DEIAN E LORSOGLABRO – Deian e Lorsoglabro

maggio 3, 2010 by Francesco Diodati  
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DEIAN E LORSOGLABRO - Deian e Lorsoglabro

Il cantautore e la sua band. Il cantautore nudo e crudo. Il cantautore scaltro. Il cantautore veloce. Il cantautore valoroso. Il cantautore dannoso. Il cantautore clamoroso. Il cantautore vivo. Il cantautore morto. Vivo o morto x. Il paroliere triste, ironico, elegante, leggero, educato, scortese, fuori dal tempo, fuori dal mondo. Deian Martinelli e la sua band. Deian e Lorsoglabro. Il Piemonte canta e suona. Il Piemonte recita. La bagna càuda, la Juventus, il Torino, la Mole Antonelliana, Superga, la Fabbrica Italiana Automobili Torino, Gianni Agnelli, le Alpi e Camillo Benso, Conte di Cavour. Deian e Lorsoglabro e il debutto. Deian e Lorsoglabro e l’esordio omonimo.

Dodici brani. Cinquanta minuti. L’orgasmo italiano. Deian e la sua compagnia. Con lui, Cristiano Lo Mele (Perturbazione), Alessandro Arianti (alle tastiere con De Gregori), Tristan Martinelli e una folta schiera di artisti pronti a distribuire e a sparpagliare corde, fiati e voci di corridoio. Deian Martinelli ha i capelli lunghi. Deian Martinelli ha la barba lunga. Deian Martinelli è Gesù con la chitarra. E’ Gesù con l’armonica. E’ Gesù freak. Deian Martinelli abbraccia Frank Zappa (“Nonostante i lampioni”), bacia Dente, fa l’amore con Lucio Battisti (“Lei non sa chi sono io”, “Paura”), vomita pasta al burro con Bugo mentre Dylan (“Danno permanente”) ingurgita lsd con Barrett. Deian e Lorsoglabro, ovvero il passato e il presente della musica italiana. Producono Musicalista Records e Snowdonia Records.

Deian e la canzone italiana. Deian e la sua poesia (“Parola nuova non c’è, una frase nuova non c’è per dire ancora una volta che la luna è così bella nonostante sti cazzo di lampioni, nonostante tutte le porcherie…”). Deian e il pop d’autore. Si abbassano le luci, cala il silenzio, Deian e Lorsoglabro. Applausi.

LE FORBICI DI MANITU’ – L’Isola

LE FORBICI DI MANITU' - L'Isola

L’Isola”, il nuovo album. La preziosa collaborazione con Alda Teodorani (scrittrice di culto dell’horror -noir italiano). Un racconto. La vita di una coppia. Il rapporto lacerato. La lunga crisi. L’eterna crisi. “Le nostre stanze da un po’ di tempo sembrano tante piccole isole, bagnate dalle onde della nostra indifferenza. Vorrei venirti vicino ma lo sforzo di superare questa parte di oceano che ci separa, quest’acqua ghiacciata che non sta mai ferma, è troppo grande.”. L’amore che si scioglie. La sottile speranza di salvarlo in un viaggio. “E’ un’isola dove solitamente vanno le coppie innamorate. L’hotel si chiama “SoLo PeR dUe” e ospita una coppia per volta, al massimo una settimana”. L’amore diventa rancore, odio, indifferenza. “L’Isola” è un racconto angosciante, splendidamente inquietante, doloroso, diabolico, scuro. La realtà sfocia nell’incubo. “Voglio vederti soffrire, amore mio. Voglio vedere la tua pelle che si incrina nel rosso sotto le mie carezze di morte”. Le Forbici Di Manitù e i due terzi degli Offlaga Disco Pax (Daniele Carretti e Enrico Fontanelli) suonano “L’Isola”, produce Snowdonia Records. “L’Isola”, tredici brani, un corposo libretto illustrativo (i disegni sono di Emanuela Biancuzzi), una cover (“Otello” è “My Blues Is You” dei Neon), la new wave italiana trasuda gocce di shoegaze (Carretti in primis), i maestri aprono ai discepoli, i Residents rimangono in California e i Joy Division sono ancora vivi.

