calzini alla platea. Malkmus inizia con il cantato un po’ zoppicante, salta delle parole, sembra quasi svogliato, ma poi durante la serata riacquista vitalità. Bis d’ordinanza e pure il tris, con la chiusura affidata a “Range Life”: la gente inizia a sfollare, contenta, quasi incredula, le luci si riaccendono e il dj riattacca la musica, parte “Cocaine” di Clapton… tutto sommato ci sta.</p>
<p>Francesco Pizzinelli</p>
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		<title>Reportage Live del concerto dei BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 08:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB
8 maggio 2010 &#8211; Estragon BOLOGNA
di Alberto
E&#8217; un concerto solido, senza fronzoli quello dei BRMC nel capoluogo emiliano. Seppur il live inizi con il freno tirato: l&#8217;apertura con War Machine non prende del tutto il pubblico, dando l&#8217;impressione di non decollare. Ma tutti si ricrederanno ben presto sulla validità della performance. L&#8217;Estragon [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB<br />
8 maggio 2010 &#8211; Estragon BOLOGNA<br />
di Alberto</p>
<div id="attachment_4465" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4465" title="Black Rebel Motorcycle Club" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/05/brmc.jpg" alt="" width="230" height="320" /><p class="wp-caption-text">Black Rebel Motorcycle Club</p></div>
<p>E&#8217; un concerto solido, senza fronzoli quello dei <strong>BRMC</strong> nel capoluogo emiliano. Seppur il live inizi con il freno tirato: l&#8217;apertura con <strong>War Machine</strong> non prende del tutto il pubblico, dando l&#8217;impressione di non decollare. Ma tutti si ricrederanno ben presto sulla validità della performance. L&#8217;Estragon non è al massimo storico come numero di ingressi ma risponde bene in crescendo alla band di  <strong>San Francisco</strong>.<br />
Puntuali e professionali, fin troppo forse, per essere rockers vecchio stile; generosi e instancabili (era un bel pò che non si vedeva un concerto di quasi due ore, abituati all&#8217;oretta scarsa di molti gruppi indie). Non sbagliano una nota e non fanno mancare nulla. Potenza, suoni impastati e decisi, linee vocali ricercate e mai scontate. Molte canzoni sono proposte con arrangiamenti diversi rispetto a quello che si sente su disco; irriconoscibile all&#8217;inizio, per esempio, In <strong>Like The Rose</strong>. I migliori anni novanta rivisti con gli occhi del dopo 2001. Strana la scelta di inserire a metà scaletta pezzi forti come <strong>Coscience Killer</strong>, dell&#8217;ultima fatica <strong>Beat The Devil&#8217;s Tattoo</strong>, o vecchie conscenze come <strong>Whatever Happened To My Rock &#8216;n Roll</strong>, collocazione un pò anonima che non meritano sicuramente.<br />
I BRMC sono un gruppo che non si risparmia dicevo: dopo il concerto, infatti, te li ritrovi fuori dell&#8217;Estragon a parlare e far foto coi fans (oltre a controllare un pò incazzati le bancarelle del merchandising non ufficiale). Show impeccabile e band seducente dunque, peccato per i soliti esagitati che vanno ai concerti per fumare decisamente troppo e rovinare il concerto a chi gli a sta attorno.</p>
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		<title>Reportage Live: ULTRAVOX</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 23:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antoniobelmonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[Vox Club, Nonantola 14/04/2010
Certo, pretendere di rivedere gli Ultravox dal vivo dopo più di 30 anni nella formazione originaria capitanata dall’enigmatico John Foxx sarebbe stato fin troppo utopistico. E allora ai vecchi nostalgici non è rimasto altro che ripiegare egregiamente sulla seconda versione della band inglese, quella più famosa per intenderci, quella rigenerata a colpi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_4359" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><strong><img class="size-full wp-image-4359" title="Ultravox" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/04/ultravox-return.jpg" alt="" width="230" height="320" /><p class="wp-caption-text">Ultravox</p></div>Vox Club, Nonantola 14/04/2010</strong><br />
