Reportage Live: Protest The Hero a Bologna

marzo 21, 2009 by Luca Doldi  
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CARO METAL, Ti PRESENTO IL TUO FUTURO…

Difficile descrivere a parole quello che riescono a fare i Protest the Hero dal vivo, e non si tratta di effetti speciali, di pose o di presenza scenica. Non c’è spazio per le classiche pose metal, non c’è spazio per gli atteggiamenti da sboroni che hanno caratterizzato da sempre questo genere. Non c’è spazio per il superfluo, per l’autocompiacimento, per gli assoli inutili. Quando questo immenso gruppo imbraccia gli strumenti, c’è solo spazio per la musica, una musica di qualità enorme e suonata come poche volte mi è capitato di vedere.

La semplicità con cui suonano è imbarazzante, a guardarli sembra che stiano facendo la canzone del sole, invece le parti che compongono i loro pezzi sono fra le più complicate che abbia mai visto in un gruppo di stampo metal dopo i Dillinger Escape Plan. Quando suoni così puoi permetterti di essere te stesso sul palco, di scherzare, di essere tranquillo e di parlare con il pubblico come se fossi al bar. Evitando di fare scene come quelle che hanno caratterizzato l’esibizione dei The Chariot che li hanno preceduti, che erano molto più attenti alle cazzate da fare sul palco che al suonare.

E’ allucinante la precisione con cui suonano i Protest the Hero, è incredibile la semplicità con cui il cantante passa dal growl, allo scream, a degli acuti perfetti. Acuti che però non sono solo per dimostrare quanto è figo. Sono linee vocali sempre funzionali ai pezzi, così come tutti gli assoli o le mille parti in tapping che fanno, sia con le due chitarre che molto spesso con il basso. Non ci sono manie di protagonismo, sono una band in tutto e per tutto e nessuno deve dimostrare individualmente le sue capacità perché all’interno dei loro pezzi c’è abbastanza carne al fuoco per dimostrare tutto il dimostrabile. Sentendoli su disco si può pensare che dal vivo non riescano a fare le stesse cose con quella precisione. Invece stupiscono perché addirittura accelerano alcune delle parti più complicante dei loro pezzi e rallentano quelle più tranquille per dargli più candenza e più phatos.

E’ incredibile anche la quantità di birra che uno dei due chitarristi riesce a bere ogni volta che deve fare una parte a corde vuote.

La cosa che traspare durante il loro concerto è la loro voglia di divertirsi, cosa che riescono a trasferire anche al loro pubblico e agli altri due gruppi della serata che sono sul palco ad assistere al concerto e che vengono addirittura invitati a ballare durante un pezzo.

In definitiva regalano un ora di concerto incredibile, attingendo pezzi in egual misura dai loro due dischi, con un’immensa qualità e tantissima sostanza, un’ora in cui dimostrano che il metal ha un futuro e quel futuro si rispecchia in gruppi come loro e come i Mastodon.

Quindi voi metallari, se ne capite qualcosa di metal e di musica, avvicinatevi a questo gruppo incredibile e se non lo apprezzerete vorrà dire che del metal vi piacciono solo le pose e gli assoli inutili.

Cari Metallica, Megadeath, Judas Priest, Testament, Slayer, Dream Theater, Iron Maiden e tutta la geriatria metallara che non fa altro che riunirsi per fare dischi inutili come scusa per fare concerti e tour di celebrazione di dischi di venti anni fa:

avete fatto la storia, ma forse è venuto il momento di andare in pensione, perché qui c’è un gruppo che chiede spazio e se lo merita tutto insieme ai già citati Mastodon.

Vedendo quanta gente c’era ieri sera all’Estragon direi che lo spazio se lo stanno guadagnando di diritto.

Quindi largo ai giovani e voi che seguite il genere, contribuite al suo rinnovamento seguendo questi gruppi che non temono il confronto con i grandi del passato.