Le Forbici Di Manitù al nuovo, nono, capitolo, “L’Isola”. Le Forbici Di Manitù e la loro migliore produzione degli ultimi dieci anni (siamo ai livelli di “Play And Remix Lieutenant Murnau” – 1998). Vittore Baroni e Manitù Rossi, sempre più in alto. Le Forbici Di Manitù, come sopra e come sempre, nella storia che continua.

ANDREA TICH – Siamo Nati Vegetali

marzo 16, 2010 by Francesco Diodati  
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ANDREA TICH - Siamo Nati Vegetali

Andrea Tich è Dio. Un Dio fra gli uomini. Il Dio degli uomini. Il Dio umano. L’onnipotenza di Dio. L’essenza innaturale. Andrea Tich è una divinità. Andrea Tich è il padre, il figlio e lo spirito santo. Senza errori. Nessuno sbaglio. La grandezza. L’immensità. Lo spazio. Il vuoto assoluto. Dio c’è. Andrea Tich c’è. E si sente. Il Dio del ventesimo secolo. Signore, proteggici dall’alto. Non esistono altre religioni. Nessun credo. Nessuna religione. Nessuna profezia. Andrea Tich e i tre segreti di Augusta.

Era il 1978, era “Masturbati”. Era l’Italia punk. Era l’Italia con le borchie. London Calling. Erano le spille. Era la rivoluzione. Era l’esordio discografico di Andrea Tich. Una serie di progetti e di collaborazioni. Poi il ritorno. Nuovamente Andrea Tich. Amorevolmente Andrea Tich. Improvvisamente, “Siamo Nati Vegetali”. Venti brani, un’ora e poco più. Produce Snowdonia Records. “Siamo Nati Vegetali”, il proseguimento di un viaggio, la storia del cantautore siculo. “Siamo Nati Vegetali”, venti scatti fotografici, venti fogli, venti canzoni, venti nuvole nel cielo schiacciano e imbiancano la terra. Tutto è soffice. Tutto è morbido. La poesia. Frank Zappa, Franco Battiato, Lucio Battisti in versione Panella. La canzone italiana in Germania. I krauti a colazione fanno male. Sono pesanti. Sono indigesti. Sono buoni. Fanno bene. Prendetene e mangiatene tutti, fate questo in memoria di Andrea Tich.

“Siamo Nati Vegetali”, Snowdonia Records è sempre lì, in prima fila. Andrea Tich insegna. Andrea Tich regala. Andrea Tich canta. “Racconta una leggenda che quando le meduse sono in amore se uno dei due muore l’altra si abbandona sulla spiaggia e lascia che il sole con il suo calore la trasformi in una gemma di vetro…e nella notte dal cielo un angelo la raccoglie e ne fa un prezioso diadema. Loro cantano così”. Capolavoro.

PULP-iTO – La vergine e la rivoluzione

2009-pulp-itoI PULP-iTO e la vergine. I PULP-iTO e la rivoluzione. L’Italia canta. Il rock canta. Snowdonia canta. Snowdonia canta sempre. Cantiamo tutti. Cantate tutti. Cantanti tutti. Non canta più nessuno. Male. Troppo male. I PULP-iTO e il loro esordio discografico. Tredici anni di storia. Lecco, Lombardia. La lega ce l’ha duro. I lumbard ce l’hanno duro. I PULP-iTO di più. I PULP-iTO senza la vergine. I PULP-iTO e la rivoluzione inesistente. Non c’è nessuna rivoluzione. Non esiste nessuna rivoluzione. La rivoluzione non può più esistere. Cialtroni. Scemi. Pagliacci. Alternativi sfigati. Comunisti mangia bambini.