Certo, pretendere di rivedere gli Ultravox dal vivo <strong>dopo più di 30 anni</strong> nella formazione originaria capitanata dall’enigmatico <strong>John Foxx</strong> sarebbe stato fin troppo utopistico. E allora ai vecchi nostalgici non è rimasto altro che ripiegare egregiamente sulla seconda versione della band inglese, quella più famosa per intenderci, quella rigenerata a colpi di facili melodie sintetiche dal bel <strong>Midge Ure</strong>, tanto da renderla fin da subito caposaldo indiscusso del filone elettropop romantico degli anni ’80, ufficialmente inaugurato dai <strong>Visage</strong> nel 1979 (nei quali lo stesso leader degli Ultravox aveva l’onore di militare!).</p>
<p>Il <strong>Vox Club</strong> di Nonantola ha la fortuna di ospitare, quindi, quello che a tutti gli effetti rappresenta il congedo irreversibile della band a distanza di <strong>30 anni esatti dalla pubblicazione del bellissimo “Vienna” uscito nel 1980</strong>, l’album più celebrato del quartetto inglese.</p>
<p>Alle 21.15 esatte cominciano a volteggiare i ricordi in un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo, alla presenza di un folto pubblico mediamente al di sopra dei 35 anni; tutti gli episodi più celebri del repertorio di <strong>Ure, Currie, Cann e Cross</strong> vengono spalmati omogeneamente su due ore di concerto, rispettando pedissequamente gli stessi suoni dell’epoca. In completo scuro, eleganti come quattro funzionari di banca, i quattro musicisti (vicini anagraficamente ai 60) esordiscono con “New Europeans” alternando via via brani meno ispirati – triste preludio della fase discendente – a hits epocali come “Hymn”, “Reap the wild wind” e l’attesissima “Vienna”, introdotta dalle sue nebbiose atmosfere marziali e assecondata dal rispettoso silenzio del pubblico: il biglietto da visita della band, sublimato dal celebre bridge di violino e pianoforte, avvia il concerto verso il suo giro di boa. Giusto il tempo di una pausa fulminea e via, di nuovo sul palco, tra gli applausi del pubblico gongolante. All’appello mancano ancora una manciata di brani. Arrivano, puntuali come le guerre! “Dancing with tears in my eyes”, sfruttatissimo apripista nelle discoteche rock di mezzo mondo, sfianca letteralmente la voce dei mille presenti con i suoi innumerevoli ritornelli infilzati uno dietro l’altro, poi è la volta di “Love’s great adventure”, a questo giro inacidita come non mai, e di “Sleepwalk”, tripudio di sintetizzatori gelidi e accelerazioni danzerecce.</p>
<p>Il finale è naturalmente affidato a ”The voice”, epica, trascinante, liberatoria, supportata dal coro instancabile di tutti i presenti e incendiata in chiusura dall’ormai storico (e pirotecnico) finale a 4 percussioni. Un boato finale. I decibel lasciano il posto agli applausi fragorosi e alla luce dei riflettori che illumina a giorno il live club modenese. Visibilmente provati, i quattro signori dell’elettropop si abbracciano, sorridono e salutano generosamente gli spettatori, ancora eccitati, sì, ma velatamente malinconici per l’ineluttabile fine di un percorso artistico che allontanerà per sempre la band inglese dai palcoscenici. Peccato!</p>
<p><img src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/04/ultravox.jpg" alt="" title="ultravox" width="590" height="200" class="aligncenter size-full wp-image-4360" /></p>
<p><strong>Line up:</strong><br />
Midge Ure &#8211; voce, chitarra, tastiera<br />
Billy Currie &#8211; tastiera, violino<br />
Chris Cross &#8211; voce, basso<br />
Warren Cann &#8211; batteria, programmazioni</p>
<p><strong>Tracklist:</strong><br />
New europeans<br />
Passing strangers<br />
We stand alone<br />
Mr. X<br />
Visions in blue<br />
Thin wall<br />
Death in afternoon<br />
Astradyne<br />
Rage in eden<br />
Lament<br />
Hymn<br />
One small day<br />
All stood still<br />
White China<br />
Vienna<br />
Reap the wild wind<br />
Dancing with tears in my eyes<br />
Love’s great adeventure<br />
Sleepwalk<br />
The voice</p>
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		<title>Reportage Live: UNDEROATH + ARCHITETS + Dufresne</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 20:16:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Merli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[Quella che si preannunciava come una qualsiasi data dei numerosi tour degli UnderOath si è  rivelata invece una delle più significative per la storia della band statunitense: il concerto di stasera infatti verrà ricordato da tutti come l’ultimo show di Aaron Gillespie, batterista, cantante e compositore principale della band nonché ultimo membro fondatore rimasto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_4332" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/04/underoath1.jpg" alt="" title="Underoath" width="230" height="200" class="size-full wp-image-4332" /><p class="wp-caption-text">Underoath</p></div>Quella