CRADLE OF FILTH in concerto a Bologna

febbraio 9, 2009 by Serena Mazzini  
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Era il 7 dicembre 2008 quando, nella laidissima Bologna, le trombe degli angeli dell’apocalisse si diffondevano tra le fredde strade cittadine. Non si trattava della fine del mondo, bensì dell’evento black metal più atteso dell’anno: Il The Darkest fest, con ospiti d’eccezione quali Cradle of Filth e Gorgoroth.
Avvicinandosi all’area del Palanord di Bologna, si poteva già immaginare il clima della serata: buio, freddo, nebbia, insomma, la paura impregnava le ossa della vostra inviata speciale che ha perso una buona ventina di anni di vita quando si è ritrovata circondata da cavalieri medievali con tanto di corazze, anfibi, bracciali borchiati, insomma, era entrata nel ritrovo dei “metalloni da combattimento”.
Dopo aver assistito a scene esilaranti all’entrata, dove la maggior parte degli spettatori è stata invitata a lasciare all’ingresso metà dell’artiglieria con cui si erano agghindati, sono riuscita ad entrare in quel tendone da circo che è il Palanord.

CRADLE of FILTH

CRADLE of FILTH

Sul palco erano già saliti i Septic Flesh, band death metal con influenze gotiche di Atene. La caratteristica principale dei loro brani è la particolare atmosfera oscura e macabra, resa soprattutto dai ritmi ossessivi di chitarre e batterie.
Ma questo era solo l’inizio, da lì a poco sul campo di battaglia sarebbe iniziata una vera e propria guerra: sullo sfondo del palco sono apparse immagini poco rassicuranti rappresentanti la più famosa band metal del Portogallo..signori e signore, ecco a voi i Moonspell!
La performance nel suo totale è da considerarsi discretamente valida, la scenografia era molto suggestiva grazie alle immagini di sfondo, all’uso di luci scure e di buio assoluto..l’unica pecca sono stati i ventilatori utilizzati davanti ai membri del gruppo per simulare il vento nei capelli..ma d’altronde lo show è stato spettacolare, dell’ultimo album Night Eternal, uscito lo scorso aprile, vengono eseguite un paio di canzoni: Night Eternal e Moon In Mercury. Il resto della scaletta è dedicato ai grandi classici: come Alma Mater e Vampiria , Blood Tells, In Memorian, Finisterra,  e il gran finale con la magnifica Ruin And Misery. Ed è forse grazie alle loro origini latine che i Moonspell riescono ad intrattenere il pubblico e tenere il palco decisamente meglio di altre band.

E ora il clima inzia decisamente a surriscaldarsi: 4 croci a grandezza d’uomo vengono montate sul palco, entrano in scena due ragazzi e due ragazze, completamente nudi che salgono sulle croci abbassandosi un cappuccio nero sul viso. Ed ecco che fanno il loro trionfale ingresso i Gorgoroth, band norvegese “true norvegian black metal”, come amano definirsi che in quanto nordici non brillano certo per calore dedicato alla performance e al pubblico. Infatti, nonostante le loro notevoli abilità tecniche, i pezzi scorrono uno dietro l’altro, freddi come la neve ma oscuri come il petrolio.
Gaahl e compagni suonano per circa un’ora, ripercorrendo la storia del gruppo attraverso i pezzi più famosi, come  Procrating Satan, Teeth Grinding,  Sign Of An Open Eye e Unchain My Hearth, mentre dell’ultima uscita discografica, che risale al 2006, sono estrapolate solo Wound Upon Wound e God Seed.

Finalmente è il momento della band principale, l’emozione spezza il fiato, gli occhi dei presenti luccicano, i cori inneggianti Danifilth e compagni risuonano in tutto il tendone..la suspance viene incrementata da un telone che copre il lavoro dei tecnici. Quando finalmente si solleva, oltre agli strumenti c’è un piccolo palco rialzato, una enorme croce appoggiata di lato per terra e degli oggetti di legno di natura ambigua ma sono troppo lontana(o forse bassa?) e non riesco a capire di cosa si tratti. Poco tempo dopo entrano in scena gli headliner di questa serata, i Cradle of filth..il pubblico si divide tra urla di approvazione e minacce di morte verso il piccolo Dani che, accompagnate dalla scenografia, mi fanno tornare in mente versi di catulliana matrice: odio e amo, non so come questo sia possibile, ma sento che mi accade e sono in croce..
Fin da subito, sia la band sia la voce di Dani, che alterna come sempre growl cavernosi e acuti impressionanti , appaiono in gran forma, come già l’ultimo album, Gospeed On Devil’s Thunder (considerato uno dei migliori della band), lasciava presagire.
E sono proprio estratti dall’ultimo album i primi brani, In Grandeur And Frankincense Devilment Stirs e Shat Ou Of Hell. Da quest’ultimo vengono inoltre riproposte The 13th Caesar e Honey And Sulphur. Il resto della scaletta (l’intera esibizione è durata solo 70 minuti), è dedicata ai pezzi classici della band inglese, come Dusk & Her Embrace (durante la quale appare una specie di enorme marionetta nera gigante), Gilded Cunt, Nocturnal Supremacy, Under Huntress Moon  The Twisted Nails Of Faith, The Principle Of Evil Made Flesh e il pezzo finale Cthulhu Dawn.

