ETEREA POSTBONG BAND – Epyks 1.0
agosto 21, 2010 by Vittorio Lannutti
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ETEREA POSTBANG BAND - Epyks 1.0
Trovarobato
Mettete insieme quattro musicisti schizzati con molte passioni musicali variegate e altrettanta voglia di sperimentare in fase compositiva e otterrete questo strano ammasso di suoni e voci. Il secondo lavoro della Eterea Postbong Band è all’insegna della più schizofrenica sperimentazione. Figli devoti, almeno concettualmente, di Zappa questi quattro artisti anche se strutturano i loro brani attorno all’elettronica, hanno fatto un gran lavoro nella composizione dei brani e nella scelta di dterminate sonorità. Il funky algido si evolve spesso verso un prog mai troppo pedante, non mancano poi innesti bandistici o fughe in avanti verso ansie ossessive musicali dadiste e post tutto. Per apprezzare fino in fondo i molti spunti interessanti presenti in questo lavoro ci vogliono più ascolti, perché solo in questo modo si possono valorizzare le molte idee presenti in esso: tarantelle, jazz-rock, prog ipnotico, nervosismo, omaggi alle colonne sonore dei film italiani dei ’70 e metoforici rifiuti del consumismo il tutto in poco più di mezz’ora. Ottima capacità di sintesi.
DINO FUMARETTO – La vita è breve e spesso rimane sotto
agosto 21, 2010 by Vittorio Lannutti
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Dino Fumaretto - La vita è breve e spesso rimane sotto
Con quindici frammenti poetici metropolitani più o meno surreali, certamente schietti ed immediati, brevi ma intensi, Dino Fumaretto fa il suo esordio nella discografia italiana. Figlio di un pittore, Fumaretto preferisce affidare i brani al suo interprete ufficiale, Elia Bulloni, che diventa il cantore del malessere, dell’insofferenza per la quotidianità spesso in maniera sprezzante, tanto che si avvicina ad un atteggiamento punk. Tutti i brani sono accompangnati dal pianoforte, anche se di tanto in tanto vengono utilizzati altri strumenti come la marimba, l’harmonium, l’organo ed il clavicembalo. Diversi brani hanno un’ambientazione noir (“Omicidio”, “Sogno d’appendice”), in altri invece sono prevalenti angoscia e nervosismo (“Iiih!”). La formazione artistica dell’artista mantovano è molto evidente, ma viene utilizzata in modo assolutamente fruibile e non pedante, colpisce poi il sarcasmo di “Always look on the bright side of life”. Alla fine quello che emerge è un esistenzialismo che pone uno sguardo tristallegro sulla vita e sui suoi mille contorni.
On Fillmore Pupillo, Kazuhisa, Yasuhiro – PhonoMetak Series 7
agosto 21, 2010 by Vittorio Lannutti
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On Fillmore Pupillo, Kazuhisa, Yasuhiro PhonoMetak Series 7
Wallace/Phonometak Laboratories
Settima perla pubblicata dall’accoppiata vincente Wallace di Mirko Spino e Phenometak Laboratories di Xabier Iriondo. Questa volta gli artisti coinvolti sono una coppia ed un trio. Sul lato A del vinile troviamo il batterista-percussionista dei Wilco Glenn Kothce ed il bassista Darin Gray, che in oltre dieci minuti ci ipnotizzano con una tribalità eterea e greve, grazie all’incedere delle percussioni di Kotche e ai minimalismi di Gray. Il sound creato dal duo è accostabile a quello degli ultimi Bachi da Seta, anche se le spezzettature dei noises contribuiscono a interrompere la monotonia ipnotica. Sul lato b, invece, il trio formato da Pupillo degli Zu e dai due Ground Zero: Kazuhisa e Yasuhiro, dà sfogo alla sua voglia infinita di sperimentare, con improvvisazioni minimali in crescendo, che prende al direzione del jazz rock di scuola Marc Ribot, per poi incasinarsi verso un funky-boogie compulsivo, come ci emozionava dieci anni fa la Blues Explosion.