che si preannunciava come una qualsiasi data dei numerosi tour degli UnderOath si è  rivelata invece una delle più significative per la storia della band statunitense: il concerto di stasera infatti verrà ricordato da tutti come l’ultimo show di <strong>Aaron Gillespie</strong>, batterista, cantante e compositore principale della band nonché ultimo membro fondatore rimasto fino ad oggi nel gruppo. Pare ovvio quindi che dopo stasera la band perderà il suo pezzo più pregiato, lasciando forti interrogativi sia sulla direzione stilistica che deciderà di intraprendere con il nuovo disco in uscita entro la fine dell’anno sia su come verrà colmato il vuoto dietro alle pelli e al microfono lasciato dal buon Aaron.  </p>
<p>La serata inizia con i nostrani <strong>Dufresne</strong> che, supportati da molti di presenti, mettono in piedi una bella mezzora di show, sebbene penalizzati da dei suoni orrendi. La band appare abbastanza in forma con il solito Dominik in prima linea che cerca di far cantare i conosciutissimi ritornelli dei pezzi.  Giusto il tempo di sparare qualche cartuccia come “Il Grande Freddo” e “Caffeine” ed è già ora di chiudere con la solita “Alibi Party”, cantata da tutti i presenti. Non di certo il loro miglior concerto, ma li abbiamo visti in azione talmente tante volte da non mettere nemmeno in discussione il loro effettivo valore. Aspettiamo il nuovo “Am:Pm” in uscita fra un mese per rivederli all’opera con anche qualche nuovo pezzo. </p>
<p><div id="attachment_4335" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/04/architets.jpg" alt="" title="Architets" width="230" height="320" class="size-full wp-image-4335" /><p class="wp-caption-text">Architets</p></div>Cambio di palco veloce ed è  giù tempo per gli <strong>Architects</strong>, autori di una prestazione pressoché perfetta ed apprezzatissima dai presenti che aumentano progressivamente con passare dei minuti. Poco da dire sulla prestazione del combo inglese, il loro mathcore è una vera e propria macchina da guerra splendidamente comandata da Sam Carter, uno che dal vivo dimostra la sua totale supremazia nei confronti di concorrenti come ad esempio Oliver Sykes dei Bring Me The Horizon sia in quanto a presenza scenica che in doti di screamer. Viene pescato molto materiale dall’ultimo e fortunato “Hollow Crown” come ad esempio le oramai famose “Early Grave”, “Numbers Count for Nothing” e “Follow The Water”, quest’ultima cantata da tutti i presenti. Una prestazione di grande spessore, che conferma definitivamente la sensazione che questi ragazzi nel giro di poco tempo potranno fare il definitivo salto di qualità.  </p>
<p>Appena gli <strong>UnderOath</strong> fanno il loro ingresso sul palco il pubblico incomincia subito ad inneggiare il buon vecchio Aaron che, come se fosse un concerto qualsiasi, si siede dietro alla pelli e svolge in silenzio il suo mestiere senza far trapelare più di tanto l’emozione. Il resto della band è come sempre in ottima forma e mette in piedi il classico ottimo show a cui abbiamo assistito in tutti questi anni con una setlist che pesca in maniera eterogenea dai tre dischi della band. Fa abbastanza discutere la scelta di lasciare dietro alla quinte due o tre pezzi cardine come “A Boy Brushed Red…” e “Reinverting Your Exit” a favore di un paio di canzoni d’atmosfera che dal vivo ovviamente rendono meno ma tutto sommato lo show ha retto dignitosamente lo stesso. C’è stato spazio anche per un pacato diverbio tra Spencer Chamberlain ed il solito idiota di turno che ha pagato il prezzo intero del biglietto giusto per manifestare il suo odio verso i cristiani: Spencer per fortuna si è dimostrato pacato e aperto al dialogo, invitando questa persona dietro alle quinte alla fine del concerto per discutere della cosa. Tra i momenti salienti dell’esibizione spuntano senza dubbio “In Regards Of Myself” , “Young And Aspiring” e “You’re Ever So Inviting” che vengono cantate da tutti i presenti a squarciagola. La chiusura è affidata alla splendida “Writing On The Walls” che chiude il concerto di stasera e parte della storia degli UnderOath, che da stasera dovranno cercare di andare avanti senza il loro membro principale.</p>
<p>Da segnalare anche che la band ha regalato a fine concerto parte degli strumenti usati stasera, scatenando battaglie tra i presenti per accaparrarsi questi ambitissimi oggetti.</p>
<p>Le foto<br />
<a href="http://www.flickriver.com/photos/rockonit/tags/underoath"><img src="http://www.flickriver.com/badge/user/tag-underoath/interesting/shuffle/medium-4x3/ffffff/333333/90281173@N00.jpg" border="0" alt="Rockon.it - View my 'underoath' photos on Flickriver" title="Rockon.it - View my 'underoath' photos on Flickriver"/></a></p>