Insomma, un concerto tutto sommato discreto, nonostante il freddo, le presenze inquietanti e la breve durata delle esibizioni… arrivederci al prossimo Darkest Fest.

Reportage Live: EVERY TIME I DIE

agosto 19, 2008 by admin  
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Every Time I Die

Airway
Scary Kids
Drop Dead, Gorgeaus

Every Time I Die (metal, hardcore, southern rock) – The Big Dirty

Keith Buckley – vocals
Andrew Williams – guitar
Jordan Buckley – guitar
Michael Novak – drums

Scaletta
We’re wolf
Romeo a go go apocalypse
Cities and years
Kill the music of Broadway
No son of mine
Pigs is pigs
Floated bored stiff
I been gone
Rendez voodoo
Inrihab
The new black ebolarama

Airway – hanno aperto il concerto. I componenti della band trevigiana, dopo numerose date in giro per l’Europa, hanno dimostrato di esser cresciuti sia a livello musicale, sia come gruppo.

Giocano in casa… e si vede!!!
Bel siparietto con Casa degli A Breach On Heaven, che piomba sul palco e scalda gli animi del pubblico.

Scary Kids – hanno suonato per secondi. La band proveniente dall’ Arizona ha dato la svolta alla serata con il loro repertorio alternative rock. Bella voce, e gran batterista.

Drop Dead, Gorgeaus – se devo esser totalmente sincera con il pubblico che leggerà questo articolo, non posso far altro che sconsigliare questo gruppo (perlomeno in live… in cd non mi dispiacciono).
Sound monotono, poche emozioni, tranne il tastierista-showman che si alternava tra mac e qualche urlazzo.

Every Time I Die

Every Time I Die – forse è l’intimità data dal locale relativamente piccolo e accogliente, probabilmente sono loro così: sciolti, amichevoli e terribilmente rock’n’roll.
Ascoltavano tranquillamente gli altri gruppi in mezzo a noi. Michael Novak (il batterista) zoppicava, ma comunque ha offerto una base impeccabile (anche grazie al doppio pedale di Cangia, il batterista degli A Beach On Heaven, che hanno suonato con gli ETID la sera prima all’Estragon di Bologna). I chitarristi sono fuori, hanno corso per tutto il tempo del live da una parte all’altra del mini palco.

Massimo dialogo col pubblico – durante il concerto c’è stato pure uno scambio di magliette tra uno dei chitarristi ed un ragazzo. Il cantante ha un impatto scenico allucinante, ha trasmesso un’energia singolare ed è pure figo! Do you have a party? Yeah.

Impossibile non cominciare a saltare sentendoli, accattivanti a dir poco; hanno soddisfatto ampiamente chi li aspettava da tempo, ed entusiasmato chi, come me, era curiosa di assistere ad un loro live senza alcuna pretesa.