“La vergine e la rivoluzione”, dieci brani, cinquanta minuti. I PULP-iTO senza confini, senza limiti. Nessun filo logico. Nessuno schema. Nessun paura. “Nessun rimpianto, nessun rimorso soltanto certe volte capita che appena prima di dormire mi sembra di sentire il tuo ricordo che mi bussa e mi fa male un po’ (grazie Max). “La vergine e la rivoluzione”, la luce psichedelica (“Vita vergine”), la new wave italiana e il Consorzio Suonatori Indipendenti (“…attento Ferretti il cavallo ti scalcia, attento Ferretti il montone ti monta…”), il rock italiano (i Marlene Kuntz cantano i “Pugnali d’aria” e la “Rivoluzione”), il pop italiano (“…My favourite football player is Stankovic…”), gocce elettroniche. “La vergine e la rivoluzione”, produce Snowdonia Records. Produce l’Italia.

Come sopra, tredici anni di storia, di concerti, di premi, di concorsi. I PULP-iTO al debutto, “La vergine e la rivoluzione”. La musica dello stivale. La musica nello stivale. Soltanto il rock e la new wave dei primi anni novanta. Sempre in prima fila.

AIDORU – Songs Canzoni/Landscapes Paesaggi

AIDORU - Songs Canzoni/Landscapes Paesaggi

AIDORU - Songs Canzoni/Landscapes Paesaggi

I paesaggi. Le canzoni. I paesaggi nelle canzoni. Più semplicemente, le canzoni e i paesaggi. Più semplicemente, le canzoni senza canzoni. Il silenzio delle canzoni. I mutamenti. Radicali, profondi, viscerali. Il taglio netto. La sforbiciata tutta italiana. I ritorni attesi. Quattro anni di attesa, i concerti e un disco scritto e mai pubblicato. Nessuno è morto. La morte non esiste. Gli Aidoru nell’underground italiano. Gli Aidoru e il quarto album, “Songs Canzoni/Landscapes Paesaggi”. La voce s’abbassa, si spegne. L’anima si trasforma.

“Songs Canzoni/Landscapes Paesaggi”, diciassette brani. Gli Aidoru si sdoppiano, si spaccano, si dividono. Gli Aidoru senza testi. Solo i paesaggi. Solo la musica. Solo lo spazio imbrunito. Solo le pulsazioni imprevedibili. La neve si scioglie. Rimane il sole. Il cuore s’allontana dalle radici ed impazzisce. “Songs Canzoni/Landscapes Paesaggi”, la colonna sonora, la lunga tela, i continui intrecci free-rock, il rumorismo sotto le corde. Il jazz (“Albert none”), le lunghe, pesanti, metalliche braccia del noise (“Meno”), i krauti dolci a colazione e l’improvvisazione che rompe gli schemi. Il mondo senza schemi. Gli Aidoru e il quarto album. Gli Aidoru e la sperimentazione ossessiva. “Songs Canzoni/Landscapes Paesaggi”, senza canzoni, senza struttura.

Gli Aidoru nella quarta dimensione sempre anticonformista, libera, free. Gli Aidoru e il nuovo album, “Songs Canzoni/ Landscapes Paesaggi”, produce Trovarobato, sempre avanti, sempre in evoluzione, Aidoru.

K-CONJOG – Il nuovo è al passo coi tempi

ottobre 25, 2009 by Francesco Diodati  
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K-CONJOG - Il nuovo è al passo coi tempi


Napoli. La pizza. Il mandolino. Il Vesuvio. Il sole. Il mare. Noi siamo il nulla. Voi siete il nulla. Attenti al cane. Può abbaiare. Può mordere. Anzi no, non abbaia. Morde e basta. Attenti all’ippopotamo. Mangia e basta. K-Conjog è Fabrizio Somma. Il polistrumentista napoletano. K-Conjog è solo. Il mondo è blu. I cani pure. La chitarra acustica, il rumorismo meccanico, i loop, il funky, i campionamenti, e il rumorismo animalesco, casalingo. Largo all’avanguardia. Il taglia e cuci. Cut and copy. “Il nuovo è al passo coi tempi”. Il debutto che segue le precedenti autoproduzioni. L’esordio discografico. Snowdonia Records.