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		<title>Intervista ai LOVE IN ELEVATOR</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 19:27:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Mazzini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[I Love in Elevator sono un gruppo veneto attivo dal 2001. Nato come un trio rock al femminile, nella formazione originale, che dura fino al 2006, ci sono Anna Carazzai, Giulia Volpato, Michela Modesto e, successivamente, Tommaso Sogne alla batteria. Nel 2003 la band inizia a muoversi a livello locale e registra il primo demo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>Love in Elevator</strong> sono un gruppo veneto attivo dal 2001. Nato come un trio rock al femminile, nella formazione originale, che dura fino al 2006, ci sono Anna Carazzai, Giulia Volpato, Michela Modesto e, successivamente, Tommaso Sogne alla batteria. Nel 2003 la band inizia a muoversi a livello locale e registra il primo demo autoprodotto &#8220;Not in my name&#8221;. Con il 2004 la band inizia una collaborazione con l&#8217;etichetta indipendente di Bergamo “Jestrai Records” che durerà fino al 2008 e con la quale hanno prodotto un ep, Venoma (2004, distibuzione Venus), e due album: Sue Me (2005, distribuzione Venus) e Re Pulsion, che raccoglie numerose collaborazioni tra le quali quella di Francesco Valente (Teatro degli Orrori, One Dimensional Man) alla batteria, Luca Ferrari (Verdena) e Andrea Garbo (Jennifer Gentle) . Da luglio 2008, Christian Biscaro e Roberto Olivotto entrano a far parte del progetto rispettivamente al basso e alla batteria.<br />
I Love in Elevator si inseriscono prepotentemente, fin dall’esordio, nella scena alternativa del rock italiano, partendo da piccoli club underground e bar, fino ad arrivare a palchi di supporto a band quali Verdena, One Dimensional Man, Tre Allegri Ragazzi Morti, Art Brut, Shellac, e partecipando al Rock in Idro del 2005, insieme a grandi artisti internazionali. Nel 2008 riescono ad imporsi anche all’estero, con un mini tour in Francia che li vede sui palchi di Bordeaux, Montpellier, Toulose, Marseille e Nimes. Nel 2009 avviene la consacrazione ufficiale facendo da supporto nel tour italiano alla band capostipite del grunge americano, i Mudhoney.</p>
<p><strong>Christian Biscaro</strong>, bassista dal gruppo, ha risposto alle nostre domande…</p>
<div id="attachment_4313" class="wp-caption alignleft" style="width: 250px"><img class="size-full wp-image-4313" title="Love in Elevator" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/04/love-elevator.jpg" alt="" width="240" height="180" /><p class="wp-caption-text">Love in Elevator</p></div>
<p><strong>- Da cosa deriva il nome del gruppo?</strong><br />
E’ la fusione tra due gruppi psichedelici degli anni ’60: i Love di Arthur Lee e i 13th Floor Elevators di Roky Erickson.<strong></p>
<p>- Quali sono i gruppi che vi hanno maggiormente influenzati nel vostro progetto musicale? </strong></p>
<p>Contando il fatto che io e Roberto siamo arrivati da un anno e mezzo, le influenze precedenti erano diverse e anche i gusti sono cambiati col tempo. Come formazione siamo stati influenzati sicuramente da gruppi anni ’60-‘70, Beatles, Soft Machine..John Lennon da solista piace parecchio ad Anna..e poi un sacco di grunge, la scena di Seattle dei primi anni’90, per intenderci.<strong></p>
<p>-Avete tagliato i ponti con la Jestrai Records che era la vostra etichetta, volete spiegarci questa scelta?</strong><br />
Eravamo arrivati ad un punto in cui sentivamo l’esigenza di fare cose più dimensionate alle nostre esigenze; un’etichetta, soprattutto se è piccola, non può stare dietro a tutti i suoi gruppi facendo le cose a dimensione per ognuno, quindi ci siamo resi conto che forse era meglio arrangiarci per conto nostro..alla fine avevamo molti contatti e comunque il rapporto non è saltato in maniera negativa, è scaduto il contratto e abbiamo deciso di non rinnovarlo ma siamo rimasti in buoni rapporti, ci hanno aiutato a finire il disco sia a livello economico che di promozione ma abbiamo comunque preferito fare le cose a modo nostro, d’ora in avanti. Ci tengo a precisare che non ci interessa la dimensione mainstream, non è che volessimo andare più all’ingrosso, non abbiamo mai avuto pensieri così pretenziosi, ci interessa però il fatto di poter fare la nostra musica liberamente, gestendo i contatti con i posti in cui suoniamo, con una dimensione quasi “do it yourself”, prendendo il termine con le pinze. E’ una scena che rispettiamo molto, però magari facciamo un genere che non è propriamente adeguato a un certo tipo di dimensione, anche se personalmente non penso ci sia un modo di fare musica per essere “do it yourself “, è semplicemente una questione di scelte e noi abbiamo scelto di non avere intermediari e di arrangiarci per conto nostro, organizzandoci tutto da soli, così come abbiamo fatto nell’ultimo anno e mezzo, tramite contratti che già avevamo, anche grazie alle nostre precedenti esperienze musicali.<br />