NICOLAS JOSEPH RONCEA – News from Belgium
agosto 21, 2010 by Vittorio Lannutti
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NICOLAS JOSEPH RONCEA - News from Belgium
I dischi del Midollo
Roncea è giovane, ha 23 anni, ma ha già un curriculum musicale di assoluto rispetto. Ha fatto parte del gruppo noise rock Fuh, esperienza conclusa, ed attualmente milita nel trio, sempre di noise rock, Io monade stanca, una delle compagini più interessanti emerse lo scorso anno. In mezzo a tanto rumore e a tour non solo in Italia, ma anche in Europa, Roncea ha sentito il bisogno di intimità e di solitudine. Così dopo averci lavorato un po’ ha dato alle stampe il suo esordio solista, fatto di otto brani di indie-folk avvolgenti ed introspettivi. Con questi brani il giovane cantautore piemontese ci accompagna nei meandri della sua anima, mettendosi a nudo, cantando con la giusta dose di pathos, rivelando in alcuni frangenti i numerosi ascolti dei dischi solisti di Mark Lanegan e dei padri del folk blues. In questo percorso però non è sempre da solo, dato che si fa accompagnare anche da alcuni amici, come Mansueta Cinzia Mureddu, che con il suo violoncello rende inquietante “3-3-4”. Le malinconie presenti in molti brani sono interrotte dai ritmi latineggianti di “Blue eyes” e dal ritmo che vira verso un sound più rock di “A dayl a week”. Un ottimo esordio che fa ben sperare per il rinnovamento del cantautorato italiano e non solo.
The BLACK KEYS – Brothers
giugno 27, 2010 by Vittorio Lannutti
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The Black Keys - Brothers
V2
Non c’è che dire “Brothers” è uno dei migliori dischi del 2010, almeno per questi primi cinque mesi. Va bene, questa potrebbe essere la conclusione della recensione e, invece, no, ho preferito dare questo giudizio all’inizio, perché in linea con la loro attitudine hardcore, apprezzo molto l’inclinazione all’essere chiari e diretti, senza tanti fronzoli. Così come vi dico subito che “Brothers” è un disco di soul-blues della miglior specie. Non si tratta tanto del famoso vintage, quanto proprio del fatto che il duo Usa suoni proprio questo genere, non meno di quanto facciano, sempre a modo loro, Jack White e Mick Collins.
“Brothers” è intriso di sonorità che arrivano direttamente dai primi anni ’70, in questo lavoro, infatti, Carney ed Auerbach hanno lasciato da parte la loro passione per l’hip hop, attenendosi strettamente alle matrici delle dodici battute e alla musica dell’anima. Tuttavia, in questi quindici brani non mancano sensualità (“The go getter”) e ritmo (“Sinister kid”). Gli anni ’70 poi irrompono in particolare anche con l’hammond di “The only one” e con la zeppeliana “She’s long gone”, brano che fa da contraltare alla bucolica e younghiana “These days”, mentre se in “Everlasting light” il duo si reinventa il proto-rap nel ritmo con un falsetto da far invidia ai White Stripes, in “Howlin’ for you” le ascendenze blues dei seventies sono le stesse della miglior Blues Explosion. Che altro aggiungere se non sperare di vederli al più presto dal vivo.