Clicca qui per vedere le foto del concerto

Reportage Live: SYSTEM OF A DOWN

luglio 19, 2008 by admin  
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<center><img src="banner/soad.gif"><br></center><br> I System of a Down atterrano finalmente in Europa col loro nuovo lavoro Mezmerize.
Unica data italiana Lunedi 30 Maggio, a Milano, al Filaforum di Assago (e sold out da
mesi!).<br>
Gruppo di supporto, i <b>Matchbox Disaster</b>, un po’ deludenti sotto tutti i punti
di vista: la carica esplosiva del cantante (alla prima canzone subito nel pogo)
non basta per non farsi prendere i fischi -meritati- del pubblico dopo appena
2 canzoni; l’acustica inoltre non è neanche delle migliori e credo che in pochi
abbiano apprezzato il loro sound, apparso molto confuso e privo di idee. Il malcontento
non manca e già a metà concerto i 10′000 del Filaforum inneggiano in coro ai System.<br>
Alle 21 circa cala finalmente il sipario con un grande telo nero raffigurante la cover di Mezmerize (un’opera di Vartan Malakian, padre di Daron).<br>
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Ed ecco che inizia inaspettata l’esecuzione di Soldier Side, ancora con la band oscurata dal telo e con il pubblico già completamente in visibilio.<br>
Quello che succede subito dopo è qualcosa di devastante: alle prime note di BYOB esplode il suono dei SOAD in tutta la sua rabbia. Ed è subito impressionante la risposta dei fans, che canteranno le nuove canzoni a squarciagola per tutto il concerto (ricordiamo che singolo e album qui in Italia siano usciti solo da 15 giorni!!).<br>
La scaletta è oltremodo imprevedibile, ed ecco spiccare pezzi del primo album (War, Suite-Pee, Spiders), alternati superbamente ai mitici cavalli di battaglia di Toxicity (Chop Suey, Atwa, Aerials, la title-track).<br>
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L’attacco stupendo di Prison Song è qualcosa che scatena letteralmente il delirio
di tutto il Filaforum, e se in Lost in Hollywood troviamo una malinconica ballata
dai ritmi blandi, in Cigaro, dopo una versione improvvisata acusticamente, sembra
di assistere a un concerto degli Slipknot per quanto devastante appare il muro
sonoro sprigionato dai 4.<br>
Se Malakian sembra muoversi verso una direzione sempre più vintage (Gibson SG,
Wha e amplificatori Vox), Tankian diventa sempre più polistrumentista, addirittura
una chitarra acustica sfoggiata nell’esecuzione di "Question", oltre ovviamente
all’immancabile tastiera. Ci sono poi numerosi effetti in gran parte delle canzoni,
il più riuscito forse è l’intro di Sugar con la voce robotizzata di Malakian a
ricordare la prima traccia di Chocolate Starfish dei Limp Bizkit ("This is not
a test, This is reality, This is… SUGAR!).<br>
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Un’ora e mezza di concerto che passa tutta d’un fiato, molti alla fine si chiedevano…"ma è gia finito?".<br>
Durante la performance da sottolineare: una bottiglia di plastica lanciata a Malakian, abile nello schivare e a mostrare simpaticamente il dito medio mentre suona, un italiano singhiozzato ancora di Malakian ("bella Milano") e diversi scambi di cortesie nei pezzi acustici (un lungo abbraccio di Serj a Daron mentre suona).<br>
Insomma come prevedibile non hanno deluso le aspettative neanche in presenza scenica…
semplicemente fantastici!

Reportage Live: MESHUGGAH

luglio 19, 2008 by admin  
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Vuoi perché siamo arrivati a Milano alle tre e mezza del pomeriggio con 35 gradi all’ombra o vuoi per la mole di energia sprigionata dai gruppi, fatto sta che ci sentiamo in dovere di dire subito che il concerto è stato una esperienza scioccante.<br>
Ma cominciamo dal principio.<br>
Con molto savoir fair siamo entrati al Transilvania quando non si sarebbe ancora potuto entrare ma, visto che le porte erano spalancate, abbiamo ritenuto opportuno fare un sopralluogo. Con molta sorpresa ci siamo ritrovati con i <b>Meshuggah</b> che passeggiavano avanti e indietro per il cortile con Jens Kidman, il frontman, che ha ben pensato di esibire il fisico e due t-shirts diverse nell’arco di un’ora e mezza. Oltre a ciò siamo stati intrattenuti da Claudia, voce di RockFM, in virtù di una sua lunga chiacchierata col chitarrista Marten Hagstrom e della sua capacità di coinvolgerci nell’opera di strizzatura degli asciugamani puliti per i gruppi (da non credere…).<br>
Se non altro a abbiamo avuto l’onore di assistere al sound-check completo della band svedese potendo così godere in anteprima del potente suono della famigerata chitarra a otto corde: decisamente non adatto a chi ha non un fisico particolarmente prestante.<br>
Dopo circa 4 ore di serena attesa e l’arrivo di un numero consistente di fan sono state spalancate ufficialmente le porte.<br>
Ad aprire le danze un gruppo francese, gli <b>Scarve</b>. Fino ad allora non li avevamo mai sentiti ma voci di corridoio ci avevano anticipato che il loro stile è molto vicino a quello degli Strapping Young Lad, quindi una sorta di progressive-death-metal.<br>
Fin dalle prime note l’impatto è stato più che distruttivo: due cantanti che si completavano a vicenda, doppia cassa a velocità inaudita e sempre presente (forse un po’ troppo “triggerata”) e suono di chitarre grezzo e ampio. Una buona dose di originalità e doti tecniche eccelse hanno dato vita ad una performance decisamente all’altezza di quanto sarebbe accaduto di lì a poco.<br><br>