Ecco, ci piace l’idea di instaurare un rapporto diretto con chi organizza gli eventi, senza intermediari. Siamo stati anche in Francia in maniera autogestita, con contatti ricavati da gruppi amici che avevano già suonato in quella zona.</p>
<p><strong>- Parlaci del nuovo disco: quali sono i temi principali? Esiste un argomento centrale che fa da filo conduttore per l’intero album?</strong><br />
A livello di temi, abbiamo iniziato a lavorare su dei testi con l’idea di creare un discorso unico all’interno del disco e ci piacerebbe creare qualcosa di frammentario in cui ogni singolo ci metta del suo, come già a livello strumentale sta accadendo, mischiando suoni diversi, che fanno dallo stoner allo sludge che abbiano alla base qualcosa di anni ’60, come sempre. Per ora, comunque, stiamo lavorando soprattutto sulle strutture vocali.</p>
<p><strong>- Quindi come si è evoluta la linea musicale dall’esordio ad adesso? </strong><br />
L’intenzione, l’impostazione e l’influenza sono sempre molto orientate agli anni 90 e così anche il tipo di approccio agli strumenti, che è sicuramente grunge con influenze post punk, un equilibrio tra strutture complesse di suoni pesanti ma melodie molto scarne ed essenziali.<br />
La cosa mi piace perché col vecchio gruppo suonavamo post rock quindi sono sempre stato abituato a suonare la musica in addizione, come somma di cose..</p>
<p><strong>- Avete suonato con gruppi di rilievo della scena nazionale e internazionale. Cosa avete appreso da questa esperienza? </strong><br />
L’umiltà. Ad ottobre abbiamo suonato con i Mudhoney ed è stata una lezione di professionalità e semplicità, loro non sembrano assolutamente quello che sono: persone semplicissime, lì per suonare, che ci hanno messo subito a nostro agio. Alla fine è anche questa l’idea che sta dietro al nostro gruppo: sei un musicista e fallo al meglio che riesci, la musica è al centro di tutto, anche per una questione di rispetto per chi ti segue. Alla fine è una questione di onestà, non abbiamo niente in più rispetto a chi altro si mette a suonare, magari abbiamo la costanza, non abbiamo perso di vista il nostro obiettivo e ci siamo impegnati per raggiungerlo.</p>
<p><strong>- So che hai anche un progetto solista chiamato Boulevard Pasteur. Da cosa deriva questo nome e da dove nasce l’esigenza di lavorare da solo? </strong><br />
Il nome deriva da un viale di Tangeri, in Marocco. Non ha un significato particolare, semplicemente ero in fissa con il Marocco e mi piaceva quel nome.<br />
Il progetto comunque nasce da prima, da quando suonavo ancora nel mio vecchio gruppo, i Malvena. Era un periodo in cui eravamo fermi poiché non avevamo un batterista, io volevo continuare a suonare, così mi sono messo a fare questo progetto a cui non dedico tempo eccessivo, è più uno pseudonimo per fare delle collaborazioni, ho fatto anche un pezzo per un gruppo hip hop, i16 barre. Sto anche lavorando a un Ep per conto mio di elettronica. Non ho mai pensato a una dimensione live della cosa anche perché non mi piace l’idea di fare tutto in digitale e non riesco a trovare qualcuno che suoni live i miei pezzi.</p>
<p><strong>Vuoi dire un’ultima cosa? </strong><br />
Sì, cercate di intercettare alcune delle nostre date che spezzeranno il silenzio del periodo &#8220;composizione/registrazione del disco nuovo, e scaricate &#8220;re-pulsion&#8221; gratuitamente dal nostro myspace!!</p>
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		<title>Reportage Live: LAMB OF GOD in concerto a Milano</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 09:25:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Merli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[A Milano va in scena la tappa conclusiva della tournee italiana dei Lamb Of God a supporto del recente e fortunato “Wrath”, uscito nel 2009 e che ha confermato il trend positivo che ha sempre caratterizzato le uscite discografiche della band di Richmond.