The JACK STAFFORD FOUNDATION – All Folks from Little Big Town
giugno 13, 2010 by Vittorio Lannutti
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The JACK STAFFORD FOUNDATION - All Folks from Little Big Town
Autoprodotto
Questo cantastorie inglese ha trovato la sua dimensione ad Amsterdam, dove vive e lavora come commerciante, in quanto ha aperto un negozio di abbigliamento. Per fortuna la vita nel commercio gli stava stretta, e così Jack Stafford ha deciso di girare l’Europa e l’America per fare concerti. Dal 2005 ha pubblicato quattro dischi, compreso quest’ultimo. E vi assicuro che “Tall folks from little big town” è un lavoro senza tempo. Sì, perché il suo country-folk pur così tradizionale e profondamente vintage rende attuale l’esigenza di assaporare ancora certe sonorità. Lo stesso lavoro di mixaggio è stato fatto in modo tale da riprodurre il fruscio di un vecchio vinile e di trasmettere la sensazione che la registrazione sia avvenuta in qualche vecchio studio del profondo sud degli Usa, dove negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso transitavano folksinger e bluesmen. Tutti i brani del disco sono per voce e chitarra, qualcuno anche per sola voce. Gli omaggi a Woody Guthrie, a Bob Dylan e a tutta la tradizione folk si sprecano e trovano la loro apoteosi nella cover che il menestrello di Duluth dedicò al suo padre spirituale: “Song to Woody”. Stafford è accompagnato spesso dalla voce femminile di Joanna Newsom. Ma in alcuni brani l’ospite si esprime da sola, giungendo alle vette interpretative di Ani Di Franco (“Mr postman”). Stafford dal canto suo ha una voce piuttosto versatile, in grado di proporre i classici della coralità folk di matrice Usa (“The art of conversation”) e allo stesso tempo di usare tonalità baritonali alla maniera di Johnny Cash (“Gay ok”). A gennaio Stafford sarà in Italia per una manciata di date nel centro-nord. Un appuntamento da non perdere per gli appassionati del genere.
Per informazioni: http://thejackstaffordfoundation.com
Voto: 8/10
SILVER MT ZION MEMORIAL ORCHESTRA – Kollaps Tradixionales
giugno 13, 2010 by Vittorio Lannutti
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SILVER MT ZION MEMORIAL ORCHESTRA - Kollaps Tradixionales
Constellation/Goodfellas
Non c’è che dire negli ultimi anni le cose più interessanti, e forse più innovativi stanno arrivando tutte dal Canada, paese che ha dato i natali, oltre a Neil Young e a The Band, anche ai Goodspeed You! Black Emperor e ad Arcade Fire, ai Silver Mt Zion. Questi ultimi sono un gruppo in continua evoluzione, insofferente alla stabilità. Per questo il motivo la loro formazione è ad ogni disco variabile, così come la loro denominazione. Abbandonata dunque quella di Tra-La-La Band del precedente “13 blues for thirteen moon”, per quest’ultimo lavoro hanno scelto quello di Memorial Orchestra. “Kollaps tradixionales” è stato concepito come un doppio Lp, contenente sette brani con una durata variabile, anche se due brani sono intorno al quarto d’ora e quasi tutti gli altri superano i sei minuti. La struttura dei brani denota una matrice prog, anche se i canadesi hanno poco o niente a che fare con i barocchismi di Jethro Tull & co. Piuttosto si tratta di interessanti funzioni tra dilatazioni rock ed innesti di archi, che vanno spesso ad alimentare e ad arricchire il suono, tali da dare un maggior spessore ai brani. Altro aspetto intrigante di questo disco è lo strano connubio tra il rock dilatato e il piglio punk di un brano come “I built myself a metal bird”. In diversi brani poi l’incedere del gruppo è a fisarmonica, dato che è abile nel creare una tensione che resta sottopelle, mai esplicitata, grazie alla capacità di stirare e stringere alcune sonorità, in particolare i pattern ritmici, il cantato poi è come sempre ben enfatizzato, senza eccessi, ma avvolgente. Con questo disco i canadesi hanno fatto un altro piccolo, ma importantissimo passo verso la progressione.