Nove brani. Quarantacinque minuti. K-Conjog scherza con i Residents, gioca con Panda Bear, ricorda Jacques Offenbach e scrive “Il nuovo è al passo coi tempi”. K-Conjog è la sperimentazione che si nasconde sotto la gonna ingombrante di Louise Weber. La Goulue. Il Can-Can. Il Moulin Rouge. La “cultura pop (è solo una questione di contesto)”. E allora ecco gli applausi. Tanti applausi. Lo spettacolo deve andare avanti. E allora una carezza. Una favola. Una ninna nanna. “Uno stupido”. Poi una danza acustica, “Per un pugno di fagioli”. “Il nuovo è al passo coi tempi”. Più semplicemente, è solo questione di tempo. K-Conjog, le sue visioni, i suoi cani, la sua natura. Il suo mondo. Il suo cielo. Sempre blu. Sempre più blu.

“Il nuovo è al passo coi tempi”, l’esordio di Fabrizio Somma, l’esordio di K-Conjog tra scarabocchi, rumori, danze e nenie dolcissime. Il teatro napoletano incontra Snowdonia: è amore.

I CAMILLAS – Le Politiche Del Prato

agosto 25, 2009 by Francesco Diodati  
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I CAMILLAS - Le Politiche Del Prato

I Camillas nascono nelle Marche ed hanno i capelli corti, la barba lunga, i visi pieni, sorridenti e profumati. I Camillas sono in due: Ruben Camillas (chitarra, xilofono e voce) e Zagor Camillas (tastiere, cimbalo e voce). I Camillas come una famiglia. Come una piccola famiglia. Come la più grande famiglia dei Ramone, solo in versione italiana. Solo in versione adriatica. Nostrana. “Le Politiche Del Prato”, il loro primo album completo.

Quindici tracce. Quarantacinque minuti. Il delirio dell’arte. Il delirio nell’arte. Il caos caotico. Il caotico caos. Il caos di una danza moderna, di una danza elettronica (“Discomacchina”) che diventa una canzone tutta italiana, che diventa la colonna sonora di una calda, appiccicosa e rossa estate (“La canzone del pane”). Il caos del punk che rivoluziona mezzo mondo (“Agitazione”) e che diventa una rosa senza spine (“Popnatale”). Mettete dei fiori nei vostri cannoni. I Camillas e I Giganti. I Camillas e i Ramones. I Camillas nella dispensa dolciastra dei panettoni più soffici, più buoni. Bauli, lo zucchero a velo, un cappotto rosso e la bava scivolosa di bambini incantati. I Camillas con la palla. I Camillas, “Le Politiche Del Prato” e le promesse mantenute.

“Le Politiche Del Prato”, il disco. I Camillas nel mondo celeste. Nel mondo fatato. Nel mondo del pop italiano. I Camillas e il loro album. La musica secondo i fratelli Camillas. Bravi. Bravissimi. Grandi. Grandissimi. Giganteschi.

MAISIE – Balera Metropolitana

maggio 15, 2009 by Francesco Diodati  
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maisie