La serata è stata lunga e ricca di ottime band di supporto, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Milano va in scena la tappa conclusiva della tournee italiana dei Lamb Of God a supporto del recente e fortunato <em>“Wrath”</em>, uscito nel 2009 e che ha confermato il trend positivo che ha sempre caratterizzato le uscite discografiche della band di Richmond.</p>
<p>La serata è stata lunga e ricca di ottime band di supporto, a partire dai sorprendenti <strong>Between The Buried And Me </strong>che aprono la serata deliziando i presenti con un paio d brani del loro recente repertorio. Purtroppo il tempo è tiranno e c’è tempo per ammirare solo la nuova “Fossil Genera” e la precedente “White Walls” ma ancora una volta i BTBAM dimostrano di essere una band fenomenale, capace di creare qualcosa di nuovo e fresco in mezzo al calderone di uscite tutte uguali in cui sguazzano il restante 90% delle nuove band americane. Credevo fosse impossibile uguagliare un capolavoro come “Colors”, invece la band americana con “The Great Misdirect” ha saputo per fino superarsi realizzando un disco pressoché perfetto. Speriamo a breve di poterli ammirare per una volta da headliner.</p>
<div id="attachment_4161" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4161" title="August Burn Red" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/03/august-burn-red.jpg" alt="" width="230" height="320" /><p class="wp-caption-text">August Burn Red</p></div>
<p>Cambio di palco veloce ed è il turno degli onnipresenti <strong>August Burns Red</strong> che in varie occasioni saranno capitati 2 o 3 volte a Milano nel corso di un’anno solare. Poco male comunque perche la band Americana riesce ad esprimersi al meglio in sede live, anche grazie ai nuovi pezzi di “Constellation” pieni di stacchi e break down che fanno divertire i molti presenti accorsi per loro. Tra i vari pezzi annotiamo le nuove “Thirty and Seven” e “Existence” e  le sempre belle “Truth Of A Liar” e “Backburner”, due vere e proprie gemme di metalcore americano. La band appare leggermente meno brillante di altre volte, ma in ogni caso la prestazione degli ABR rimane sempre più che buona, contando soprattutto il fatto che questi ragazzi vivono ininterrottamente on the road da quasi due anni.</p>
<p>Discorso diverso per i <strong>Job For A Cowboy</strong>, osannati da tutti in sede di recensione ed invece poco seguiti durante la serata. Il quintetto dell’Arizona mette in piedi uno show tritaossa ma che francamente lascia molti dubbi sulla vera qualità della loro proposta musicale, un deathcore decisamente brutale e piatto che annoia facilmente dopo pochi pezzi. Tra le varie tracks eseguite questa sera spiccano “Embededd” e “Costitutional Masturbation”, ma il resto è dannatamente tutto uguale e monotono. Saranno stati i suoni abbastanza disastrosi che hanno caratterizzato tutte le esibizioni di stasera, ma i Job For A Cowboy non hanno entusiasmato rispetto al resto del bill.</p>
<div id="attachment_4160" class="wp-caption alignright" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4160" title="Lamb of God" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/03/lamb.jpg" alt="Lamb of God" width="230" height="320" /><p class="wp-caption-text">Lamb of God</p></div>
<p>Arriviamo alla fine con lo show dei <strong>Lamb Of God</strong> che possono esser tranquillamente definiti come il gruppo di punta di quel che oggi viene definito come NWOAM.<br />
Ecco, da una band che è in giro seriamente da dieci anni e che ha sfornato fino ad ora dischi eccellenti come “As The Palaces Burn”, “Ashes Of The Wake” e “Sacrament” non ti aspetti degli errori da dilettanti in fase di esecuzione come quelli fatti durante l’esibizione di stasera caratterizzata da attacchi sbagliati e  da chitarre e basso spesso fuori tempo. Poco male comunque, perchè i cattivi suoni di stasera coprono un po’ tutto ma lasciano spazio al pubblico di divertirsi e cantare tutti i pezzi di una setlist incentrata in parte sull’ultimo “Wrath”. Tra i momenti clou della serata spiccano sicuramente “Now You Got Something To Die For” e la oramai celeberrima “Redneck”, dannatamente coinvolgente anche in sede live. Fanno specie le numerose pause dietro alle quinte prese dalla band durante la serata, che evidenziano fortemente il livello di stanchezza che affligge la band in questo periodo. C’è spazio anche per qualche gemma inaspettata come “Hourglass” e “Blacken The Cursed Sun” che fanno la gioia dei fans che seguono la band  da qualche anno. Il concerto si chiude splendidamente col terzetto “Vigil”, “Redneck” e “Black Label” che in ogni caso mandano a casa soddisfatti i numerosi fans accorsi questa sera all’Alcatraz. Un concerto appena sufficiente rispetto ai loro alti standard, ma che  comunque si è dimostrato divertente ed appagante nonostante qualche sbaglio di troppo. Speriamo riescano a riposarsi un po’ una volta terminato questo ennesimo tour europeo.</p>