I Meshuggah hanno offerto uno spettacolo caratterizzato dai dei capolavori potenti e frustranti allo stesso tempo. Eh sì, perché dovete sapere che non c’è nulla di più inconciliabile con il pogo che i tempi dispari e le sincopi che si inventano nella ritmica Haake e Thordendal quindi gettarsi in una mischia risulta un’impresa molto difficile e gli esiti sono imprevedibili. <br>
Il pubblico è stato deliziato da pezzi violenti come “New millenium Cyanide Christ” e “Sane” che è tutto meno che una canzone per sani di mente. Poi è stato il turno di “Rational Gaze” tratta dal penultimo album “Nothing”. Gran parte del pubblico crediamo fosse lì per sentire come fossero dal vivo i pezzi dell’attesissimo “Catch ThirtyThree ” uscito da pochi giorni: dovete sapere che i suoni della batteria in questo loro ultimo lavoro sono stati campionati dallo stesso Haake che poi ha realizzato le canzoni con l’ausilio del computer – per lui non c’è stata una normale esperienza di studio. Inutile dire che non sono riusciti a deludere il pubblico milanese sfoggiando un perfetto trittico composto da “Mind’s Mirror”, “In Death is Life” e “In Death is Death: esecuzioni perfette e un suono che pochi gruppi riescono a curare così ottimamente, specie quando si ha a che fare con un divario così grande fra le sonorità cupe e tonalità basse e il sound degli assoli schizofrenici.<br>
Un ruolo decisivo spetta poi alla mimica di un cantante come Kidman sempre intento a non perdere mai un colpo e ad incitare il pubblico a fare “some noise” specie nel pezzo conclusivo “Future Breed Machine” che dal 1995 rimane il pezzo più conosciuto e coinvolgente della band svedese. <br>
Sul più bello che si era scatenata una quantità di pogo indescrivibile il concerto finisce.<br>
Sono solo le 22.25 e tutti pensiamo che urlando a squarciagola <i>Meshuggah! Meshuggah!</i> si ripeta la classica scena in cui la band ricompare per fare altri pezzi. Invece non è così e, con grande delusione da parte del pubblico, cominciano a essere smontate le attrezzature.
Evidentemente il gioco è bello quando dura poco ma per essere la loro prima volta in Italia avrebbero potuto concedersi un po’ di più, no? Ci spiace un sacco per quelli che non sono potuti venire a farsi male! Speriamo si presenti presto un occasione per sentirli di nuovo dal vivo, magari il prossimo anno, magari per un nuovo lavoro… <br>
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Reportage Live: METALLICA

luglio 19, 2008 by admin  
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Metallica

Metallica

Il sole è ormai al tramonto, sta pian piano scendendo il buio. Il brusio della folla, centinaia e centinaia di persone a perdita d’occhio, si trasforma in urla di delirio già dalle prime note di “The Ecstasy of Gold”.

Sul palco non c’è nessuno ancora, solo un’immaginaria orchestra diretta dal maestro Morricone che inizia a trasmettere emozione. Le mani alzate, facciamoci trasportare. E mentre l’atmosfera si fa sempre più rovente, ecco ad un tratto irrompere di fronte agli occhi eccitati di grandi e piccini (eh già, c’erano pure dei bambini!) loro, i protagonisti della serata, la pluriventennale realtà dell’heavy metal made in U.S.A.: gli accordi di Creeping Death cominciano a “violentare” le orecchie, i Metallica danno inizio al loro show.

Disto circa 25 metri dal palco, dunque riesco a vedere discretamente le loro sagome, e attonito penso: “CaXXo, sto vedendo i Metallica! Sono proprio loro, in carne ed ossa, qui di fronte a me!!!” La voce di James Hetfield risuona poderosa sotto le stelle bolognesi, accompagnata da migliaia di voci che urlano, si agitano, strillano in coro le parole dei brani dei propri idoli.