MAISIE - Balera Metropolitana

Il monumento ai caduti. Il monumento marmoreo. Il monumento all’Italia nera. Il monumento all’Italia rivoluzionaria, rossa. Il monumento e basta. Bruci la città e crolli il grattacielo. Cristicchi è morto. Silvestrin pure. La canzone no. La canzone è sempre viva e limpida. La canzone italiana, la canzone popolare. Solo la canzone. Solo il pop. I Maisie sono tornati. Scusa Italia ma ti devo lasciare, gli eroi dai muscoli gommosi sono nuovamente qui. I Maisie e il sesto capitolo. Finalmente. L’angosciante attesa è terminata. L’ansia galoppante può anche fottersi. Possiamo sorridere. Il sole è tornato. Siamo di nuovo in ballo. Siamo di nuovo felici.
“Balera Metropolitana”, quarantaquattro brani. Centoquarantotto minuti. Il Colosseo del duemila. Il Colosseo siculo. Il Colosseo, il pescestocco a ghiotta e le braciole di pesce spada. Il Colosseo nel cofanetto, ultralussuoso, stile “White Album”. “Balera Metropolitana”, quarantaquattro racconti, quarantaquattro storie, quarantaquattro novelle. La nostra vita quotidiana. Messina è il centro dell’Italia, è l’epicentro del pop italiano. Alberto Scotti è Dio e Paolo Messere è uscito dal gruppo come Jack Frusciante. Nuovi innesti. Nuovi, importanti, innesti. I Maisie si allargano, si espandono, si moltiplicano. “Balera Metropolitana”, una lista interminabile di ospiti e super ospiti (Amy Denio, Flavio Giurato, Mario Castelnuovo, Andrea Comandini, Vittorio De Marin, gli Egokid, Diego Sapignoli, Ance e tanti altri). Il pop e la canzone. “Balera Metropolitana” e i rinfreschi quotidiani tra puttane, discoteche, mogli stronze, serial killer, cosce e sigarette, gatti, tumori, ladri, politici venduti, coglioni, cretini, marmocchi, autobus, zingare, vecchi e cantanti di strada. I Maisie e la “Balera Metropolitana”. I Maisie sotto il cielo terso firmato Mauro Repetto, sotto la brillantina luccicante degli 883, sotto i colori sfolgoranti di un’estate italiana, sotto lo sguardo fiero di Ivan Graziani, sotto quei nostalgici ricordi che profumano di no wave, di funky, di house, di folk, d’Italia.
“Balera Metropolitana”, una giostra di colori, di sfumature, di scene, di profumi, di rumori, di dolori, di flashback, di pensieri, di emozioni, di sensazioni. “Balera Metropolitana” è il brivido siciliano che Serena Tringali ci regala in “n. 79 – ISTITUTO MARINO (Via ortopedico)”, è la poesia di “Ivana e Gabriella”, di “Ballata tristissima”, di “Elena”. E’ la disco-music nella title-track, è la genialità di Cinzia La Fauci che reinterpreta, divinamente e magistralmente, “La licantropia” (Pippo Franco). E’ la sensualità di Carmen D’onofrio in “Ballata Tristissima”, è la chitarra pizzicata di Donato Epiro, è la sceneggiata, tutta italiana, in “Hanno ammazzato un bambino” (“…gli zingari hanno ammazzato un bambino! “Sei sicuro?”. No! Tu però intanto prendi i fiori io compro l’orsacchiotto…”), è l’ironia acidula, con tanto di coretti, in “L’amore in città” (“tra le più stronze di certo c’è mia moglie, che, senza i soldi perde tutte le voglie. Le ho anche preso tre cellulari ma, per fare l’amore, lei vuol la Ferrari.). “Balera Metropolitana”, l’epopea artistica dei Maisie, dell’Italia. Il Colosseo della musica nostrana. Poche parole, solo la commozione e il sussulto per quello che è il capolavoro assoluto della canzone italiana degli ultimi quindici anni. Tutti in piedi. Applausi.

X-MARY – Tutto Bano

aprile 22, 2009 by Francesco Diodati  
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San Colombano è nell’alto dei cieli. San Colombano e le sue motociclette. San Colombano, l’Abate d’Europa. San Colombano e la sua luminosissima areola. San Colombano e i suoi viaggi europei. San Colombano e l’Irlanda. San Colombano e il suo bastone monastico. San Culombàn Abè. San Colombano e il suo sangue rosso DOC. San Colombano, San Colombano al Lambro, gli X-Mary e il quarto album. Andrà “Tutto Bano”. O forse no. Santi subito. La musica è solo italiana. Gli anni ’90. Gatto Panceri ha il naso a patata e la fronte alta. Gli X-Mary ci salveranno dall’infamia e dall’invidia. Ci libereranno dalla guerra e dalla nucleare. Ci sorrideranno e ci illumineranno come il sole caraibico. Ci assilleranno e ci inseguiranno con quei ritornelli del cazzo, con quelle canzonette così stupide.