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		<item>
		<title>Live Report: KASABIAN @ NewAge club Treviso 20/02/2010</title>
		<link>http://www.rockon.it/4143/focus/live-report-kasabian-treviso/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 19:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dina De Paris aka Dinetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[In seguito al grande successo ottenuto ai Brit Awards 2010, dove hanno conquistato il titolo di &#8220;Best British Group&#8221;, ecco approdare in Italia l&#8217;attesissima band dei KASABIAN, con 3 date quasi tutte sold out, rispettivamente a Milano, Bologna e Roncade.
Questi ragazzi provenienti dall&#8217;inglese contea di Leicester, sono stati riconosciuti da Repubblica come &#8220;i migliori rappresentati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4152" class="wp-caption alignleft" style="width: 196px"><img class="size-full wp-image-4152" title="Kasabian" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/03/IMG_04212.jpg" alt="" width="186" height="286" /><p class="wp-caption-text">Kasabian</p></div>
<p>In seguito al grande successo ottenuto ai Brit Awards 2010, dove hanno conquistato il titolo di &#8220;Best British Group&#8221;, ecco approdare in Italia l&#8217;attesissima band dei <strong>KASABIAN</strong>, con 3 date quasi tutte sold out, rispettivamente a Milano, Bologna e Roncade.</p>
<p>Questi ragazzi provenienti dall&#8217;inglese contea di Leicester, sono stati riconosciuti da Repubblica come &#8220;i migliori rappresentati della contaminazione tra musica rock ed elettronica di questo primo decennio del Duemila&#8221; assieme ad altrettanto importanti colonne portanti del genere quali Franz Ferdinand, Killers e Rapture.</p>
<p>Grazie alla pubblicazione del loro terzo album <strong>&#8220;<em>West Rider Pauper Lunatic Asylum</em>&#8220;</strong><em> </em>(nome preso da una specie di manicomio del diciannovesimo secolo situato nello Yorkshire), uscito nel giugno 2009, i Kasabian hanno confermato di avere un&#8217;identità ben precisa, fondendo i suoni elettronici tipici degli anni &#8216;70 con le sonorità rock e pop.</p>
<p>Nella data al New Age di Treviso, la band ha saputo regalare suoni raffinati, aspri e potenti, mettendo d&#8217;accordo i nostalgici del british pop, gli amanti dell&#8217;indie-rock e i fanatici della psichedelia alla Primal Scream.</p>
<div id="attachment_4147" class="wp-caption alignright" style="width: 211px"><img class="size-full wp-image-4147" title="Kasabian" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/03/IMG_04421.jpg" alt="" width="201" height="291" /><p class="wp-caption-text">Kasabian</p></div>
<p>Il frontman Tom Meighan e soci hanno saputo tenere discretamente in palco e nonostante gli atteggiamenti da divi hanno offerto ai fans una scaletta degna di nota.</p>
<p>Dal primo lavoro del 2004 <strong>&#8220;<em>Kasabian</em>&#8220;</strong>: <em>Processed</em> <em>Beats</em>, <em>Club Foot</em> e il cavallo di battaglia <em>L.S.F.</em> (brano con cui si è concluso il concerto).</p>
<p>Dal secondo, <strong>&#8220;<em>Empire</em>&#8220;</strong>del 2006: <em>Shut The Runner</em>, <em>Stuntman </em>e l&#8217;omonima <em>Empire</em>.</p>
<p>Ma è prevalentemente sull&#8217;ultimo album che la band ha concentrato l&#8217;attenzione, non facendo mancare, oltre ad altri accattivanti brani, pezzi come <em>Julie And The Mothman</em>, <em>Underdog</em>, <em>Where Did All The Love Go?</em> e <em>Vlad The Impaler</em>.</p>
<p>Insomma, un concerto che ha accontentato molte aspettative ed una carriera in continua evoluzione per questa band inglese che continua ad incassare successi.</p>
<p><a href="http://www.flickriver.com/photos/rockonit/sets/72157623369609753/"><img src="http://www.flickriver.com/badge/user/set-72157623369609753/recent/shuffle/medium-4x3/ffffff/333333/90281173@N00.jpg" border="0" alt="Rockon.it - View my 'Kasabian' set on Flickriver" title="Rockon.it - View my 'Kasabian' set on Flickriver"/></a><br />
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		<title>Reportage Live: NILE protagonisti del Those Whom The Gods Detest Tour</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 23:53:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Merli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima tappa italiana per il Those Whom The Gods Detest Tour, che ha visto esibirsi nella stessa sera band del calibro di Nile, Grave, Krisiun, Corpus Mortale e Ulcerate.