Un maxischermo gigante alle spalle del palco riesce a far scorgere anche a coloro che si trovano nelle file più distanti ogni movimento del corpo e delle mani, ogni goccia di sudore, ogni espressione degli occhi di quattro musicisti che sembrano non sentirli proprio gli anni sulle spalle. Trujlio, “il ragno”, agita i suoi lunghi capelli neri e percuote insistentemente le sue cinque grosse corde trasmettendo molta forza, anche se per la verità è lui il più timido della band sul palco; Ulrich viaggia sulla sua TAMA super-accessoriata come un martello pneumatico, regolare tanto quanto un orologio; Hammett aizza la folla con le braccia al cielo, quando non è impegnato a sfoderare i suoi classici assoli da brivido; ed infine lui, Hetfield, l’anima, si diverte a saltellare di qua e di là facendo esplodere le sue corde vocali in ognuno dei molteplici microfoni sparsi per i due palchi a disposizione (uno sopraelevato rispetto all’altro) come un bambino che al parco giochi non sa quale giostra scegliere per prima.

La serata prosegue, i successi si susseguono e ti trascinano come in un vortice, Master of Puppets, One, Fade to Black, Enter Sandman, Sad but True, Kill’em all, For Whom the Bell Tolls, …And Justice for All, So What, Nothing Else Matters… e chi più ne ha più ne metta.

Due ore di pura energia, senza tralasciare i momenti più calmi ed intrisi di una sorta di aurea quasi spirituale, i momenti di “gioco” e battute tra artista e spettatori, gli effetti coreografici da cinema nell’introduzione di alcuni brani, One su tutti.

Il concerto finisce, chiuso dalle note di Seek & Destroy: gli eroi della serata dunque scompaiono tra gli applausi, non prima di aver ornato la batteria con qualche bandiera italiana, bel gesto a significare che anche a loro dev’essere vibrato qualcosa dentro… ora resta solo il viavai della gente che esce dall’arena, chi ancora beve, chi fuma, chi con pile ed accendini setaccia il suolo alla ricerca di un plettro lanciato dai propri beniamini, chi è impegnato ne primi commenti a caldo.

A terra, qua e là, cumuli di rifiuti. I tecnici sono già al lavoro per smontare la strumentazione. Una cosa, in tutta questa confusione, è certa: questo spettacolo deve per forza aver lasciato in ognuno di quelli che ne hanno goduto un’emozione, e questo su tutti credo sia il valore della musica, a qualsiasi genere essa appartenga.

Reportage Live: RAGE AGAINST THE MACHINE

luglio 19, 2008 by admin  
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Rage Against the Machine

Rage Against the Machine

Tracklist:
Bombtrack
Bulls on Parade
People of the Sun
Testify
Know Your Enemy
Bullet in the Head
Down Rodeo
Renegades of Funk
Born of a Broken Man
Guerilla Radio
Calm Like a Bomb
Sleep Now in the Fire
Wake Up

Encore:
Freedom
Township Rebellion
Killing in the Name

Yo people come on!
250 chilometri di auto sparati trattenendo il respiro, cercando di non vedere la pioggia che si schianta sul parabrezza, Modena s’avvicina, le nuvole diventano via via più timide, fino a lasciare spazio ad un sole pallidino. Incita ed impreca, alla fine il sole esce, il parcheggio dello stadio Braglia è ancora mezzo vuoto, piccoli branchi di persone girovagano cercando un posto economico in cui mangiare.
Apertura dei cancelli ritardata causa mal tempo delle ore precedenti, ma l’attesa scivola via veloce, come le precedenti gocce di pioggia sulle cappotte delle nostre macchine. L’entrata attraverso i molteplici ingressi dello stadio è scorrevole, i controlli effettuati dalla security non troppo pesanti, l’atmosfera è calda e avvolgente ma tranquilla. A piccoli passi varco la soglia, mi sembra di andare in gita con la scuola e non rendendomi conto dell’entità della battaglia che nascerà in quel prato mi intrufolo nell’area sottostante il palco, delimitata da transenne e omoni dalla maglietta rossa con su scritto staff. “Sono privilegiata. Ho il braccialettino verde. Ho il passepartout.”. Mi vanto, mi gonfio come un pavone, faccio un giro per le tribune con la scusa di salutare degli amici.
La gente aumenta, cresce come la pasta di un panino ancora da cuocere ma già pronto ad esplodere dentro ad un forno coperto di stelle. Vedo qualcosa. Movimenti. Un ciccione pelato sul palco!
Sono i Linea 77, saranno quasi le 20, non lo so. Ho tutti i miei averi legati ai pantaloni da moschettoni e catene e poi non m’interessa, io voglio i Rage.
I Linea 77 mi annoiano, la gente si muove poco, sono a una ventina di metri dal palco e riesco tranquillamente a mangiare noccioline e a fumare, così come per il gruppo spalla successivo di cui non so il nome. “Sono scozzesi?”. Voci di prato dicono questo, io so solo che il cantante viene ricoperto di sputi e bottigliette e palloni e tutti puntano il dito medio.
Rage
Rage
Rage
Rage
Cori che li acclamano, i fonici e i tecnici delle luci ci fanno morire di attesa facendoci scherzetti e lanciando falsi allarmi, unico passatempo: cercare di farsi inquadrare dalle telecamere che proiettano le immagini sui maxischermi e su un canale Sky.