DOME LA MUERTE and The DIGGER – Diggersonz
giugno 13, 2010 by Vittorio Lannutti
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DOME LA MUERTE and The DIGGER - Diggersonz
Go Down – Area Pirata
A tre anni dall’omonimo esordio, Dome La Muerte con i suoi fidi Diggers dà alle stampe questo secondo lavoro, corto, ma essenziale. Già, perché in soli ventotto minuti e quarantadue secondi il gruppo riesce come sempre ad esprimere la sua grande carica rock. L’attitudine resta sempre quella punk, il sound, invece, è sospeso tra garage e proto-punk detroiano. Le chitarre vibranti (“King of trouble”), bluesate (“Everytime”) ed in acido (“Bored n’lazy”) si alternano spesso ai boogie (“Mary Jane boogie”) o si fondono con la carica esplosiva degna della sei corde di Ron Asheton del periodo “Funhouse” (“Do it”). Se tutto il cd si sipana tra queste sonorità, incuriosisce la digressione dell’ultimo brano posto in scaletta, “Taverna el cubano”, nel quale irrompono i suoni della frontiera, tra Morricone e le colonne sonore dei film di Tarantino.
LUSH RIMBAUD – The Sound Of The Vanishing Era
aprile 30, 2010 by Vittorio Lannutti
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LUSH RIMBAUD - The Sound Of The Vanishing Era
FromScratch, Brigadisco, BloodySound, HotViruz, SweetTeddy e NarvaloSuoni
Martellanti e devastanti come pochi altri oggi in Italia, i marchigiani Lush Rimbaud si lanciano come un treno in corsa, con i freni andati a male, non temendo di schiantarsi per pura ingenuità e sottovalutazione del pericolo. “The sound of vanishing era”, secondo lavoro sulla distanza del quartetto di Falconara, non dà tregua all’ascoltatore vuoi per il ritmo ossessivo, vuoi per le chitarre taglienti o ancora per il noise che traspare in tutte le otto tracce. I Lush Rimbaud poi omaggiano Enrico Malatesta, raffigurato in copertina a cavallo di uno strano animale, forse nello spazio, da dove guarda noi povere vittime del liberismo economico, che non sono state in grado di ascoltare minimamente i filosofi dell’anarchismo ed oggi eccoci qua a combattere contro i mulino a vento della corruzione e del razzismo. Non a caso i quattro musicisti ci fanno vorticare nel noise punk di “They make money (we make noise)”, infatti, alla fine meglio rifugiarsi nella musica e soprattutto nel punk-noise. Quello realizzato dai Lush Rimbaud è di ottima fattura, grazie anche all’ottimo lavoro di produzione svolto dal Fabio Magistrali, ed in certe occasioni fa tornare alla mente quello dei bostoniani Mission of Burma. Il loro noise poi non prescinde dal math, qua reso molto più caldo, rispetto al sound dei Battles (“Sounds from a vanishing era”), così come un ipnotismo proprio della new wave (“Sounds from a new era”). Coinvolgente ed intrigante risulta poi “Changing gear”, nella sua algida cacofonia martellante, così come è allucinata “God trip”, avvolta in un noise psicotico, che ti entra in testa e non te lo togli più. Il sound c’è ed il gruppo è in corsa, che il viaggio continui molto a lungo.
ZERO IN ON – Silly Lilly
aprile 30, 2010 by Vittorio Lannutti
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ZERO IN ON - Silly Lilly
Autoprodotto
Questo trio svizzero, dopo aver ottenuto diversi riconoscimenti internazionali ed aver suonato in tutta Europa, con la pubblicazione del terzo lavoro si decide a tentare anche la conquista del mercato discografico italiano.
Il sound è brillante e frizzante, strutturato attorno ad un pop-rock esplosivo e sempre frizzante, suonato senza fronzoli. Nel loro sound si trovano elementi di buona parte del gotha dell’indie-rock Usa e inglese degli anni ’90 – ’00, vale a dire The Strokes, The Pixies, Placebo, ma soprattutto l’impronta dei Muse è un marchio indelebile su questi undici brani, per l’intensità, quasi barocca di molte tracce e per la capacità di creare strutture spigolose e melodiche allo stesso tempo. In ogni caso i tre musicisti non scimmiottano Bellamy e soci, ma rileggono quel sound a modo loro, permettendosi anche di spaziare nel p-funk e nel pop vibrante.