Arriviamo giusto in tempo per vedere all’opera i Grave che, con il loro old school death metal di puro stampo europeo, scaldano a dovere la folla. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prima tappa italiana per il <strong>Those Whom The Gods Detest Tour</strong>, che ha visto esibirsi nella stessa sera band del calibro di <strong>Nile</strong>, Grave, Krisiun, Corpus Mortale e Ulcerate.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4031" title="nile" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/01/nile.jpg" alt="nile" width="590" height="200" /></p>
<p>Arriviamo giusto in tempo per vedere all’opera i <strong>Grave</strong> che, con il loro old school death metal di puro stampo europeo, scaldano a dovere la folla. Il quartetto svedese, nonostante 20 anni di rispettabilissima carriera, non ha mai saputo fare il passo finale per uscire dall’underground ma stasera ha comunque dimostrato di essere una garanzia dal vivo e di saper intrattenere a dovere un pubblico comunque molto coinvolto.</p>
<p>Successivamente è il turno dei <strong>Krisiun</strong>, terzetto brasiliano che dal vivo riesce ad esprimere una notevole potenza e che stilisticamente ricorda molto band come i Morbid Angel. Per quanto riguarda la loro performance, vale lo stesso discorso dei Grave: su disco magari non hanno mai entusiasmato in maniera eccessiva, ma dal vivo Camargo e i fratelli Kolesne sanno dare il meglio, regalando ai presenti una mezzoretta di puro death metal tritaossa.</p>
<div id="attachment_4030" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4030" title="Nile" src="http://www.rockon.it/wp-content/uploads/2010/01/nile-milano.jpg" alt="Nile" width="230" height="320" /><p class="wp-caption-text">Nile</p></div>
<p>Arriviamo dunque agli headliner ed attesissimi <strong>Nile</strong>, band che con dischi come “Black Seeds of Vengeance” e “In Their Darkened Shrines” ha saputo scrivere la storia del death metal post-millennio. Magari gli ultimi due lavori “Ithyphallic” e “Those Whom the Gods Detest” non brillano come i restanti album della loro discografica, ma bastano poche note di “Kafir” per esser letteralmente travolti dal muro sonoro della band americana, eccellente come sempre nel mescolare death metal ultratecnico ad intermezzi egiziani. Il pubblico accoglie con estremo entusiasmo le successive “Sacrifice Unto Sebek”  e “Execration Text”, due vere e proprie scariche di note a velocità della luce.  Dallas Toler-Wade, da anni oramai convertitosi in frontman dopo l’abbandono di Vesano, svolge il ruolo di prima linea in tutte le voci, lasciando la maggior parte degli assoli ad un Sanders invece più lontano dai riflettori.<br />
La scaletta alterna pezzi nuovi o recenti come “Ithyphallic”, “Papyrus…” , “Permitting The Noble…” a pezzi più storici come ad esempio “Lashed To The Slave Stick” e la malefica “Sarcophagus”, assolutamente devastante nei suoi ritmi lenti e melmosi. Il concerto si chiude con una “Black Seeds Of Vengeance” che strappa gli ultimi applausi ad un pubblico visibilmente soddisfatto: anche stasera i Nile hanno dimostrato la loro totale supremazia sul 95% delle band death metal in circolazione.</p>
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