Ma eccoli, imprecazione a vostra scelta, eccoli! Incappucciati e vestiti da prigionieri del carcere di Guantanamo, entrano in scena con una sirena antiaerei in sottofondo. Mondiale. Il fumo deve avermi dato alla testa, dove sono? Sono davvero i Rage Against The Machine? Per me? Per noi? No, aspetta, non ci credo.

Bum.

Bombtrack. La battaglia di Modena ha inizio. Il pogo si scatena dal primo suono umanamente udibile. Non esistono più recinzioni, prati, tribune. Tutti scavalcano tutto, non c’è barriera o persona che tenga. È una bolgia di sudore, urla e gomitate. Rage in gran forma, si spogliano dalle vesti di carcerati e attaccano immediatamente Bulls On Parade. Ventilatori puntati su Brad Wilk, sul suo sguardo impassibile e sulla sua espressione costante. Intravedo il palco pochi secondi, per essere poi risucchiata dalla folla all’attacco di People Of The Sun.
Eccellente triade per un inizio infernale. Un tagliente Tom Morello ed un carico e cotonato Zack De La Rocha. Vedo di sfuggita anche Tim Commerford e i suoi immensi tatuaggi. Incrocio per un attimo le loro figure per non rivederle quasi mai più così nitide. Testify mi da il colpo di grazia, “ci si vede alle macchine, qualsiasi cosa succeda sappi che ti voglio bene!” non riuscendo a trattenere una risata mi tuffo proprio nel bel mezzo del vortice, ma so già che non durerò molto. Improvviso un piccolo stage diving per uscire almeno dal recinto della morte, alcuni ragazzi mi prendono, cado e mi rialzo.
Qua moriamo tutti.
Arretro leggermente, ma non ci riesco. Il palco è una calamita e noi siamo i pezzetti di ferro. Per ogni due passi indietro ce ne sono cinque in avanti. I Rage non interagiscono quasi per nulla con il pubblico ma non me ne accorgo. Mi rendo solo conto di essere tra ventimila, forse trentamila persone che non conosco. È un trip immenso ed io ci sono nel mezzo. Il buon vecchio Zack attira l’attenzione su di sé per un discorso contro l’amministrazione americana (ma va?) e accenna anche alla situazione in Italia, da quello che riesco a capire. Siamo in tanti, siamo belli. Siamo arrabbiati.
Non dormiamo nel fuoco, non dormiamo nel fuoco ora!
Colossale la Wake Up di chiusura, ormai sono stremata ma salto sempre di più.
L’encore scivola via, è la ciliegina sulla torta, non vorrei finisse mai. E allora via con Freedom, Township Rebellion e Killing In The Name, la più attesa.
Non so come, la musica finisce. Restiamo tutti a mani alzate, stringendo adrenalina. Solo ora mi rendo conto di ciò che ho appena vissuto, sono già dolorante e piena di lividi, ma vorrei aver saltato di più, vorrei essere stata più avanti nella folla.
Salgo sulle tribune per uno sguardo generale, per cercare di scovare i miei cinque compagni d’avventura. Ci si ammassa all’uscita mentre io guardo la sfilata di spettatori passare sotto e diluirsi al di fuori dello stadio.

Resto immobile, calma quanto una bomba.

Un grazie al ragazzo che appena finito il concerto mi ha guardata come avesse visto la madonna e mi ha stampato un bacio sulla guancia abbracciandomi. È stato uno dei baci più riconoscenti, più felici e spontanei che abbia mai ricevuto. Chiunque tu sia, grazie.
Altro grazie alle strade di Bologna, che dopo nove mesi dall’Independent si è offerta di nuovo invano di scaldarmi in una notte fredda e silente.
Suka.

Rage Against the Machine