Gli X-Mary al quarto capitolo, “Tutto Bano”. Due lati, A e B, quindici brani e una bonus track. Venticinque minuti. Un formato, LP+CD. Dietro, la solita carrellata di etichette indipendenti (Wallace Records, Tafuzzy Records, Dischi di Plastica e tante altre). Produce, come sempre, Fabio Magistrali. “Tutto Bano”, la quarta meraviglia degli X-Mary. La quarta bellezza della vita. “Tutto Bano”, l’evoluzione  che prende a calci in culo l’elettronica (“Explosion”). “Tutto Bano” è la potenza dell’amplificatore che sfida una chitarra acustica, è powerpop, folk, hardcore, punk. E’ il fritto misto tutto italiano. Quello più saporito. Quello più leggero. I paragoni non esistono più. Esistono solo gli X-Mary. “Tutto Bano” è la capacità di passare dai morbidi straccetti folk (“Magù”) alle bordate potentissime (“Joshua”, “Piccolo Molle”). E’ l’abilità di passeggiare a piedi nudi fra le canzoni (“Voglio Gatto Panceri”, “Scappo negli anni Cinquanta”) e le cantilene da doccia bollente (“Stai scherzando con la droga”, “Tu non canti più con noi” e “La Playa”, con quella chitarrina che fa tanto “Innocenti Evasioni”).

Gli X-Mary e l’ulteriore passo in avanti. La conferma. La maturità è largamente raggiunta. “Tutto Bano”, il pop è nella testa. Gli X-Mary e la santità. Gli X-Mary tra i beati dell’Empireo dantesco. Come sopra, santi subito.

BLACK LIPS – 200 Million Thousand

aprile 18, 2009 by Francesco Diodati  
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Black Lips 200 million thosuand

BLACK LIPS - 200 Million Thousand

Il garage e gli States. Gli States e i sessanta. Il sistema vintage che incombe sulle nostre teste. Il potere dei figli dei fiori. Il potere di Woodstock. I baffi. I basettoni. I capelloni. Le tette. Peace and Love. Sempre. Per sempre. I bastardi si accoppiano dentro le tende bucate. I bastardi si accoppiano sotto l’albero dell’amore. Luridi cialtroni. E i Black Lips fanno altrettanto schifo. Lerci e puzzolenti. I figli del nuovo millennio e la ghirlanda pluricolorata, pluridecorata. “200 Million Thousand” è il quinto album di studio (escludendo l’immenso live “Los Valientes Del Mundo Nuevo”) del quartetto statunitense.

I Black Lips e il sistema vintage che funziona, che non muore mai. Chitarre storte, suono lo-fi, qualità penosa, sporchissima, sputi, rutti, pisciate, un fiume di alcool e uno splendido vaffanculo. “200 Million Thousand”, quindici tracce e una potente virata verso il pop, con qualche riff (splendido quello in “Short Fuse”) e una serie d’impennate melodiche. I Black Lips e i soliti pilastri del garage tra i Sonics e i Seeds più poppettari. I soliti sessanta sullo sfondo. Una manciata di pezzi bomba (da “Drugs” a “Short Fuse”, da “Starting Over” fino a “Again Again”) e una manciata di pezzi mediocri, quasi azzardati (il rap osceno in “The Drop I Hold”), quasi inutili, troppo pallidi (“Melt Down”, “Big Black Baby Jesus Of Today”).

“200 Million Thousand”, la storia dei Black Lips non cambia. “200 Million Thousand”, nessuna particolare novità, solo la solita, buonissima, minestra garage e quella forte ventata pop. “200 Million Thousand”, i Black Lips e il quinto album. Il piacere dei fan. Punto.

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